sabato 6 giugno 2015

Il castello di domenica 7 giugno






COMISO (RG) – Castello Naselli d’Aragona

Detto anche palazzo del Conte, è una dimora signorile situata al centro di Comiso. Fu innalzata sopra gli avanzi di un antico maniero che si vuole appartenuto a Giovanni Chiaramonte, per acquisto da Berengario de Lubera. Smentendo tale ipotesi, lo Stanganelli sostiene invece, con buoni argomenti, che la Comiso appartenente ai Chiaramonte sarebbe stata quella della Val di Mazara e non questa in Val di Noto. Già in alcuni documenti del XIII — XIV sec. si parla del castello di Comiso, e si descrive come “...feudum Comisi cum aliis fortiliciis et edificis ...”, quindi già prima della fine del Trecento Comiso era cinta da solide mura per tutto il perimetro, e aveva torri e castello con antistante fossato. Intorno al 1392 la proprietà del maniero passò da Federico Speciaro ai conti Cabrera, mentre nel 1453 fu venduto a Periconio Naselli, barone della Mastra, il cui discendente Gaspare Naselli nel 1571 fu nominato Conte di Comiso da Filippo I di Sicilia. Proprio Gaspare Naselli fece costruire il mastio nel 1575. Da allora per molti secoli il castello divenne la dimora stabile della famiglia Naselli, fino a quando nel 1693 un terremoto fece crollare gran parte dell’edificio ad eccezione della torre. I lavori per restaurarlo continuarono fino agli inizi del Settecento (il piano superiore viene ricostruito nel 1735), ma la trasformazione a palazzo signorile si ebbe quando arrivò in visita, dimorandovi per qualche tempo con tutto il seguito, il viceré Cristoforo Fernandez de Cordova, che compiva un giro di ispezione alle fortezze dell’isola. Al tempo dei Borboni, il castello rimase abbandonato, finché nel 1841, una parte di esso venne trasformata in teatro, passato successivamente al Comune, e la parte bassa fu adibita a carcere mandamentale. Ai giorni nostri l’edificio è di proprietà della Famiglia Nifosì, discendente dai baroni di Canalazzi, che attualmente ancora lo abita. Nel lato est del castello troviamo la parte più antica: un battistero dedicato a San Gregorio Magno, con resti di affreschi di epoca bizantina e risalente intorno all'anno mille; di forma ottagonale, il battistero, alla sommità diventa di forma cilindrica ed si completa con un elegante cupola (da alcuni ritenuto battistero bizantino, è, molto più probabilmente, una cuba araba, poi riutilizzata come cappella gregoriana nel 1325). La parte nord del castello è caratterizzata da un'elegante trifora serliana, meglio conosciuta come Loggetta, che richiama lo stile cinquecentesco e che presenta pareti affrescate con paesaggi e voli di uccelli; questa loggia fu aggiunta al castello nel 1728, su progetto del genovese Michelangelo Canepa. Sono altresì presenti due portali ogivali, di cui uno è chiuso da una massiccia porta ferrata a grosse bugne risalente al 1400; una splendida fontanella inserita nella parete e risalente al Cinquecento attribuita al Gagini o alla sua scuola; un fusto di fontana del 1600 circa, in pietra locale riccamente scolpito, conservato nel cortile interno. Il Mastio è ingentilito da quattro finestre sormontate da timpani, su due sono state poste le “teste romane”. Sull’angolo N-NE c’è lo stemma dei Naselli. All’interno vi sono alcune porte a sesto acuto. Dello stesso complesso originario fanno parte il teatro comunale (riedificato negli anni 70 su progetto dell’architetto Enzo Gianna) e i magazzini, al cui interno sono visibili delle tombe di origini bizantine o arabe (oggi sede del foyer del teatro e dell’auditorium Carlo Pace). Secondo una leggenda il conte era assediato dentro il suo castello dai nemici per molti giorni e l'assedio non accennava a finire, tanto che le scorte alimentari scarseggiavano. Allora una notte, mentre era in preda all'angoscia, gli apparve San Biagio, il quale lo rassicurò dicendogli che la penitenza sarebbe finita se egli avesse digiunato e seguito un suo consiglio: doveva fuggire attraverso un canale sotterraneo e, uscito in aperta campagna, avrebbe incontrato un pastore dal quale avrebbe dovuto acquistare delle ricotte, che, tornato al maniero, avrebbe dovuto gettare sugli assedianti. Il conte, essendo un uomo pio, seguì il consiglio del santo, e avvenne come era stato predetto: il conte si arrese e si mise a buttare sugli accorsi quelle ricotte a una a una. Al che, avendo persuaso i nemici dell'impossibilità di prendere la torre per fame, li indusse a togliere l'assedio. Così castello e paese furono salvi. Proprio quest’anno, a Pasqua, è stato possibile visitare una parte del castello, grazie alla disponibilità del proprietario, Giuseppe Nifosì e alla collaborazione delle “guide” delle giornate del FAI e della Protezione civile. Il castello ha una pagina su Facebook: https://www.facebook.com/pages/Il-Castello-aragonese-di-Comiso/638099669668488. Per approfondire vi suggerisco: http://comiso.altervista.org/cronologia.2.htm.
 

