martedì 14 novembre 2023

Il castello di martedì 14 novembre




RIVOLI (TO) - Castello Savoia

Il Castello di Rivoli, con la sua peculiare struttura che si staglia sulla collina dell’anfiteatro morenico di Rivoli- Avigliana è uno dei simboli più importanti della dinastia sabauda, parte integrante di un disegno che da fine ’500 porta alla realizzazione della cosiddetta Corona di Delizie, simboli e celebrazioni del potere assoluto. Una primitiva costruzione risale, con ogni probabilità, al IX secolo, posta a guardia sopra il piccolo rilievo collinare dietro il centro storico di Rivoli; un primo documento scritto è del 1159, in un diploma con il quale l'imperatore Federico I Barbarossa cedeva i territori rivolesi ai vescovi di Torino. La prima illustrazione è datata 1609 e mostra un torrione centrale attorniato da edifici di varia dimensione con, lungo le pendici della collina il giardino che ingentilisce l’aspetto militare del complesso. Tuttavia, sul finire del XII secolo, i Savoia ne presero possesso, in quanto posizione strategica tra Torino e la Val di Susa. Fu poi Amedeo IV di Savoia, intorno al 1245, a far costruire una vera struttura fortificata. Nel 1350 il castello venne scelto come cornice del matrimonio di Bianca di Savoia e di Galeazzo Visconti. Nel XV secolo, vi transitò qui la Sacra Sindone, per la prima volta in Piemonte. Già in possesso dei Savoia dal 1457, la Sacra reliquia fu spesso spostata a protezione da guerre e trafugatori. La duchessa Jolanda ne ordinò una breve ostensione rivolese, prima dell'ostensione presso Pinerolo, durante la Pasqua del 1478, e il rientro del Lenzuolo a Chambéry. Con il trattato di Cateau-Cambrésis del 1559, venne stabilito che il duca Emanuele Filiberto I di Savoia non potesse abitare in Torino finché non avesse avuto un erede maschio. È proprio per questo motivo che la primitiva fortificazione venne modificata e ingrandita a residenza provvisoria del duca. Il progetto di ampliamento fu dato ad Ascanio Vitozzi. Emanuele Filiberto I si stabilì con la sua corte a Rivoli e il suo erede Carlo Emanuele nacque nel Castello il 12 di gennaio del 1559, sotto le cure e i buoni auspici di Nostradamus, convocato per seguire la gravidanza della duchessa Margherita di Valois. Per questo motivo l’edificio venne ammodernato dagli architetti Francesco Paciotto e Domenico Ponsello. Il nuovo duca Carlo Emanuele I incaricò gli architetti Castellamonte, padre e figlio di trasformare l’antico maniero medioevale in residenza di loisir, come lo vediamo nelle due tavole del Theatrum Sabaudiae, narrazione celebrativa per immagini delle città, le fortezze, le residenze e tutte le bellezze del Ducato. I lavori si dissero conclusi nel 1644. Tutto il complesso fu concepito a pianta rettangolare, quindi sviluppato in altezza, partendo da un piano rialzato rispetto alla base, a sua volta sovrastato da altri due piani. Nelle stesso periodo venne realizzata la cosiddetta Manica Lunga. Si tratta di un edificio più basso e distaccato dal castello, connesso soltanto da un passaggio pedonale, molto stretto e lungo 120 metri in direzione sud-ovest-ovest. La Manica serviva come luogo di rappresentanza, pinacoteca sabauda, scuderie e alloggi per la servitù. Il cantiere venne completato nel 1670, e il Castello ospitò altri eventi importanti come la celebrazione del compleanno di Cristina di Francia, seconda Madama Reale, tenutosi il 10 febbraio del 1645. Di quel periodo oggi ci rimane, unico esempio