martedì 3 ottobre 2023

Il castello di martedì 3 ottobre



IVREA (TO) - Castello del Conte Verde

La costruzione iniziò nel 1358 per volere di Amedeo VI di Savoia, detto il Conte Verde con incarico affidato all'architetto Ambrogio Cognon e si concluse tra il 1393 e 1395 impegnando una grande quantità di manodopera: si ritiene che in certe giornate vi lavorassero più di mille persone (si consideri che a quei tempi Ivrea aveva circa 3500 abitanti) con maestranze qualificate provenienti da Vercelli, Milano e Ginevra. Con la scelta del sito Amedeo VI volle che il castello si ergesse a fianco delle sedi principali del potere politico e religioso medioevale: il Palazzo Vescovile ed il Comune (Palazzo della Credenza). Per far posto al nuovo edificio fu necessario abbattere diverse case e le mura della città verso nord. Cessate le tensioni belliche che ne avevano determinato la costruzione, nella seconda metà del XV secolo il castello funse soprattutto da raffinata dimora dei Savoia, assistendo allo sviluppo della cultura e delle arti che fu promosso in particolare dalla duchessa Jolanda di Valois, figlia di Carlo VII re di Francia e di Maria d'Angiò. Uno scritto del 1522 redatto in occasione della celebrazione di un battesimo, ci informa sugli arredi delle sale, gli addobbi, i balli e le feste che animavano la vita di corte. Conosciamo anche il nome di un pittore francese tardogotico, Nicolas Robert, che affrescò nel castello l'oratorio di Jolanda di Valois (a dispetto delle testimonianze scritte, delle sue opere non è rimasta traccia). Del gusto cortese di tale periodo rimane traccia in una elegante bifora ad archi trilobati sormontata da stemmi della casa Savoia che si apre in alto sulla parete sud. Tra il XVI e il XVII secolo, con l'infuriare nel territorio canavesano delle lotte tra francesi e spagnoli, il castello fu ristrutturato e riprese la sua funzione di presidio militare e anche di ricovero per i profughi. Nel 1676 un fulmine provocò l'esplosione del deposito di munizioni collocato nella torre di nord-ovest (la torre mastra), esplosione che provocò, assieme al crollo della torre, 51 morti e la distruzione (e/o danneggiamento) di 187 case edificate a ridosso del castello. La torre non venne ricostruita, ed oggi si presenta mozza, con una copertura conica in lastre di ardesia. Dal 1700 l'edificio venne adibito a carcere mantenendo poi tale funzione fino al 1970. In questo periodo intervennero significative ristrutturazioni legate ad esigenze carcerarie: così probabilmente la originaria struttura a tre piani fu modificata in quattro, ricavando un maggior numero di vani di minore altezza. Nel 1970 si chiuse il carcere ed il castello rimase inutilizzato e chiuso al pubblico per nove anni, poi si avviarono i primi restauri: furono demoliti i corpi di fabbrica che erano stati aggiunti nel cortile, revisionate tutte le coperture e restaurate le torri e i merli. Dal 1994 il castello eporediese, di proprietà dello Stato, è stato dato in concessione al Comune, che ha predisposto un percorso di visita al cortile e ad alcuni locali. Nel periodo successivo vennero realizzati alcuni restauri per salvaguardare la struttura e per eliminare i corpi di fabbrica che erano stati aggiunti nel cortile. Dal 1994 lo Stato ha dato il castello in concessione al Comune che lo ha aperto al pubblico in diverse occasioni. Situato in posizione strategica dalla quale è possibile dominare la strada che conduce in Valle d'Aosta, il castello, chiamato anche "dalle rosse torri", fu costruito soprattutto con funzione difensiva. Fu concepito come costruzione massiccia a pianta di trapezio rettangolo, con torri