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.telenovaragusa.com/wp-content/uploads/2015/04/castello-aragonese-.jpg

Il castello di sabato 6 giugno







ROMANO DI LOMBARDIA (BG) – Rocca Visconti-Colleoni

Il borgo ampliò sempre più le proprie dimensioni fino a raggiungere un discreto numero di abitanti nel periodo medievale. Inserito nel Sacro Romano Impero, venne dato in gestione feudale alla diocesi di Cremona, i cui domini terminavano proprio nei confini del borgo stesso, al quale si accedeva mediante quattro porte di ingresso, ognuna delle quali diretta alle vicine città di Bergamo, Cremona, Brescia e Milano. Una porzione del centro abitato, sempre in espansione, venne quindi a trovarsi nel territorio infeudato al vescovo di Bergamo, situazione che provocò non poche discussioni e dispute volte ad ottenere il controllo totale del paese. Per redimere definitivamente la questione gli abitanti si accordarono quindi con i bergamaschi, decidendo la costruzione di un nuovo borgo poco distante, in territorio completamente soggetto a Bergamo: nel 1171 cominciò la costruzione, più a nord, di quello che tuttora è il paese di Romano di Lombardia. Il centro abitato venne cinto da un possente impianto fortificato alto ben 5 metri e protetto da un fossato, nonché dotato di quattro torri agli estremi perimetrali: tre erano gli ingressi, con le vie molto raccolte e gli edifici addossati l’uno con l’altro. Ciò era dovuto al fatto che, se il precedente borgo aveva avuto la possibilità di svilupparsi liberamente ampliandosi verso l’esterno, questo doveva essere inserito in un perimetro ben definito, riducendo ed ottimizzando gli spazi. I nuovi feudatari riconobbero molteplici privilegi ai romanesi, tra cui l’esenzione dalle tasse e l’inserimento in una sorta di zona franca, situazione che permise il prosperare a livello economico e sociale. In seguito l’egemonia del borgo passò in mano alle famiglie più in vista, tra cui si segnalarono i Sommi originari di Cremona, i Colleoni ed i Suardo. A partire dal 1335 il borgo venne preso in gestione dalla famiglia milanese dei Visconti, i quali pochi anni dopo iniziarono una lunga disputa con la repubblica di Venezia, volta ad ottenere il controllo sull’intera zona. La spuntarono i veneziani che, con la pace di Ferrara del 1428 acquisirono gran parte della pianura bergamasca. Anche i nuovi dominatori mantennero i privilegi accordati qualche secolo prima, migliorando le condizioni sociali ed economiche, ponendo a Romano la sede podestarile e del Consiglio speciale. Il territorio venne nuovamente infeudato alla famiglia di Bartolomeo Colleoni, diventando un importante luogo di scambio di merci, posto al confine con il Ducato di Milano, da cui arrivava ogni tipo di mercanzia anche in modo illegale, alimentando di conseguenza il contrabbando, che divenne una delle principali attività degli abitanti. Risalente al termine del XII secolo, la rocca può essere considerata uno degli edifici storicamente più interessanti dell’intera zona. Caratterizzata come ogni castello di pianura di quattro torri e di un cortile interno, la struttura aveva prettamente funzione militare; solamente in seguito ebbe funzione abitativa, quando venne scelta dai podestà veneti come dimora. La massiccia costruzione posta sul lato nord-est della cerchia muraria è stata costruita in epoche diverse: la trasformazione più evidente è stata però sotto la dominazione dei signori di Milano e per questo motivo la rocca è indicata come viscontea. A tal riguardo un esempio può venire dalle tre torri, poste ai vertici perimetrali della sezione rettangolare, delimitate esternamente da un profondo fossato ora prosciugato. La torre di sinistra, di sud-ovest, è quella più antica poiché eretta nel XIII secolo, dentro la quale venne poi costruita la cappella della rocca nel tardo Cinquecento, come testimonia il campanile a vela. La torre di nord-ovest, decisamente più massiccia e caratterizzata da un punto di vista militare, è stata costruita dai Visconti circa un secolo dopo, e serviva a controllare la Porta Bergamo, ora demolita, che si trovava proprio sotto di essa. La torre ha sempre svolto la funzione di prigione militare, anche durante la Seconda Guerra Mondiale. La torre di sud-est conserva la testimonianza del passaggio del Colleoni, che vi fece aprire una loggetta che conserva al suo interno delle decorazioni geometriche realizzate ad affresco. Sotto la loggia, si intravede una porta, molto più alta rispetto al livello del fossato: chiamata pontesella del soccorso, la porta era l’unica che poteva permettere di fuggire in caso di attacco dalla struttura, perché permetteva di accedere al ponte di fuga e ad un’apertura nel recinto fortificato. Le celle erano in questa torre, ove il Colleoni rinchiudeva le spie ed i sicari infedeli; nell'anno 1473 Ambrogio Vismara, sicario sforzesco, fu trucidato ed i brani del corpo furono appesi ai merli della torre. La torre di nord-est è stata costruita nel XVII secolo su un antico torrione ed è anche la più modesta, a testimonianza del cambiamento degli strumenti d’attacco che venivano utilizzati. Come la torre di sud-ovest, anche quella viscontea era posizionata fuori della cerchia muraria e sotto di essa si trovava il fossato colmo d’acqua, alimentato da una risorgiva interna e quindi impossibile da prosciugare. Inoltre, sempre per sottolineare la grande importanza difensiva di questa torre, davanti ad essa si trovava un rivellino con la pusterla e il ponte levatoio, oggi non più esistenti. Le mura, alte oltre cinque metri, hanno un singolo ingresso al quale si accede da un ponte in muratura, venuto a sostituire il ponte levatoio originale, a lato dell'ingresso principale è ancora apprezzabile la posterla ora murata. Le mura possiedono una merlatura di stampo ghibellino, a causa del succedersi dei domini tratti di merlatura presentano riadattamenti di stampo guelfo. All’interno si aprono piccole contrade pavimentate in acciottolato (la Corte Grande e la Corte della cancelleria veneta) con numerosi affreschi raffiguranti gli stemmi della Serenissima. L’interno del cortile è stato rimaneggiato ma riemergono gli affreschi che caratterizzavano i muri degli spalti: è possibile vedere il Leone di san Marco rappresentato con colori vivaci. Uscendo dal cortile e proseguendo sul fianco sul della rocca, si arriva alla torre di sud-est: Il fianco est della rocca è caratterizzato dalla presenza di possenti terragli del XVI secolo; nella parte alta degli spalti sono visibili i merli ghibellini, che invece risultano tamponati sul fianco sud. Altri link suggeriti: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/RL560-00011/, https://www.youtube.com/watch?v=thfHEiEyVWM (video della Provincia di Bergamo)