la sala di Amedeo VIII, al secondo piano, sola sopravvissuta dopo il passaggio delle truppe francesi del Maresciallo Catinat, che mise a ferro e a fuoco l’edificio nel 1690 e nel 1693. All'inizio del XVIII secolo, infatti, sia il castello sia la Manica vennero incendiati e saccheggiati dai francesi, a causa della guerra di successione spagnola. Dopo l'assedio del 1706, Vittorio Amedeo II di Savoia riprese il possesso dei territori e ordinò la ristrutturazione dei danni subiti. Passati i venti di guerra Rivoli doveva risorgere, vennero consultati gli architetti del Re Sole, i primi progetti furono redatti dall’architetto Michelangelo Garove, che tracciò lo Stradone del Re, oggi corso Francia, l’arteria scenografica che porta alla nuova Reggia. L’edificio venne ingrandito, si abbatterono le torri danneggiate e in quelle in testata venne creato il sistema di scale a doppie rampe, di leonardesca memoria, che ancora oggi porta dal piano terreno all’ultimo, senza entrare nelle sale. Fu con Filippo Juvarra, giunto a Torino nel 1715, a prendere forma, partendo dal lavoro del Garove, morto nel frattempo, il grandioso progetto di reggia, nuovo simbolo del potere assoluto di Vittorio Amedeo II, divenuto re di Sicilia. Un luogo in grado di rivaleggiare con le altre residenze europee, un sogno mai totalmente realizzato, da apprezzare nella sua interezza soltanto grazie al magnifico modello ligneo dell’Ugliengo, alle tele dipinte dai migliori vedutisti dell’epoca e ai progetti. Un edificio sontuoso, scenografico, senza la Manica Lunga, destinata ad essere demolita, dall’imponente corpo centrale attorniato da due ali speculari, il tutto coronato da balaustre e statue nel pieno stile juvarriano. All’interno raffinati appartamenti decorati da pittori provenienti da tutta Italia, con arredamenti preziosi, oggi completamente perduti. Mai realizzati, invece, l’elegante atrio, e al piano nobile l’imponente salone da ballo, causa dell’arresto dei lavori nel 1734, dovuti all’alto costo del cantiere, ma anche ai fatti tragici legati alla prigionia di Vittorio Amedeo II proprio qui. Quest'ultimo visse nel castello la sua pazzia: pur avendo abdicato in favore del figlio, non ne volle sapere di lasciar perdere gli affari, e cercò di spodestare Carlo Emanuele III il quale, di concerto con il suo ministro il marchese Ormea, decise di rinchiudere il padre nella residenza rivolese. Per l'occasione, l'edificio venne nuovamente modificato: furono aggiunte grate alle finestre e fu chiuso l'accesso alla Manica Lunga. E lo vediamo ancora oggi, il punto in cui si è arrestato il cantiere, nell’imponente atrio a cielo aperto dove i basamenti sono ancora in attesa delle colonne, rimaste nella cava della Valle di Susa, con la scalinata, oggi ad una sola rampa e qualche scalino, che arriva nel niente, sino al grande taglio ancora in mattoni, mai terminato. Si dovette attendere il 1793 perché a Rivoli riprendessero i lavori, ma i tempi grandiosi erano passati, il Castello e tutte le sue pertinenze divennero appannaggio del secondogenito di Vittorio Amedeo III, Vittorio Emanuele duca d’Aosta, e della moglie Maria Teresa d’Austria-Este, arrivò un nuovo architetto, Carlo Randoni, che, nonostante tutto, nei suoi primi progetti immaginava di riprendere laddove Juvarra aveva interrotto. A questo periodo appartiene l’appartamento al secondo piano, dal gusto totalmente rinnovato, e alla moda, uno stile che guardava all’Inghilterra, in linea con le nuove