cilindriche che si innalzano direttamente dal terreno; i locali e le stanze del castello si sviluppano su tre maniche, alte verosimilmente tre piani, che si affacciano sul cortile interno. Il castello ha 2 porte di accesso, la porte carraia e la pusterna. Su di esse sono ancora visibili due fessure nelle quali scorrevano le catene e i bolzoni del ponte levatoio. Sulla facciata si possono notare le caditoie attraverso le quali venivano buttati sul nemico liquido bollente e pietre. I merli, mancanti su questa facciata ma visibili sulle altre, sono a forma di coda di rondine: sono cioè "merli ghibellini" attestanti la fedeltà all'imperatore (quelli a forma di rettangolo detti "merli guelfi" significano invece fedeltà al Papa). Le mura sono spesse 1,85 mt. e alte 18 mt. al cammino di ronda. Attraverso un secondo cancello, si entra nel grande cortile sul quale si affacciano le numerose finestre delle celle, protette da fitte inferriate. Da questo punto si possono osservare anche le torri: quella mozza, che è la torre mastra; le due torri con i merli a coda di rondine, detti anche bifidi o ghibellini e la torre senza la merlatura. Al centro del cortile vi sono una grande cisterna di sei metri di diametro ed un pozzo. La prima veniva utilizzata come ghiacciaia (diametro di 6 m. e profondità di 4m), il secondo (con diametro interno di mt. 1,20) per l'approvvigionamento idrico del castello. L'interno del castello, costituito quasi interamente da celle, è visitabile solo in parte al piano terreno, dove vi sono la cella della torre, a pianta circolare, che veniva usata come cella di rigore, e cinque celle che si affacciano su uno stretto corridoio, chiuse da doppie porte e con finestre protette da robuste inferriate. In una di queste celle è esposto un plastico che riproduce il castello in miniatura e permette di osservare alcuni particolari dell’edificio e anche di quelle parti alle quali non è possibile accedere. Da documenti del 1814 risultavano esservi nel castello 28 camere: 5 sono celle per 4 persone, ognuna con servizio. Le porte delle celle avevano soltanto uno spioncino per il controllo dei prigionieri ma non lo sportello passavivande perciò non c'era possibilità alcuna per i prigionieri di comunicare con l'esterno. L'ospitalità era molto austera: minestra, pane e acqua e per giaciglio la paglia. Tra il 1882 e il 1831 il Castello poteva ospitare un massimo di 150 detenuti. L'ospitalità era molto austera: minestra,pane e acqua e per giaciglio la paglia. Delle strutture originarie restano sulle facciate le finestre gotiche in pietra ed elementi decorativi che confermano l'utilizzo del castello come residenza signorile oltre che come fortezza. Alcune finestre presentano ai lati scudi con la croce Sabauda. Il castello era dotato di soffitti in legno a cassettoni. Travi di questi soffitti esistono tuttora nei solai e nella parte più danneggiata. Nel 1980, le Poste Italiane dedicarono al castello un francobollo da 700 lire, facente parte della raccolta nota come "Castelli d’Italia". Altri link proposti per approfondimento: https://castlesintheworld.wordpress.com/2013/04/15/castello-di-ivrea/, https://www.youtube.com/watch?v=IZL9e4UNT08&t=7s (video di Luigi Salzarulo), https://www.youtube.com/watch?v=Hu33XwEu85Q (video di ARCHITETTURA in PILLOLE), https://www.youtube.com/watch?v=H9qq_sF5Nfs (video di Andalas), https://www.youtube.com/watch?v=Sjlkhh8PXUU (video con drone di CAMERACARONFLY)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Ivrea, https://digilander.libero.it/MutenDb/castello/index.html, https://archeocarta.org/ivrea-to-castello/, http://www.pavonerisorse.it/castello_divrea.htm

