giovedì 7 giugno 2018

Il castello di giovedì 7 giugno



ALCAMO (TP) - Castello di Calatubo

E' un'antica fortezza che sorge nei dintorni di Alcamo, ad un'altezza di circa 152 m sopra il livello del mare. Da tale posizione sono visibili in particolare il Monte Bonifato e il Golfo di Castellammare. Il sito, che presenta frequentazioni antichissime, con resti di un insediamento elimo e di una necropoli, ha subito nel corso dei secoli diversi rimaneggiamenti. Essendo prossimo all'autostrada A29, con la sua imponente mole attrae la curiosità dei viaggiatori; è però sconosciuto ai più e versa oggi in uno stato di abbandono, nonostante il Comune di Alcamo abbia spesso espresso la volontà di recuperarlo. Le sue origini risalgono a prima del 1093, anno in cui il conte Ruggero definì i confini della diocesi di Mazara del Vallo, includendovi "Calatubo con tutte le sue dipendenze". Anticamente, attorno al castello sorgeva il villaggio di Calatubo, che fondava il proprio commercio sull'esportazione di cereali e di pietra da mulino (ad acqua e a vento, questi ultimi detti "mulini persiani"), estratta dalle cave attorno al torrente Finocchio, come menzionato dal geografo arabo al-Idrisi nel "Libro di Re Ruggero", scritto nel 1154. A partire dal Medioevo, a causa della sua visibilità, il castello di Calatubo ebbe un importante ruolo strategico: infatti esso faceva parte di una linea di torri e forti situati lungo la costa che va da Palermo a Trapani; tale linea difensiva veniva utilizzata per trasmettere segnali luminosi in caso di attacco dei nemici saraceni. In particolare, il castello di Calatubo garantiva il flusso di informazioni che avvenivano tra gli avamposti di Carini, Partinico e Castellammare del Golfo. Nel 1338 fu assegnato a Raimondo Peralta, conte di Caltabellotta. Il villaggio di Calatubo fu abbandonato in seguito alla conquista da parte di Federico II e il castello perse la sua funzione originaria di fortezza militare, trasformandosi in una baglio. Durante tale periodo, al castello si aggiunsero magazzini, stalle e altre strutture utilizzate per l'amministrazione agricola del feudo di Calatubo. Alla fine del XIX secolo in corrispondenza del secondo cortile furono poi allestiti magazzini per la produzione del vino "Calatubo". Il castello rimase in buone condizioni fino al 1968, anno del terremoto del Belice. A peggiorare l'azione distruttrice del sisma fu l'utilizzo della struttura come ovile e gli scavi di frodo, che avevano come obiettivo i reperti della necropoli del VII secolo a.C. attinente al castello. Inoltre nel luglio 2013 il castello è stato colpito da un incendio che oltre ad annerirne le pareti interne ed esterne ha verosimilmente arrecato ulteriori danni alla struttura. Nel 2007 il Comune di Alcamo ha acquistato il castello per 60 mila euro dalla famiglia Papè di Valdina. Nel corso degli ultimi anni (2003-2014) è stato segnalato più volte nell'ambito dell'iniziativa "I Luoghi del Cuore" promossa dal Fondo Ambiente Italiano (FAI), che ha come obiettivo la protezione e la valorizzazione del patrimonio artistico e paesaggistico italiano, posizionandosi al terzo posto (dunque tra i vincitori dei fondi da parte del FAI) nella classifica del 2014-2015. In seguito a tale risultato, è stato creato un percorso in da alcuni volontari dell'associazione "Salviamo il Castello di Calatubo" ed è stato possibile visitarla per tre giorni tra il 20 e il 22 marzo 2015, ricevendo circa 5.000 visite. L'11 e il 12 giugno 2016, sempre grazie all'intervento dei volontari dell'associazione "Salviamo il Castello di Calatubo", il castello di Calatubo è stato di nuovo aperto al pubblico durante un evento culturale all'interno del quale sono state raccontate le antiche storie del castello da Sara Cappello, una cantastorie di musica popolare siciliana, che in tale occasione ha recitato "U cunto di lu castellu di Calatubo". Nel marzo 2017, è stato stipulato un accordo tra il comune di Alcamo e l'associazione "Salviamo il Castello di Calatubo" al fine di salvaguardare e tutelare il castello di Calatubo, la rocca dove sorge, le sue grotte, la zona archeologica circostante e la vicina Cuba delle rose. Il castello costituisce un complesso architettonico pluristratificato di notevoli dimensioni (circa 150 x 35 m), i cui corpi di fabbrica si snodano lungo un compatto banco di roccia calcarea, assecondandone completamente l'andamento. Si sviluppa prevalentemente in direzione est-ovest, costituito principalmente dalla struttura del castello originario, che ha subito diverse modifiche per adattarsi nel corso dei secoli alla sua destinazione d'uso. Il castello è inaccessibile su tre lati a causa delle pareti scoscese della roccia sulla quale è costruito. L'unico accesso percorribile è situato a occidente, dove si raggiunge la prima linea difensiva