idee portate in Piemonte da una certa aristocrazia illuminata, che fu il tramite dell’arrivo a Rivoli delle nuove maestranze. Di quel periodo è la scala, di cui oggi rimangono solo più i graffiti di cantiere, con gli scalini, sulle pareti dell’atrio interno, demolita nel corso dei lavori di restauro tra il 1979 e il 1984. Nel periodo napoleonico il Castello venne chiuso, come la maggior parte delle altre residenze, molti mobili non erano già più presenti, altro venne portato a Torino; l’Imperatore decise di donare il complesso al Maresciallo Ney, novello principe della Moscowa, in quanto comandante titolare di una coorte della Legion d’Onore. Con la Restaurazione vennero ripresi i lavori da parte del Randoni, ma ormai il Castello di Rivoli aveva perso importanza. L’atrio è la testimonianza diretta dello stato del cantiere juvarriano al momento della sua interruzione. Sebbene grazie alle vedute settecentesche di Marco Ricci e Massimo Teodoro Michela si conosce l’aspetto che avrebbe dovuto avere, il restauro di Andrea Bruno ne ha volutamente evitato ogni completamento. Sul lato settentrionale del Castello troneggiano i robusti pilastri juvarriani, mentre sulla pavimentazione di porfido, lastre di marmo e di pietra disegnano le posizioni dei ritti e l’andamento delle campate, mai realizzate. L’imponente parete del Castello presenta i supporti per le decorazioni non eseguite, le nicchie pensate per le statue e le grandi aperture tamponate che evocano i saloni immaginati dall’architetto messinese. In alto troneggia lo sporto panoramico in acciaio e cristallo inserzione contemporanea. Dall’altro lato la Manica Lunga, castellamontiano edificio nato per ospitare la pinacoteca di Carlo Emanuele I, che secondo i progetti settecenteschi, doveva essere abbattuto per cedere lo spazio ad una ala grande quanto quella già esistente. La Manica Lunga è stata al centro della campagna di restauro partita nel 1986, come si legge dalla data fissata nella parete. Nel 1863 il castello fu affittato all'amministrazione comunale rivolese, che ne fece una caserma militare, per la cifra di 2.000 lire al mese. Nel 1883 venne direttamente acquistato dal Comune di Rivoli, per la cifra di 100.000 lire. Venne qui trasferita la biblioteca civica, e vennero conservati alcuni mobili ai Savoia, mentre il resto dell'edificio rimase caserma. La seconda guerra mondiale distrusse buona parte degli edifici: i primi interventi architettonici post-bellici furono fatti con la semplice intenzione di non far crollare definitivamente la struttura. Nel 1946 il Castello fu adibito a Casinò Municipale. Assiduo frequentatore della roulette era Vittorio De Sica. Il Casinò chiuse dopo pochi mesi. L'edificio, incompiuto, è di interesse storico e Patrimonio dell'Umanità dell'Unesco. Il castello ospita il Museo d'arte contemporanea del castello di Rivoli, che dispone di 38 Sale, e che ogni anno ospita importantissimi eventi e mostre. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=hSW66ZFLr4g (video di UMB21VIDEO50), https://www.youtube.com/watch?v=PA1U-4def58 (video di the.historytellers), https://www.youtube.com/watch?v=4r4vZF5uLLM (video di paoloslavazza), https://www.youtube.com/watch?v=9EtCwjYLmRI (video con drone di Fabio Zilio), https://siviaggia.it/idee-di-viaggio/castello-rivoli-piemonte-tra-storia-e-leggenda/220415/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Rivoli, https://www.castellodirivoli.org/, https://www.castellodirivoli.it/