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre le altre due sono prese entrambe da http://www.comune.romano.bg.it/index.php?pagina=galleria&id=11&mode=galleria

venerdì 5 giugno 2015

Il castello di venerdì 5 giugno






CELLINO SAN MARCO (BR) – Castello Albrizzi

Cellino è stata sotto i domini delle famiglie De Fallosa, Noha, Albrizzi, Chyurlia ed altri signori feudatari che la governarono dal medioevo fino al 1806, quando la feudalità venne abolita da Gioacchino Murat e mai più ripristinata dai Borbone lieti di essersi liberati della potente aristocrazia del mezzogiorno. Il Palazzo Baronale, detto anche Castello o Palazzo Comitale, è posto nella piazza principale (largo Castello) del paese. L’edificio, da oltre vent’anni disabitato, oggi ha un aspetto di molto differente rispetto all’originale costruzione, dovuto alle numerose e successive modifiche operate nel tempo. Dell’originaria struttura si conserva la massiccia balaustra in pietra con colonne tornite sopra il portale di accesso (ora arco di comunicazione della piazza con via Mario Pagano) la stessa che percorre l'intero perimetro dell'edificio e che caratterizza la costruzione. Secondo alcuni documenti il castello è stato iniziato nel 1578 quando il paese era un feudo governato, proprio da quella data, da Giovanni Antonio Albrizzi I, che acquistò il feudo dalla Regia Corte per la somma di 23.200 ducati. Questi governò il Casale di Cellino sino al 1615, anno della sua morte. Non avendo prole gli successe il nipote Giovanni Antonio Albrizzi II, che si prodigò quasi certamente nella continuazione ed al completamento dell’edificio, almeno nella parte riguardante la “torre quadrata dagli speroni a sghembo” che si riferisce alla parte destra guardando l’attuale palazzo. Ma le date non sono mai state accertate in quanto, nel Rilievo del feudo di Cellino del 1599, il castello non viene riportato, forse perché ancora non completato nella sua costruzione. Il primo conte di Cellino, Nicola Pasquale Chyurlia, si adoperò per l’ampliamento della struttura, i cui lavori presero avvio nel 1742. Venne aggiunta l’ala più a sinistra dell’edificio, qui fu aggiunta anche l’araldica scolpita su pietra del casato, dove spiccano due leoni ritti sulle zampe posteriori da una parte e tre gigli dall’altra. La nobile famiglia, che nei suoi componenti ha annoverato diversi cavalieri gerosolimitani oltre allo stesso conte eletto cavaliere di Terra d’Otranto nel 1750, stabilì la propria residenza nel palazzo cellinese quasi in concomitanza con la rivolta dei cittadini: questi lamentavano le pessime condizioni di vita aggravate dai tributi governativi e dagli obblighi verso i feudatari locali. Nell’archivio parrocchiale del 1742 è riportato che «la prigione del castello accolse ben presto sediziosi, e qui le ire sbollirono e la fedele devozione al signore ritornò nel timore di più tristi patimenti». Nei beni immobili del Catasto Onciario di Cellino, del 1756, risulta anche il Palazzo Baronale tra le proprietà del conte (o barone) Chyurlia; nel documento è riportato che l’edificio fu «edificato dai suoi antecessori, nel luogo detto Il Castello con più e diversi membri superiori ed inferiori ed un giardino pel proprio uso del suo Agente». Nei decenni successivi il castello è stato in parte venduto a diversi proprietari che ne hanno modificato notevolmente l’aspetto, in particolare la parte alla sinistra dell’arco, guardando proprio l’ex portale d’accesso, che nel suo aspetto non è più associabile esteticamente alla restante parte dell’edificio. In questo modo il castello ha perso nel tempo il suo splendore originale. Secondo Rosario Jurlaro «esso è forse l’unica presenza barocca nell’architettura civile del paese». Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=Y34TWcRWxTM (video di tele ramanews), http://www.csm.br.it/pagine/id105-Beni-Architettonici