della fortezza attraverso una rampa gradonata. Ad epoca medievale vanno riferiti l'antemurale, il basamento della torre nord, caratterizzato dall'uso di tavole di legno inserite nella muratura in corrispondenza dell'angolo, oltre che il basamento e parte dell'elevato della torre sud. Due feritoie arciere per il tiro radente aperte in prossimità del muro d'ingresso rivelano l'origine medievale del baluardo che, a seguito di un crollo, fu consolidato dalla famiglia De Ballis alla fine del '500; tale ripresa della struttura è resa evidente da un risalto nel paramento murario. Un ampio portale fiancheggiato da queste due torri introduce alla prima corte (26 x 20 m), chiusa a sud da un muro continuo, sulla quale incombe la facciata del castello sovrastata da due esili torri. Fatta eccezione per alcuni diruti locali, frutto di recenti adattamenti, l'unica struttura compresa entro questa prima linea difensiva è una chiesa ad aula edificata nel corso del seicento dai baroni De Ballis che hanno apposto il loro stemma sull'architrave del portale d'ingresso. Al centro del lato est della corte, un altro portale, che reca le armi della stessa famiglia, introduce al secondo recinto. Quest'area, di forma fortemente allungata (ca. 20x100 m), è racchiusa fra le ripide pareti di roccia su cui si fondano le strutture del castello ed un ininterrotto corpo di fabbrica che, nell'ultima fase di vita del complesso, è stato riconfigurato in ambienti e magazzini per la produzione del vino "Calatubo". Ad est, il perimetro di tale corte è chiuso da un muro che, inerpicandosi sul rilievo, raggiunge il terzo circuito murario che recinge la zona più elevata dell'altura, dove si attesta ad una torre di forma oblunga pertinente alla prima fase della fortificazione (XI sec.). Dello stesso periodo è il camminamento fra muri che collega il piccolo baluardo difensivo al nucleo principale del castello, un compatto parallelepipedo di 7x21,50 m costruito lungo la cresta meridionale del rilievo roccioso. Tale residenza (fine XIII - inizio XIV sec.), che si articola su due piani in una successione di tré ambienti voltati, accorpa una più antica torre di età normanna (metà XII sec.), distinguibile per il notevole spessore dei suoi muri. Nonostante le trasformazioni ed i crolli, la natura difensiva di questo piccolo palazzo è ancora percepibile dall'assenza di aperture lungo il muro che prospetta sul cortile inferiore. In direzione ovest, senza soluzione di continuità, si succede una serie di ambienti dal carattere più marcatamente residenziale, edificati fra il XVII ed il XIX secolo. Fra gli interventi ascrivibili a tale periodo è agevole riconoscere le due torrette settecentesche che caratterizzano il prospetto principale della dimora e le numerose scale 'alla trapanese' che la collegano ai cortili inferiori. Ciò nonostante, una più attenta lettura planivolumetrica rivela i confini del preesistente nucleo seicentesco. La corsività delle soluzioni architettoniche adottate a Calatubo e l'assenza di elementi decorativi di particolare rilievo indicano che il processo di trasformazione da castello a dimora signorile, avviato dai De Ballis nel 1583, non è mai riuscito a mutare radicalmente l'originario carattere di fortificazione di campagna. La schietta concezione difensiva dell'impianto medievale, chiusa al suo interno da un invalicabile muro perimetrale, ha condizionato anche la partitura dei prospetti le cui aperture sono più legate ad esigenze di ordine funzionale che concepite in adesione ad un progetto di generale monumentalizzazione architettonica del complesso. Tuttavia, l'enorme rilevanza storica rivestita da fabbriche di così lontana origine è oggi mortificata dallo stato di abbandono in cui versa l'antico castello, lasciato alle greggi, ai predatori di ogni specie ed alle intemperie che hanno causato il crollo di quasi tutte le sue coperture ed il conseguente degrado delle murature. Una credenza popolare racconta di lunghi cunicoli sotterranei che collegherebbero il castello di Calatubo con il Castello dei Conti di Modica e il Castello dei Ventimiglia e la sua torre, sul Monte Bonifato. Altri link suggeriti: https://www.fondoambiente.it/luoghi/castello-di-calatubo?ldc, https://www.ioamolasicilia.com/il-castello-di-calatubo-ad-alcamo/, https://www.persee.fr/doc/mefr_1123-9883_1998_num_110_2_3650 (pubblicazione leggibile via web), https://www.youtube.com/watch?v=YXDOnRJP0zU (video di Galamtek), https://www.youtube.com/watch?v=4E2XqF_DqxA (video di Bella Sicilia), https://www.raiplay.it/video/2018/02/Castello-di-Calatubo-2dd25ba7-6219-49a5-a475-a5da04c9eb79.html, https://www.youtube.com/watch?v=AIkYvYsPvgY (video di AlcaMondoBlog).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Calatubo, https://www.icastelli.it/it/sicilia/trapani/alcamo/castello-di-calatubo