Foto: la prima è presa da https://siviaggia.it/idee-di-viaggio/castello-rivoli-piemonte-tra-storia-e-leggenda/220415/, la seconda è di Davide Dusnasco su https://www.beniculturalionline.it/location-1741_Castello-di-Rivoli---Museo-d%E2%80%99Arte-Contemporanea---CRRI-Centro-di-Ricerca---Virtual-Tour-360%C2%B0.php. Infine, la terza è una cartolina della mia collezione

lunedì 13 novembre 2023

Il castello di lunedì 13 novembre



GUARDEA (TR) - Castello di Frattuccia

Da una pergamena del 25 Aprile 1305 (Archivio Comunale di Amelia, carta n° 16) risulta che il Comune amerino concesse, in feudo, a 43 ex massari di Canale, il colle della Frattuccia per edificarvi un castello soggetto ad Amelia. Il castello non fu costruito dove lo vediamo ora ma sul poggio poco distante (S. Maria delle Castella), solo nella seconda metà dello stesso secolo, forse a causa della peste, gli abitanti si trasferirono nel sito attuale. Nel 1356 Giordano Orsini, Rettore del Patrimonio di San Pietro e Capitano Generale della Chiesa, chiese a Frattuccia, a Collicello e a Sambucetole il giuramento di fedeltà alla comunità di Amelia. Questo atto non comportava soltanto recarsi ad Amelia e giurare fedeltà agli Anziani, ma significava fornire milizie per la difesa del territorio, pagare le tasse e obbedire a tutte le disposizioni emanate da quel governo. Nel 1396 Papa Bonifacio IX concesse, pro tempore, il dominio di parte dei Monti Amerini al Nobil Uomo, Giovanni di Nallo, Frattuccia era tra le località nominate. Nel 1403 Giovanni di Bettona, mentre era a Collicello per la costruzione della torre, venne incaricato di fare una relazione sul sistema difensivo del castello di Frattuccia che aveva molto sofferto. Qualche anno dopo (1408) Pietro Mannucci e Marcuccio Ciccoloni, capimastri, eseguirono i lavori di fortificazione nelle mura del castello. Fu anche nominato un cittadino locale, tale Francesco, guardiano di Frattuccia. Nel 1411 Braccio Fortebraccio da Montone, al servizio di re Ladislao (1412) mentre era di passaggio e si recava con i suoi a Lugnano, impegnato a conquistare le terre della Chiesa, fece danni al castello di Frattuccia. Nel 1412 lo stesso capitano di ventura sottomise, con l’occupazione, Frattuccia e il suo territorio. Martino V recuperò il castello allo stato pontificio attraverso un breve del 22 novembre 1419, rilevandolo probabilmente da Todi. Il castello fece più volte le spese delle cruente lotte tra gli Atti (guelfi) e i Chiaravalle di Todi (ghibellini). Quando Pio II intimò ad Amelia e a Todi di conquistare il castello di Canale, roccaforte dei Chiaravalle, questi si mossero a più miti propositi e cedettero al Papa il castello di Frattuccia ed altri a patto che si sospendesse la guerra contro Canale. Durante il passaggio delle truppe di Boso e Jacopo Cotignola, alcuni abitanti di Colcello e Frattuccia furono fatti prigionieri. In seguito vennero liberati per intercessione degli Amerini. Nel 1415 a Frattuccia furono dislocate le truppe del capitano di ventura Tartaglia. In quegli anni castellano di Frattuccia era il prete Angelo Piccolelli che poi divenne priore del Duomo di Amelia. Nel 1418 il vice Rettore del Patrimonio di San Pietro, Pizzolpassis, chiese armati da Amelia, ne voleva ottanta, ma dopo trattative si accontentò di quaranta; due erano di Frattuccia. Nel 1461 in occasione della difesa del castello di Collicello ci furono due morti, uno era di Frattuccia, Graziano, colpito da una pallottola plumea ex ceraboctana (carabina) emessa (scagliata). A Frattuccia, come in tutta la zona, nell’agosto del 1468 comparve la peste che infierì anche nell’anno successivo. Si ha notizia di una nuova epidemia di peste negli anni 1478-1479,1481. Nel 1481 il castello di Frattuccia, nel mese di Gennaio, subì razzie da parte di Todi. Alla fine del secolo Frattuccia, come tutti i paesi limitrofi, tornò alle dipendenze dei Chiaravallesi che scelsero queste zone come base per tutte le loro folli imprese. Mentre Altobello di Chiaravalle si apprestava a sferrare l’attacco per la conquista di Todi, gli Amerini credettero opportuno inviare al castello di Frattuccia milizie per la protezione degli abitanti. Nel 1514 il castello era iscritto al contado di Amelia. Del primitivo impianto castellare rimane un breve tratto della cinta muraria collegato con una torre a base quadrata, oggi rudere, utilizzata al piano terreno come parte di abitazione.