giovedì 4 giugno 2015

Il castello di giovedì 4 giugno






VICALVI (FR) – Castello longobardo

Risalente all'XI secolo, si trova sulla sommità del colle interessato dall'omonimo paese della Valle di Comino, in provincia di Frosinone, su uno sperone roccioso a circa 600 m. d'altezza. Lo si può riconoscere per una croce di colore rosso dipinta durante la Seconda Guerra Mondiale dalle truppe tedesche che lo trasformarono in campo ospedaliero. Benché si presenti come rudere, questo forma con le due cinte murarie poligonali, quasi integre, una vasta area fortificata, che consente di leggerne le varie fasi di costruzione, le funzioni e la strutturazione all'interno di un più ampio sistema difensivo, comprendente anche i vicini manieri di Alvito e Picinisco. La fortificazione ha una pianta poligonale e ad est è possibile vedere la torre che è situata nel punto più alto del castello. Non si conoscono molte notizie certe sulle prime origini di questo maniero del secolo XI. Il castello longobardo fu costruito da Filippo I Colonna posato sulla roccia laddove un tempo sorgeva una antica acropoli romana, così come testimoniano alcuni resti risalenti al V o al IV secolo a.C., ma venne distrutto e saccheggiato dai Saraceni nel 915 e ricostruito ad opera dell'abate Aligerno nel 938. Con la fortificazione del castello anche Vicalvi assunse una crescente importanza. Nel 970 venne donato a Montecassino da Hildeprandus che si qualificava come  Conte "de Sora et de Vicu Alba". Nell'anno 1000 il Signore del castello era un certo Oderisius. Divenne una fortezza di confine dal quale, nel 1187, partirono anche uomini per la Terra Santa. Venne distrutto nel 1191 dalle truppe di Enrico di Hohenstanfen e nel 1349 da un violento terremoto. Negli anni successivi fu ristrutturato e furono aggiunti altri manufatti. I monaci lo tennero fino all'inizio del XIII secolo, quando passò alla famiglia d’Aquino, che ne rafforzò la fortificazione, cingendola di un doppio anello di mura. Dopo una breve successione, nel possedimento, fra gli Etendard e, ancora, i conti d'Aquino, il castello passò ai Cantelmo, i quali però, scegliendo come dimora il castello di Alvito, ne decretarono il repentino abbandono e la più lenta e graduale rovina. Nel 1574 Giulio Prudentio di Alvito scriveva di un castello utilizzato, in tempo di turbolenze, dalle Monache che stavano in San Nicandro. Una prima vera ristrutturazione del maniero si collocherebbe nel XIV secolo, durante il possesso degli Étendard, in base all'insieme di elementi strutturali orizzontali e verticali richiamanti lo stile gotico, compresa l'originale copertura a falda unica pendente verso l'interno. Alla fine del 1500 fu reso ancor più fortificato verso est con la costruzone della Torre della Rocca tale da renderlo, per  le cronache del 1600 una fortezza molto forte, posto in alto ed inespugnabile. Per tale motivo qui si rifugiò Carlo V con le sue truppe durante la battaglia, per la conquista dell'Italia, contro Francesco I, Re di Francia. Le ultime notizie che definiscono il castello ancora in buone condizioni provengono dagli scritti di due importanti storici locali: Castrucci e Pistilli. Alla fine del 1700 l’edificio veniva descritto in rovina alla mercè di uomini e donne di malaffare e per tale motivo il Duca di Alvito lo cedette per una cifra simbolica alla famiglia Celli che abitava di fronte al castello. Negli anni  le sue condizioni sono peggiorate progressivamente. Il castello è di proprietà dell'amministrazione comunale di Vicalvi dal 1985. Da allora su di esso sono stati eseguiti lavori di consolidamento statico e murario per arrestarne il degrado. Per la ristrutturazione totale del maniero ed il suo riuso sono necessari 7.000.000 di € che l'amministrazione comunale non dispone. Per tali motivi, attualmente il monumento è chiuso al pubblico e può essere visitato solo da piccoli gruppi di persone previa richiesta agli uffici comunali. Il castello di Vicalvi è anche noto alle cronache esoteriche, per le visioni che si sarebbero qui registrate. Secondo la leggenda, in effetti, il luogo sarebbe teatro delle apparizioni di una ex-cortigiana, tal Aleandra Maddaloni, un nome però del tutto estraneo alla storia del castello di Vicalvi e ai suoi diversi feudatari nel tempo. Lei sarebbe vissuta nel castello nel XVIII secolo, segnalandosi per aver fatto uccidere i giovani che seduceva, durante le assenze del marito. Questi però, avendola scoperta, la fece murare viva in una delle torri. Nonostante le cattive condizioni,  visitandolo si ha l'immediata impressione della  grande fortezza che fu  e della sua importanza strategica. Appena entrati dal cancello alzando gli occhi sulle mura è possibile ammirare una latrina sospesa, uno dei pochi esempi presenti in Ciociaria. Si possono ancora scorgere le stanze, alcune completamente affrescate, di cui il castello era dotato, la cappella con ancora visibile un affresco raffigurante una magnifica Madonna Nera, la Sala Capitolare, tramezzata per accogliere le Monache di San Nicandro, con archi a tutto sesto e tracce di camini i cui travertini sono stati trafugati negli anni. Sul camminamento delle mura perimetrali è possibile spaziare con lo sguardo su tutta la Valle di Comino. Dal castello si può ammirare un panorama che offre una visione a tutto campo con i boschi, le montagne, i paesi circostanti della Valle di Comino e il borgo antico di Vicalvi. Altri link, consigliati per un approfondimento, sono: http://www.lazionascosto.it/castelli_fortezze_rocche_lazio/castello_longobardo_di_vicalvi.html, http://www.icastelli.it/castle-1244456459-castello_di_vicalvi-it.php, http://www.ciociariaturismo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=407:il-castello-di-vicalvi&Itemid=1613&lang=it, https://www.youtube.com/watch?v=Vig1JcMxcOo (video di Antonio Grella)


Foto: da http://www.casadiriposovillaaleandra.com/polopoly_fs/7.14142822.1366176131!/2.jpg e da http://www.aquinosindacoemerito-grincia.it/immagini/aquinonelmondo/c9.jpg