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.avpivrea.it/la-nostra-storia/

lunedì 2 ottobre 2023

Il castello di lunedì 2 ottobre



MAGIONE (PG) - Castello di San Savino

Il castello di San Savino sorge sulla cresta di un modesto rilievo collinare (314 m. s.l.m.), in una posizione storicamente strategica per il settore sud-orientale del Trasimeno. Il primo documento che menziona l’esistenza del piccolo borgo di San Savino risale al 1006, quando, per iniziativa del conte Pietro Attone, della nobile famiglia degli Attoni di Todi, sorse sulla cima di questo colle semideserto un monastero, dedicato al santo martire di Sulmona, di cui oggi non rimane traccia alcuna se non nella toponomastica del borgo. A protezione del convento e dei suoi monaci lo stesso conte Attone iniziò la costruzione della fortezza a base quadrata, a una sola porta d’ingresso con arco a sesto acuto e una sola torre dall’insolita forma triangolare, probabilmente suggerita dalla geomorfologia del sito. Completato definitivamente intorno al 1180, il castello di San Savino fu ben presto travolto da decenni di continue guerre e passaggi di eserciti che insanguinarono il contado perugino fino alla fine del XIII secolo, costringendo la città capoluogo impegnata nello sfibrante braccio di ferro con la vicina Cortona, a ricostruirne all’inizio del secolo successivo, le mura difensive, dotandole di merlature (il 31 dicembre 1310 il Consiglio del Comune di Perugia era stato costretto, infatti, a constatarlo vacuum et inhabitatum). Sorto in corrispondenza del preesistente castrum, il «nuovo» castello di San Savino seppe coniugare e sintetizzare elementi ed esigenze attinenti alla difesa del sito, alla colonizzazione dell’ambiente circostante, all’uso dell’importante direttrice stradale di cui era perno, alla prassi architettonica dell’insediamento murato due-trecentesco. La pianta urbana a fuso, con sviluppo lineare, che contraddistingue gli abitati rurali sorti in epoca altomedievale in corrispondenza di pievi o luoghi obbligati di transito, presenta una morfologia estremamente elementare, tutt’oggi chiaramente apprezzabile: impostata su una trama edilizia assai compatta ed omogenea, priva di elementi di differenziazione urbanistica, la cinta muraria si apre in un’unica porta ad arco ogivale, rivolta a ponente, che immette su una piazza quadrangolare occupata da un pozzo-cisterna e dominata dall’imponente profilo del mastio a pianta triangolare, sola emergenza architettonica tra le basse costruzioni disposte in serie parallele e allineate rispetto all’unica breve strada di penetrazione interna. La posizione elevata, dominante l’intero versante sud orientale del Trasimeno, rappresenta la testimonianza più immediata della funzione difensiva di importanza strategica per Perugia e il suo contado subito affidata al castello di San Savino, che insieme agli altri borghi fortificati della costa, costituiva un organico sistema di controllo per una zona economicamente importante e militarmente pericolosa, data la vicinanza al confine politico col libero feudo di Castiglione del Lago, per tutta l’età medievale e moderna nervo scoperto del contrabbando cerealicolo e ittico fra il comune di Perugia prima e lo Stato Pontificio poi, e il Granducato di Toscana. La cronica emigrazione che aveva colpito il borgo a causa delle guerre, riducendo la popolazione quasi esclusivamente ai monaci del convento, costrinse le autorità municipali perugine a emettere una serie di provvedimenti organici che garantivano il possesso di case e il godimento di particolari benefici agli abitanti delle vicine zone di Pian di Carpine e di Montecolognola che avessero voluto trasferirsi al castello di San Savino. Il risultato di questa operazione politica, dettata ancora una volta dalla necessità di mantenere il controllo della costa del lago, fu però piuttosto deludente: i magionesi non si mossero. Furono invece gli abitanti dell’Anguillara e delle vicine località lacustri a riedificare le case interne alle mura del Castello e a iniziare una prima espansione edilizia anche fuori dalle mura. Se del monastero da cui il paese ha preso il nome, oggi non resta nulla, anche le due chiese parrocchiali entrambe interne al castello, la Chiesa di Santa Maria Maddalena e della Madonna del Rosario, non esistono più, soppresse nel 1889 e sostituite dalla nuova chiesa fuori le mura, costruita a metà del XVIII secolo e consacrata al Santo eponimo dal vescovo Franco Riccardo Firmiani. E' possibile ammirare il castello attraverso immagini aeree grazie a questo video di Giacomo Chiodini Sindaco Magione: https://www.youtube.com/watch?v=Lq2ECFEOUw4