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-frattuccia-guardea-tr/, http://www.giobbe.org/NORCIA-CULTURA/Contenuti/Umbria/Guardea/Frattuccia/Castello_nuovo_di_Frattuccia/Castello_nuovo_di_Frattuccia.html

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-frattuccia-guardea-tr/

venerdì 10 novembre 2023

Il castello di venerdì 10 novembre



MARANO DI NAPOLI (NA) - Torre Caracciolo

Il maniero nacque a Marano nel XV secolo, sulle colline dei Camaldoli, per volere del sovrano Ferrante I D’Aragona, re di Napoli dal 1459 al 1494. Costruito come dimora-fortezza in realtà pare non sia mai stato coinvolto in eventi bellici. Tuttavia si riscontra nell'impianto planimetrico l'intento di creare un presidio stabile di difesa del territorio che fosse capace di resistere ad un eventuale attacco per un lasso di tempo breve ma tale da permettere l'arrivo di aiuto da presidi vicini quali i castelli Scilla e Monteleone, che insieme ad Aversa ospitavano guarnigioni; ancora bisogna tener conto della vicinanza alla città di Napoli e al castello di Baia. Alla caduta del regime aragonese e con l’avvento del vicereame spagnolo (1504), Torre Caracciolo divenne proprietà della famiglia Ricca, baroni di Ampollosa, con i quali il complesso fu adibito ad austera residenza di campagna. Dopo una lunga e travagliata successione nel settecento il castello passò alla famiglia Capace Piscicelli che si occupò di un rimaneggiamento senza però intaccare la struttura originaria. Dal 1860 al 1935 il luogo rimase abbandonato fin quando il conte Ambrogino Caracciolo di Torchiarolo, dal quale deriva l’attuale denominazione, ne venne in possesso. Nell’ultimo periodo bellico in Italia, la Torre tornò alla sua originaria vocazione ospitando la sede del comando tedesco, che la utilizzò come punto d'avvistamento temendo uno sbarco degli Alleati sul litoraneo domizio. Il complesso di oltre 2400 mq si estende attorno ad un cortile rettangolare ed è composto da una torre costituente il mastio, da due corpi di fabbrica, di cui il primo ha sviluppo planimetrico a "L" e cinge il cortile a sud e ad ovest, mentre il secondo, a pianta quasi rettangolare, lo chiude a nord. Immancabile la cappella gentilizia a pianta quadrata impreziosita da un altare in marmo grigio. La torre costituente il mastio si eleva per tre livelli fuori terra, presenta una pianta rettangolare, interrotta da torrette in corrispondenza degli spigoli, ed è attualmente a copertura piana. La muratura perimetrale del mastio si innalza a scarpa sino all'estradosso del primo impalcato proseguendo, poi, verso il piano di copertura in perfetta verticalità. Le torrette, invece, presentano solo pareti a piombo. Parte dei materiali da costruzione utilizzati provengono dai vicinissimi Campi Flegrei, ma è interessante sottolineare che la maggior parte del tufo giallo adoperato è stato cavato direttamente in loco. Attualmente è di proprietà privata.

Fonti: testo di Roberta Zannella su https://www.visitquarto.it/2022/05/17/torre-caracciolo/, https://it.wikipedia.org/wiki/Marano_di_Napoli#Architetture_militari, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Campania/napoli/provincia000.htm#torrecaracc

Foto: la prima è presa da https://calvizzanoweb.blogspot.com/2020/10/marano-il-giovane-e-la-verginella.html, la seconda è presa da https://www.visitquarto.it/2022/05/17/torre-caracciolo/