mercoledì 3 giugno 2015

Il castello di mercoledì 3 giugno






CORZANO (BS) – Castello Avogadro (oggi Bentini) in frazione Meano

Il borgo di Meano nel 1493 risultava assegnato al vicariato di Pompiano, di ragione di Luigi Avogadro, ed abitato da 200 anime (Medin 1886). Dal '600 Meano viene indicato come terra esente, e con un abitato avente: 25 fuochi e 600 anime, sotto la giurisdizione dei signori Avogadro (Da Lezze 1610); nel 1733 sembra ascritto alla quadra di Orzinuovi (Mazzoldi 1966). Nel 1764 è elencata tra le comunità feudali, privilegiate e nello stesso anno vi erano 192 anime. Nel 1766 è citato tra le terre esenti del Territorio bresciano (Elenco comuni Territorio di Brescia, 1766). Il castello venne edificato intorno alla fine del '400 dalla nobile famiglia bresciana degli Avogadro, del ramo dei patrizi veneti, e attorno ad esso è poi sorto l'intero abitato del quale si contraddistinguono una serie di cascinali di servizio posti in continuo dialogo con l’importante sistema idrico di rogge e risorgive, che rendono il borgo uno straordinario esempio di gioiello urbanistico medioevale della bassa padana. Probabilmente il progetto dell’edificio fu del celebre Pietro Avogadro citato in molti testi storici "padre della patria" per il ruolo ricoperto in servizio di Brescia e della Serenissima durante le tante battaglie svolte sul nostro territorio, contro l’esercito milanese dei Visconti. Il castello venne negli anni utilizzato esclusivamente come dimora di campagna e villino di caccia. A scopo difensivo fu dotato di un fossato con tanto di ponte levatoio. Fu quasi certamente residenza di una importante figura della storia cittadina: Luigi Antonio Avogadro condannato a morte da Gastone di Foix. Del castello principale non sono rimasti che due lati, quello verso la strada a monte e quello a sera verso il parco. I muri, fatti di mattoni rossi scoperti creano un simpatico effetto cromatico nel verde della campagna circostante. La facciata tra le due torri è ornata da una bella cornice con fregi in cotto. All'estremo del lato di monte vi è un rivellino con portone che un tempo era chiuso con un ponte levatoio, e tutto intorno vi girava un fossato alimentato da una delle tante roggie che percorrono il territorio di Corzano. All'interno un ampio cortile termina nel lato verso ovest con un portico a cinque arcate a tutto sesto, sostenuto da colonne in pietra bianca e capitelli fogliati. Su due colonne sono ancora visibili gli stemmi dei due casati principali proprietari del castello: il primo, in fascia doppiomerlato, porta le iniziali di Luigi Avogadro, il secondo partito, riporta l'aquila dei Martinengo. Sopra il portico è pregevole il loggiato cinquecentesco composto da undici archi e colonne, che termina sulla scala scoperta, che scende al piano terra nel cortile. Nei locali interni ampi e originali saloni con soffittature lignee a cassettoni, rendono vivace l'ambiente grazie alle loro decorazioni. La parte più pregevole è senza dubbio la sala al pianterreno. Le volte affrescate con scene di vita quotidiana da Floriano Ferramola nel 500, si alternano a stemmi dei casati Avogadro - Martinengo. Nell'Ottocento il castello fu acquistato dalla famiglia Bozzi, di origini pavesi, che restaurò parte dei locali interni e le bellissime cornici in cotto dei finestroni esterni. Attualmente appartiene alla famiglia Terenzi ereditaria dei Beni. L’immobile è di proprietà privata ma occasionalmente utilizzato dall’amministrazione comunale grazie alla sensibilità dei proprietari, per l'organizzazione di eventi culturali svolti nel giardino del castello.

Fonti: http://www.comuniterrebasse.it/edifici-storici.html?id=63, http://it.wikipedia.org/wiki/Meano_%28Corzano%29

Foto: di photo studio su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/393500 e da http://www.pianurasostenibile.org/bin/il_borgo_di_meano.html