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-savino-magione/, https://www.ilturista.info/guide.php?cat1=4&cat2=8&cat3=8&cat4=50&lan=ita, https://it.wikipedia.org/wiki/San_Savino_(Magione), https://www.prolocosansavino.it/san-savino

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-san-savino-magione/

venerdì 29 settembre 2023

Il castello di venerdì 29 settembre



ROCCALBEGNA (GR) - Rocca Aldobrandeschi in frazione Cana

Il paese sorse in epoca medievale su una collina che domina in parte la valle del torrente Trasubbie e in parte la valle dell'Albegna. Nel corso del XIII secolo venne controllato prima dagli Aldobrandeschi, che vi costruirono la rocca, e poi dalla famiglia senese dei Tolomei. Alla fine del XIV secolo il centro entrò a far parte della Repubblica di Siena. Un secolo più tardi fu approvato uno statuto autonomo per la popolazione che rimase in vigore anche dopo l'annessione al Granducato di Toscana a metà del XVI secolo. La cinta muraria fu costruita dagli Aldobrandeschi agli inizi del Duecento, epoca in cui fu costruita anche la rocca. Il sistema difensivo racchiudeva l'originario insediamento castellano situato sulla sommità del poggio. Dell'antico sistema difensivo si conservano alcune cortine murarie rivestite in pietra, che in alcuni punti risultano addossati alle pareti esterne delle abitazioni. In alcuni tratti le mura si caratterizzano per la base a scarpa più o meno pronunciata. Il sistema murario difensivo è integrato, nella parte più elevata, con il complesso della Rocca aldobrandesca, che in passato presentava un aspetto fortificato ed era denominata anche Rocca al Cane. Di essa rimangono il fortilizio, il Palazzo della Giustizia e la Casa del Gran Cane, un tempo sede del palazzo civico. Altri link suggeriti per approfondimento: https://tuttatoscana.net/itinerari-2/cana-nella-maremma-grossetana/, https://www.youtube.com/watch?v=b0PLLQ0Bxq4&t=10s (video di Federico Silenzi dove forse si vede il sto dell'antica Rocca)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Mura_di_Cana, https://it.wikipedia.org/wiki/Cana_(Roccalbegna)

Foto: la prima è di Giuseppe de Giacometti su https://www.facebook.com/photo?fbid=853068554751850&set=pcb.853069501418422, la seconda è una cartolina del mio amico Claudio Vagaggini

giovedì 28 settembre 2023

Il castello di giovedì 28 settembre



CALCATA (VT) - Torre in località Santa Maria di Castelvecchio

Un’altura che domina il fiume Treja, affluente del Tevere, ospita sulla sommità un piccolo insediamento medievale da cartolina. Castelvecchio propone l’immagine più classica del Medioevo: una torre militare, un fossato difensivo, una chiesa, un monastero, tante abitazioni in grotta, un superbo panorama. La storia del borgo, per quel che è possibile ricostruire dalle fonti archivistiche, sarebbe iniziata già prima dell’anno Mille e durata qualche secolo. Nel Quattrocento le carte lo definiscono già ‘dirutum’ e abbandonato dai suoi abitanti. Si salvò ancora per un po’ la chiesa, custodita da eremiti e frequentata saltuariamente fino alla metà del Seicento. Poi il silenzio e l’oblio. Almeno fino alla riscoperta e alla sua recente valorizzazione. Proseguendo oltre la chiesa si traversa un fossato artificiale e si raggiungono le mura anticipate da un posto di guardia. Una scalinata sale all’interno dell’area fortificata, presidiata da una torre. Qui si percepiscono le tipiche caratteristiche dei villaggi fortificati altomedievali dell’Agro falisco. I centri sorgono su alture difese naturalmente da profonde valli fluviali e da pareti inaccessibili; sul lato più debole, quello di accesso, il sistema di difesa prevede lo scavo di un fossato, la costruzione di una cinta muraria e l’erezione di una roccaforte di vigilanza e di difesa. La torre quadrangolare, realizzata in blocchi di tufo, è un bell’esempio di struttura difensiva, con i due metri di spessore delle mura e gli undici metri di altezza; era a due piani e in alto correva un cammino di ronda ligneo che permetteva di controllare un’ampia porzione della valle del Treja. Altro link suggerito: https://www.cascatemontegelato.it/narce/santa-maria