giovedì 9 novembre 2023

Il castello di giovedì 9 novembre



ACERENZA (PZ) - Castello longobardo

Sul castello di Acerenza non esistono notizie precise e non esiste neanche una pianta completa. Le notizie storiche certe sono che con la caduta dell’Impero Romano, presa da Totila, Acerenza divenne una delle roccaforti dei Goti e più tardi fu occupata dai Longobardi che la fortificarono e costruirono un castello, ingrandito da Sicone dopo l’817. Il castello, più volte distrutto e ricostruito, oggi è in parte inglobato in diverse costruzioni e ciò che ne è rimasto modificato nel tempo, è oggi adibito a sede del Museo Diocesano d'arte sacra. Nella torretta del Castello è incastonato un quadrante di orologio in pietra bianca. Si tratta di un orologio meccanico con quadrante “alla romana” segnante l’ora italica. Dall’analisi della morfologia urbana di Acerenza, è possibile riconoscere un’ipotesi della forma e della posizione del Castello, nel tessuto edilizio attuale. Passeggiando per il borgo di Acerenza sono molti i dettagli che ci richiamano alla memoria alcuni dei tratti che in passato sono appartenuti all’antico maniero come il fusto della Torre Circolare che risale alle Fortificazioni Longobarde, in parte crollata ed in parte assorbita negli edifici adiacenti. Anche la Torre del castello per tipologia, i materiali della costruzione e la forma austera rispecchia i caratteri dell’architettura fortificata di epoca longobarda, presente nei vari centri medievali della Lucania. Il Museo Diocesano, che occupa gli antichi locali del Castello Longobardo di fine VIII secolo, venne ritoccato durante il periodo Normanno-Svevo e successivamente sotto la dominazione di Angioini ed Aragonesi. Divenuto Palazzo Ducale agli inizi del XVII secolo, fu donato alla Curia Vescovile che vi istituì il Seminario diocesano. Dal 2007 ospita il Museo Diocesano di Arte Sacra, costituito dalla collezione archeologica e dalle sale a carattere sacro, al cui interno sono esposte statue lignee, reliquiari, paramenti sacri ed oreficeria napoletana. Al suo interno, l’Archivio Diocesano conserva codici miniati e pergamene del XII al XVI secolo. L’esterno si presenta con un loggiato a doppio ordine di finestre intervallato da balconi. Restano poi i ruderi di una delle torri del primo circuito murario altomedievale di Acerenza. Vennero costruite verso la fine del VIII secolo sotto Grimoaldo III di Benevento, successivamente allo strategico incastellamento della città. Rimaneggiate nel corso dei secoli, le mura sopravvivono in incisioni e litografie del XVII e XVIII secolo. Altri link di approfondimento: http://comune.acerenza.pz.it/il-castello-di-acerenza/, https://www.raiplay.it/video/2018/10/Il-Borgo-dei-Borghi---Acerenza-PZ-in-Basilicata-58bd0443-898c-476d-b5a0-deff7fd9d82d.html (video)

Fonti: https://www.lucanista.com/visit/castelli/castello/165/, https://www.prolocoacerenza.it/castello-e-museo-diocesano-di-arte-sacra/, https://www.paesionline.it/italia/monumenti-ed-edifici-storici-acerenza/castello, https://www.prolocoacerenza.it/torre-longobarda/

Foto: la prima (museo diocesano) è presa da https://www.lucanista.com/visit/castelli/castello/165/, la seconda (torre longobarda) è presa da https://www.basilicataturistica.it/territori/acerenza/

martedì 7 novembre 2023

Il castello di martedì 7 novembre



CASTIGLIONE DELLA PESCAIA (GR) - Cassero Senese in frazione Vetulonia

Il cassero è ciò che rimane dell'antico castello medievale di Colonna, denominazione assunta dalla località etrusca di Vetluna durante il periodo longobardo. La primitiva costruzione risalente all'VIII secolo apparteneva ai vescovi di Lucca che la cedettero all'Abbazia di Sestinga attorno all'anno mille. Dopo essere divenuto proprietà dei Lombardi di Buriano nel corso del Duecento, il complesso passò nelle mani dei Senesi nel 1331. Verso la metà del Quattrocento l'originario castello venne gravemente danneggiato da Jacopo Piccinino e, a causa degli ingenti danni subiti, risorse come villaggio privo di ogni importanza. Ne venne ristrutturata soltanto la parte del complesso corrispondente al cassero. Con la caduta della Repubblica di Siena avvenuta alla metà del Cinquecento, Vetulonia e la sua fortificazione entrarono a far parte del Granducato di Toscana e, da allora, ne seguirono le sorti. Nei secoli successivi, alcuni interventi di ristrutturazione hanno parzialmente modificato l'originario aspetto medievale. Il Cassero Senese di Vetulonia si presenta come un complesso fortificato costituito da due corpi di fabbrica, con le pareti interamente rivestite in pietra, dove si aprono alcune finestre disposte su più livelli in modo irregolare. Il corpo di fabbrica più basso, parzialmente modificato nei secoli scorsi, è addossato sul lato sinistro all'originaria torre medievale, priva di coronamenti sommitali e con base scarpata costruita sulle mura etrusche dell'Arce. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=OeVWjZHeRf8 (video di Luigi Manfredi), https://www.youtube.com/watch?v=Al2xFA8cBKg (video di Fabio Balocchi)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cassero_Senese_(Vetulonia),