martedì 2 giugno 2015

Il castello di martedì 2 giugno





MARTIRANO LOMBARDO (CZ) – Castello Svevo

Le origini di Martirano sono spesso associate all’antica Mamertum, la leggendaria città Bruzia che sorgeva in zona montana, percorsa dal Fiume Savuto, conosciuto in età romana con il nome di Sabazio, alle pendici della Sila, meglio nota come Selva della pece, motivo per il quale era detta anche Mamerzio nel significato di altare di Marte, divinità che era il simbolo della guerra e delle dispute marziali. La Calabria Bizantina subì la radicale trasformazione della cultura latina in quella orientale, di contro la parte caduta in mano longobarda, tra cui Martirano, conservò il rito religioso e la loro civiltà latina, in un’alternarsi di lotte durate circa 500 anni. Nell’anno Mille, all’arrivo dei Normanni, con in testa Guglielmo, figlio primogenito di Tancredi D’Altavilla, che nel 1044 si fermò nel Castello di Stridola, che era lungo la valle del Crati, si assistette al tentativo di unificare il Sud d’Italia. A Guglielmo era successo il fratello Drogone che a sua volta, nel 1047, chiamò in aiuto Roberto il Guiscardo, dando inizio alla dominazione Normanno-Sveva che contribuì a recuperare la situazione economica e sociale dei territori calabresi, ma nel contempo alla trasformazione politica dell’ordinamento istituzionale in quello feudale, le cui tipiche espressioni furono la suddivisione del potere in quello dei marchesati, dei ducati e delle contee.
Con bolla papale di Stefano IX, il 24 marzo del 1058, Roberto il Guiscardo istituì la Diocesi di Martirano e durante la reggenza di Ruggero II fu costruito l’imponente castello-fortezza che dominava la valle del Savuto ed una lapide sul portale di accesso principale, riportava l’anno di edificazione del mese di aprile del 1113, nel tredicesimo anno di regno di Ruggero, divenendo un caposaldo del sistema difensivo normanno realizzato in quegli anni (l’originale di quella trascrizione era custodito nell’archivio cittadino, una copia era venuta in possesso della famiglia Berardelli, autenticata nel maggio del 1610 dal Notaio F. Spina). Accesa fu poi la disputa per l’eredità del regno alla morte di Ruggero II che sfociò in episodi di accanita lotta tra Costanza che era la zia del figlio legittimo di Ruggero: Guglielmo II Buono e Tancredi che era figlio illegittimo di Ruggero II. Durante una sanguinosa battaglia alle porti di Martirano le truppe di Tancredi vennero sconfitte e la Contea di Martirano venne concessa a Enrico Kalà che era il luogotenente di Enrico VI e Hoenstaufen, marito di Costanza. A memoria di quell’episodio, per premiare la fedeltà degli abitanti di Martirano, l’accaduto venne ricordato con una lapide posta sulla facciata del castello che fu potenziato dalla costruzione di una torre nel 1197. Il kalà fu particolarmente generoso con la città di Martirano e tra il 1205 e il 1209, provvide, infatti, a costituire scuole pubbliche ed ospizi per i poveri, fu generoso con la Curia Vescovile, alla quale, tra i tanti privilegi concessi, donò il Vallone Cupo, nel Comune di Conflenti (così come risulta da copia del manoscritto di proprietà della famiglia Berardelli). Nel 1226 anche l’erede di Enrico Kalà, di nome Enrico, fece rifare la torre del castello, fortificandola con oggetti di rame, di cui un’iscrizione ne ricorda il fatto. Durante le invasioni saracene, anche Martirano diede il suo contributo, divenendo centro di raccolta di armi e soldati e Federico II, per riconoscenza, potenziò il Castello con un’altra torre e nel 1243 veniva ricordato con la sistemazione di una targa marmorea sulla porta del Castello.