Fonte: https://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/2020/02/25/parco-del-treja-il-borgo-medievale-di-castelvecchio/

Foto: entrambe del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini

mercoledì 27 settembre 2023

Il castello di mercoledì 27 settembre



CASTELDELFINO (CN) - Castello

Casteldelfino fu abitato fin dall’antichità ed è noto a partire dal X secolo con il nome di “Villa Sancti Eusebii”. Appartenne al Marchesato di Saluzzo, poi fece parte degli “Escartons” del Delfinato e, dopo il 1349 con tutto lo stato delfinale, passò al regno di Francia. Casteldelfino era la capitale della Castellata (o “Ciastelado”) che comprendeva anche i territori di Pontechianale e Bellino. L’alta Valle Varaita fu da sempre terra di confine, di grande importanza militare e commerciale per il controllo delle storiche vie di collegamento con le terre d’oltralpe, in particolare, quella denominata “chemin royal” con riferimento al lungo periodo di dipendenza dal Delfinato, con cui però poteva comunicare solo nella stagione estiva a causa dell’invalicabilità del colle durante l’inverno. Il Delfino Umberto II nel 1336 fece erigere un castello sul colle che dominava il borgo. Nel 1391 una frana distrusse l’abitato risparmiando solo la Chiesa di Sant’Eusebio, tuttora esistente. Gli abitanti cercarono rifugio nella parte più elevata e così si formò l’attuale paese che prese il nome dal “Castrum Delphini”e fu coinvolto nelle aspre guerre di religione della seconda metà del Cinquecento, venne occupato dai Savoia per passare poi di nuovo alla Francia. La dominazione sabauda divenne definitiva nel 1713 in seguito al trattato di Utrecht. Si hanno precise notizie sulle caratteristiche del castello grazie al resoconto contabile redatto da Raimondo Chabert, presentato alla Camera Delfinale nel settembre del 1336 e oggi conservato presso gli Archivi dell’Isère a Grenoble. Del complesso rimane traccia dell’edificio preminente, definito “palacium”, che in origine era alto 23 metri e venne descritto così: “Al primo piano vi è una cucina con corpo di guardia ed armeria. Il secondo piano è formato da un’ unica vastissima sala-dormitorio illuminata da ben 16 finestre, quattro per lato. Al terzo piano, il solaio. Tutto attorno al castellaccio, di forma quadrata, c’è un cortile recintato da mura che poggiano su paurosi strapiombi. Un ponte levatoio pone in comunicazione il palazzo con un’altra costruzione che sorge su un piccolo sperone roccioso, è un torrione che sovrasta il castello, posto di osservazione ed estrema difesa della guarnigione.” Nella relazione è detto che il “Castrum super villam Sancti Eusebii” verra’ chiamato “ Castrum Dalphini”. Il castello venne distrutto nel 1690 dalle truppe del duca di Savoia Vittorio Amedeo II. Di esso rimangono solo ruderi: sul lato meridionale permane una finestra intagliata nella pietra, con un motivo trilobo di coronamento. Rimangono tracce anche del recinto a fianco del palazzo dove in origine si trovavano appartamenti di servizio (forno, latrina, cisterna). Attigua al castello sorgeva una torre. E' dunque una struttura complessa, munita di tutte le funzioni difensive, residenziali e di rappresentanza. Solo approfondite analisi archeologiche potranno dare ulteriori informazioni relative a questo importante monumento. Altri link suggeriti:http://www.ghironda.com/vvaraita/rubriche/castello.htm, http://www.ghironda.com/vvaraita/rubriche/rucastel.htm, https://it.wikipedia.org/wiki/Casteldelfino, https://www.youtube.com/watch?v=wQpC1_wDTXU (video di Enrico20087)