Foto: entrambe prese da https://www.maremmaguide.com/vetulonia.html

lunedì 6 novembre 2023

Il castello di lunedì 6 novembre



ANZIO (RM) - Tor di Caldano (o Tor Caldara)

E' una torre costiera presso Lavinio Lido di Enea nel comune di Anzio. E' stata edificata presumibilmente alla metà del XVII secolo a difesa di quel tratto di costa contro eventuali sbarchi armati. Si suppone che la sua edificazione sia avvenuta anche a difesa delle caldare delle miniere di zolfo, che sono sorte in questa zona dal 1569 a prima del 1828, e che avrebbero anche dato il toponimo alla torre e all'intera zona. La torre era probabilmente più alta in origine. Sorge su un piccolo promontorio roccioso che anticamente era in un'area disabitata distante due miglia dal porto di Anzio. La distanza dal centro di Anzio è di circa cinque chilometri. Da un disegno settecentesco appare a tre piani, con la porta di ingresso sopraelevata accessibile tramite una rampa di scale. Di forma circolare, con un diametro di circa 10 metri e l'altezza di 9 metri, restò in efficienza finché durò l'attività estrattiva. Lo zolfo, però, tuttora presente anche come esalazione (il caratteristico odore di "uova marce"), continua a segnare nettamente la parte costiera con striature e macchie giallastre. La torre subì gravissimi danni nel 1813, nel corso di un bombardamento operato dalle navi inglesi che avevano violato il blocco continentale napoleonico, durante il quale la stessa località di Porto d'Anzio venne semidistrutta. Tor Caldara fu scenario anche dei violenti scontri del cosiddetto sbarco di Anzio: ne sono testimonianza i resti di bunker alleati. La torre è inclusa nell'area di 44 ettari facente parte della Riserva naturale regionale Tor Caldara, istituita con legge regionale del 26 agosto 1988 n° 50. In prossimità della torre, inclusi nel perimetro della Riserva, si trovano i resti di una villa romana, gli impianti dismessi delle antiche miniere, alcune sorgenti di acqua sulfurea e vari stagni, nonché le trincee lasciate dopo lo sbarco anglo-americano del 22 gennaio 1944. La scogliera che da Tor Caldara si congiunge al Lido di Cincinnato /Tor Materno, è infine ricca di reperti fossili, in parte andati persi per l'erosione della roccia. Ai sensi del Decreto 25/3/2005, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 157 dell'8 luglio 2005 e predisposto dal Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ai sensi della direttiva CEE, la zona delle solfatare e dei fossi viene considerata sito di interesse comunitario. Altri link suggeriti:https://www.droningitaly.it/v9471-tor-caldara-riprese-dal-drone.htm-riprese-dal-drone.htm (video con drone), https://www.youtube.com/watch?v=jIa7euLUq7Q (video di Associazione Latium Vetus), https://www.youtube.com/watch?v=5JikhG0GTeY (video di 2 Ruote Channel)