A Martirano morì nel 1242, dopo prigionia, il figlio primogenito di Federico, Arrigo che aveva ordito una congiura contro il padre. A ricordare il triste evento, il Vescovo di Martirano, Giacomo Maria Tarsia pose a ricordo un’epigrafe nella chiesetta di San Marco. L’undici gennaio del 1271, in territorio di Martirano, moriva la Regina Isabella d’Aragona, incinta di sei mesi, per una caduta da cavallo, mentre attraversava un affluente del Savuto, di ritorno dalle Crociate con il marito Filippo denominato l’Ardito, figlio del Re di Francia S. Luigi IX. Le spoglie mortali di Isabella furono in parte sepolte nel Duomo di Cosenza ed altre traslate in Francia nella Chiesa di S. Dionigi. L’Europa medievale, tramontava per sempre, con la morte di Corradino, ultimo erede delle dinastia Normanno-Sveva, giustiziato da Carlo D’Angiò il 29 ottobre del 1268. Sono i secoli delle aspre contese tra Angioini ed Aragonesi. Il Vescovo di Martirano, Roberto, schierato a favore della causa Angioina, fece parte della Commissione nominata da Carlo, figlio di Carlo I, per esercitare il controllo sulle norme varate alla convocazione del Parlamento, in data 30 maggio 1283. Quell’incarico, fruttò al Vescovo di Martirano, il Feudo di Castel di Pietro, in Montecorvino.
Il castello di Martirano, in epoca angioina, divenne una prigione, dove venivano rinchiusi i nemici del re. Carlo Lo Zoppo, nel 1329, arricchì di nuove opere il Castello, mentre nel 1402 Ladislao ne fece dono al cittadino di Martirano, Bernardo Scaglioni, Comandante supremo dell’esercito del re. Gli anni successivi, furono segnati da tempi difficili e privi di risorse economiche. Nel 1442 sale al trono Alfonso d’Aragona, al quale fa seguito Federico d’Aragona, fino all’occupazione francese del 1501, terminata con l’arrivo degli Spagnoli, alla testa di Consalvo de Cordova, che occupò Martirano, nel 1494, per affermare un duraturo periodo di permanenza fino al 1734. Nel 1496, Andrea De Gennaro, Capitano di Federico d’Aragona riceve dalle suore la Contea di Martirano, un vasto territorio che spaziava su tutta la valle del Savuto e comprendeva Conflenti, Motta S. Lucia e Altilia Grimaldi. L’età feudale fu funesta per le condizioni di miseria in cui versava l’intera popolazione, per lo più composta da contadini e pastori, tiranneggiata da una folta schiera di seguaci del potente feudatario di turno. L’oppressione da parte dei potenti portò il popolo nel 1512 ad una forte ribellione che fu soffocata nel sangue con una feroce repressione, alla quale presero parte truppe per 400 unità, ordinate dal Vicerè di Napoli che fece arrestare i rivoltosi e mise a fuoco la città, era il 25 gennaio del 1515. Dai De Gennaro (con i figli Giovanni e la figlia Eleonora di Gennaro) il feudo di Martiano venne ereditato da Cesare D’Aquino. Nel 1450 furono nominati da Alfonso d’Aragona Conti di Castiglione e nel 1579 Cesare D’Aquino ereditò dalla madre la contea di Martirano, e nel 1582 chiese a Filippo II di ritornare in possesso anche di altre terre che erano state malgovernate da Giovanni Andrea di Gennaro. Il Seicento fu funestato dal terremoto del 1638 e dalla peste del 1630. Nel sisma rovinoso di quegli anni trovò la morte, nel castello di Nicastro, Cesare D’Aquino, figlio di Carlo a cui successero le figlie Cornelia e Giovanna. Nel Settecento si concluse la dinastia dei D’Aquino, Il feudo per differenti passaggi e varie successioni terminò con l’ultima feudataria Vincenzina Maria Pico e con le nuove leggi di eversione del feudalesimo, gran parte delle terre furono divise tra i Comuni ed il Demanio Regio. Un altro sconvolgente terremoto del 1783, portò lutti e carestie, case demolite, conventi e cattedrali irrimediabilmente perduti. Nel 1784 vennero aboliti i conventi e istituita la Cassa Sacra che incamerava tutti i beni ecclesiastici. Nel 1743 fu di passaggio il libertino Giacomo Casanova, amico del Vescovo De Bernardis.
Alle soglie dei primi dell’Ottocento, scoppiano i moti rivoluzionari sostenuti dagli ideali repubblicani, contro il Regno di Napoli, retto da Ferdinando IV. A Martirano, venne ucciso dalla guerriglia sanfedista, capeggiata dal Cardinale Ruffo, Giulio Berardelli. Nel 1806 arrivarono i Francesi che rovesciarono il Regno di Napoli. In quell’anno, a Martirano, si registrò un violento saccheggio ad opera dei Francesi, al comando del Generale Verdier di Monteleone. Nel 1806 venne abolito dai Francesi di Napoleone l’odiato sistema feudale. Il castello fu completamente demolito, purtroppo, dal terremoto del 1905.