Fonti: https://archeocarta.org/casteldelfino-cn-ruderi-del-castello-e-chiesa-di-santeusebio/, https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-casteldelfino?ldc

Foto: la prima è di Riccardo (Ricchi60) su https://www.flickr.com/photos/ricchi60/10715688773, la seconda è presa da https://archeocarta.org/casteldelfino-cn-ruderi-del-castello-e-chiesa-di-santeusebio/

martedì 26 settembre 2023

Il castello di martedì 26 settembre


CASTELLO D'ARGILE (BO) - Torre dei Marsigli

Unico esemplare di torre colombaia (o forse originariamente di difesa) rimasto sul territorio comunale, in località Ronchi, sulla strada tra il capoluogo e la frazione. E’ poco conosciuta e citata, forse perchè si trova nei pressi di una via (dedicata ad Attilio Ferrari) attualmente di passaggio quasi esclusivamente locale. Ma si trova in quel punto probabilmente perchè, nel tempo in cui fu costruita, si trovava su un percorso stradale ben più importante (anche se tortuoso, dovuto alle più antiche presenze di “lame“, paleoalvei e “Gorghi“ di Reno) di collegamento provinciale. La torre è di probabile costruzione quattrocentesca, come altre simili presenti nel bolognese; ma, essendo stata solo superficialmente esaminata finora, non si può stabilire con certezza. E’ stata probabilmente adibita a “colombara", come usava nei secoli scorsi, ma originariamente poteva aver avuto anche funzioni di difesa e avvistamento (di nemici in arrivo o di piene del Reno, non molto distante…). E’ citata nella Carta dei Beni culturali della Provincia per le sue “eleganti decorazioni in cotto e i tre cordoli con elementi disposti a dente di sega e a T e i coppi invetriati posti agli angoli e intorno alla finestrella”. Confrontando le foto, si può notare una notevole somiglianza con la torre detta “Colombarola” che si trova a S. Giorgio di Piano. Certo è che in questo punto, nel 1597, sorgeva già una torre, separata dalla casa colonica vicina, raffigurata dal perito Alfonso Nelli in una mappa che ne attribuiva la proprietà a “messer” Cesare Savi, membro di una importante famiglia signorile di possidenti, con beni e ramificazioni famigliari in Bologna e a Cento, oltre che in Venezzano e in Argile. In quella stessa mappa, la via che costeggiava la torre e si immetteva nella via dei Ronchi, era indicata come “via erbosa” (oggi via Allamari sud). Nelle mappe del 1700, torre, casa e terre annesse, risultavano di proprietà dei Marsigli, altra importante e nota famiglia nobile bolognese, che oltre a vari “Senatori”(del Senato bolognese), ebbe tra i suoi membri lo studioso Luigi Ferdinando Marsigli, appassionato collezionista, fondatore di una Accademia scientifica e poi dell’Istituto delle Scienze, a Bologna, nel 1714, donando alla città tutta l’enorme quantità di materiali riguardanti le scienze naturali e le arti da lui raccolti in tanti anni di carriera militare e di vita in giro in varie parti del mondo, al servizio dell’Impero d’Austria. Poichè nel Campione delle strade del Dotti, nel 1774, tale edificio venne indicato come “torre dei Marsigli”, e, nel catasto Boncompagni, nel 1780, il fondo denominato “la colombara” (insieme ad altri 5) , risultava ancora di proprietà del marchese Agostino Marsigli, la denominazione rimase poi nel tempo, sia nell’uso popolare che nelle scritture dei periti, anche quando passò a proprietari diversi. Nel 1828, le proprietà dei Marsigli in Venezzano furono acquisite dai Gozzadini, che le tennero a lungo, insieme ad altre confinanti in comune di Argelato, tanto che la stradina tra i loro campi che, dalla via argilese Allamari Sudsi immette sulla Provinciale Centese (in comune di Argelato), si chiama via Gozzadina ( e non parliamo qui della storia e della rilevanza che ebbe la famiglia Gozzadini, per secoli protagonista della vita politica e sociale bolognese, dalle lotte di fazione del 1300, all’impegno del conte Giovanni studioso e archeologo tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900). La torre dei Marsigli è oggi di proprietà di un coltivatore diretto del luogo, che la usa come ripostiglio e vano accessorio della casa che sorge a lato ; uso che probabilmente è stato praticato per secoli anche dalle famiglie di coloni/mezzadri che lavoravano la terra quando era di proprietà dei “signori” bolognesi.