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Tor_di_Caldano

Foto: entrambe della mia amica Daniela Marchini, realizzate in data 05/11/2023

venerdì 3 novembre 2023

Il castello di venerdì 3 novembre



MARANZANA (AT) - Castello

Sulla piazza principale del paese troneggia il castello medioevale del 1100, ampliato e rimaneggiato nei secoli ma perfettamente conservato e visitabile tutto l’anno. In epoca medioevale, il territorio di Maranzana era controllato dai marchesi di Incisa. Nel 1180 il marchese Del Bosco stipulò un patto d’intesa con Alessandria, ricevendo in feudo parte del territorio alessandrino e, luogo di grande importanza strategica, il feudo di Maranzana. Nel 1221 il feudo di Maranzana divenne proprietà degli Astigiani che, giurando fedeltà ai vescovi, ricevettero in cambio il territorio. Dopo intricate e alterne vicende, nel 1477 parte del feudo passò agli Occimiano e nel 1590 Antonio di Biandrate divenne feudatario del territorio. Questi, nel 1634, alienò il castello di Maranzana a Filippo Caresana la cui famiglia, pochi anni dopo, passò il possesso alla famiglia Ghilini i quali, a loro volta, nel corso del XIX secolo cedettero la proprietà ai Pozzi. Il castello di Maranzana s'impone per la grandiosa e austera struttura muraria, alleggerita da alcuni elementi di qualità architettonica e decorativa. È caratterizzato da una grande cinta muraria d'importanza protettiva e strategica, prospettante la vallata del torrente Cervino a nord-ovest e aprendosi ad est verso il concentrico, mediante un ponte che anticamente era "levatoio" e che ancora adesso permette l'accesso al complesso. Da questo lato le mura si chiudono attorno all'antica torre (preesistente al corpo del castello) che ripete nei suoi fregi, a dente di sega, i motivi ornamentali su tutto il perimetro delle mura che dominano la piazza centrale. Alla fine del XVI secolo risultava intorno al ricetto una fossa in cui stagnavano le acque piovane. Il maestoso edificio aveva infatti funzioni difensive e ancora oggi possiamo notare la presenza di specole di osservazione, feritoie, passaggi segreti, sotterranei, cunicoli che collegano alle colline vicine (questi non più percorribili) e persino un piano seminterrato in cui sarebbe presente un trabocchetto; il seminterrato è attualmente inaccessibile perché la porta che vi conduce è murata, ma in un futuro non troppo lontano potrebbe essere aperta! Sulla torre est è visibile anche il foro dal quale si scaricavano bitume, olio bollente e sassi su chi tentava di assaltare le mura. La maestosa costruzione ha conservato alcune parti importanti, malgrado i rimaneggiamenti eseguiti nel corso del tempo, fra le quali: l'imponente torre quadrata che presenta alla base una muratura a scarpa e in alto un bel fregio, a dente di sega; il grande fabbricato che s'innesta sulla torre con andamento ad angolo ottuso; il tracciato delle cortine (circa due metri di muratura) e la bella torre angolare circolare, anch’essa decorata a denti di sega, ma, purtroppo rimasta vittima di una manomissione, riguardante una loggetta ricavata nella sua parte superiore, ottenuta distruggendo il coronamento e la merlatura. A Maranzana, come anche in altri castelli monferrini, è interessante far notare una costante caratteristica: la compresenza di torri quadrate e tonde nello stesso maniero. Questa alternanza nei castelli della zona non è quasi mai una casualità, ma si può affermare, con tranquillità, che si tratti di uno stile di costruzione ben preciso, che consisteva nell'edificare, generalmente, le torri ad angolo in forma circolare, mentre, il mastio o comunque la torre sovrastante l'ingresso in forma quadrata o rettangolare. Tale particolarità si presenta raramente in altre Regioni d'Italia. Il castello è oggi adibito ad agriturismo (https://www.aziendamachebelcastello.it/)

Fonti: https://www.astigov.it/it/point-of-interest/castello-di-maranzana, https://www.comune.maranzana.at.it/it/page/il-castello-e-la-torre-civica, https://www.destinazionemonferrato.it/un-castello-dallanima-green/

Foto: la prima è presa da https://atlas.landscapefor.eu/category/1200-1300/poi/18300-castello-di-maranzana/17394-il-castello-di-marencanus/, la seconda è di Brigante mandrogno su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_di_Maranzana.jpg