Foto: da http://www.vacanzeincalabria.it/images/localita/martirano/martiranlomb01.jpg

lunedì 1 giugno 2015

Il castello di lunedì 1 giugno






LESSOLO (TO) - Castello Cagnis

Lessolo viene citato per la prima volta in un documento del 1044. Nella zona sono stati però rinvenuti indizi che fanno pensare alla presenza di insediamenti salassi, romani e poi longobardi. La parrocchia di San Giorgio fu istituita nel 1305. La chiesa di San Giorgio nella sua attuale struttura risale principalmente al XVIII secolo. Un ramo dei signori di Castellamonte, che comprendeva le famiglie Cagnis, Cognenco, Magnis, Capris, ebbe a lungo giurisdizione sul paese. Il Castello, ancora abitabile e di proprietà dei Cagnis, è situato su un’altura e conta due torri massicce, una quadrata e l’altra cilindrica, sopravvissute alla storica rivolta dei tuchini. La primitiva fortificazione, già citata in documenti del XIII secolo, venne infatti incendiata e distrutta. Ricostruita successivamente, nel corso dei secoli subì rimaneggiamenti fino ad essere trasformata in palazzo baronale.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Lessolo, http://www.bimdorabaltea.it/index.php?image=2&id_cat_info=8&id_info=14, testo "Castelli in Piemonte" a cura di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: di Laurom su http://it.wikipedia.org/wiki/Lessolo#/media/File:Lessolo_Castello_Cagnis_01.JPG e di F.Paravano su http://www.sonzareorda.it/lessolo/Diapositiva1.JPG