Fonti: https://www.comune.castello-d-argile.bo.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/torre-marsigli-54131-1-6bb0a3b681b2375dee25645f512e3d08, https://www.pianurareno.org/new/2000/01/01/la-torre-dei-marsigli-a-castello-dargile-magda-barbieri/

Foto: l'unica trovata sul web è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Emilia/bologna/argil01.jpg

Il castello di lunedì 25 settembre



SCALA COELI (CS) - Palazzo Maiorano (o Castello)

Inserita nella Decima Circoscrizione dei domini bizantini, Scala Coeli fu dotata di costruzioni atte alla difesa dagli attacchi saraceni. A questo periodo risale la costruzione dei palazzi Vizza e Maiorano (con quest'ultimo tuttora soprannominato "Castello"). Con il passaggio alla dominazione dei normanni, nel 1250 Scala Coeli e i casali Motta e San Maurello vennero aggregati alla Contea di Cariati, seguendone le vicende feudali per secoli. La creazione della Diocesi di Cariati del 1437 rappresentò un periodo particolarmente florido sotto il profilo religioso-amministrativo, con la presenza, a Scala Coeli, di ben sette chiese e un convento francescano e, intorno alla metà del secolo, di una residenza estiva per seminaristi. Tra il XV e il XVI secolo è attestata anche la presenza di una piccola chiesa basiliana, di cui però si persero completamente le tracce nei secoli successivi. Nello stesso periodo si registrò anche la presenza di un convento carmelitano, dedicato alla Santissima Trinità e aggregato al Santuario della Beata Vergine del Carmelo. Nel 1678 il borgo passò ai Coscinelli, che vi esercitarono i loro diritti feduali fino al 1754, quando passò per successione femminile ai Vitilio. Nel 1768 fu infine acquistato dai Parisano Bonanno, baroni di Scala Coeli fino al 1806, anno dell'abolizione del feudalesimo. Il Palazzo Maiorano si trova nella parte alta del paese di Scala Coeli. Viene comunemente chiamato “castello” poiché, come la maggior parte delle fortificazioni coeve, deve la sua costruzione a scopi difensivi. Il palazzo risale ad epoca remota ed ha una struttura, da alcuni creduta normanna, di cui rimangono notevoli avanzi delle mura, della torre e dei bastioni del complesso appartenuto e trasformato dai Bonanno Parisani”. Altro link suggerito: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/cosenza/provincia002.htm#scalacoe

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Scala_Coeli, https://www.youreporter.it/scala-coeli-la-senatrice-margherita-corrado-visita-il-piccolo-borgo/

Foto: la prima è presa da https://www.pinterest.it/pin/474707616948001313/, la seconda è di Giuseppe Celsi su https://www.google.com/travel/entity/key/ChoI2evO75LPtqu4ARoNL2cvMTFndjAzN2xfYxAE?sa=X&utm_campaign=sharing&utm_medium=link&utm_source=htls&ts=CAESABoECgIaACoECgAaAA&rp=SAI&ap=MAA&ei=wKO4YcWMBIeJ2AKqoJ-oBw&ved=0CAAQ5JsGahcKEwiIupnRlMiBAxUAAAAAHQAAAAAQAw