Foto: la prima è presa da http://www.baglioridisicilia.com/it/castello-calatubo-alcamo-recupero, la seconda è di Daniele Pugliesi su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Calatubo#/media/File:Castello_di_Calatubo_(03).jpg

mercoledì 6 giugno 2018

Il castello di mercoledì 6 giugno



SANT’ANATOLIA DI NARCO (PG) – Castello

Questa zona dipese lungamente dal municipio di Interamna (Terni), anche quando a questo successe la diocesi, come si ricava dalla Bolla di Benedetto III dell'856. Il 31 gennaio 962 la Valnerina fu donata da Ottone I a Giovanni XII, in occasione della sua incoronazione. Nel 1155 vi transitò l'esercito di Barbarossa, proveniente da Roma e diretto a Spoleto, che fu distrutta. Nel secolo VIII c'era una curtis longobarda, che nel secolo XII si trasformò nel castello di Naharco (1178) fatto costruire da Corrado di Urselingen e poi passato alla Chiesa nel 1198. Il castello svevo fu distrutto dagli spoletini, che needificarono un altro vicino, a cui dettero il nome di Santa Anatolia, in onore della Vergine e martire. Anatolia Callistene (la più bella) è ricordata dal martirologio il 9 luglio e fu martirizzata unitamente alla sorella Vittoria nel 251 sotto Gallo Treboniano successore di Decio, a Tora, sulla confluenza del Turano con il Velino. Fu trapassata dalla spada. Apparteneva alla nobile famiglia romana degli Anici Frangipane. I benedettini diffusero da queste parti il culto della Santa e qui le fu dedicata la Pieve. Rainaldo, figlio di Corrado, riconquistò queste zone, devastandole con la presenza di terribili saraceni (1228). Allontanatosi Rainaldo, tutti i castelli tornarono nell'ambito del comune spoletino. Nel 1258 vi transitò Re Manfredi con saraceni e tartari, e, nel 1265, Carlo D'Angiò, diretto contro gli Svevi. Nel 1241 Sant'Anatolia pagava il forum a Federico II. Poi ritornò a Spoleto. Nel 1338, dopo la ventata ghibellina apportata sulla montagna da Federico di Urbino (1332), Spoleto guelfa chiese ai Castelli che erano stati già suoi, di rinnovare la sudditanza. Essi non accettarono e il Comune di Spoleto li condannò in contumacia. Spoleto intentò causa presso la curia ducale, causa che fu risolta sub logia communis Monti Falconis (Montefalco), dove risiedeva allora la corte, con l'assoluzione dei castelli e il riconoscimento del mero e misto imperio. I castelli erano dodici e si erano legati in federazione sotto l'egida dell'abbazia di San Pietro in Valle. Nel 1337 Sant'Anatolia fu dichiarata fedele a Spoleto e il cardinale Capocci, nel 1327,confermò il possesso del comune di Spoleto sui castelli della Valnerina. Nel 1382 transitò per la Valle Luigi I D'Angiò con Amedeo VI, conte Verde, chiamato in soccorso dalla regina Giovanna I di Napoli. L'anno dopo Sant'Anatolia ottenne il mero e misto imperio per le cause di minore importanza. Discordie nel 1387 con Scheggino per i confini Comunali, furono risolte con arbitraggio. Nel 1320 si rifecero le mura castellane. Verso la metà del secolo XIV vennero introdotti gli Osservanti a Santa Croce. Nel paese v'era anche un piccolo ospedale. Nuova scossa di ghibellini a Spoleto e Valnerina durante lo scisma. Tommaso da Chiavano e Giovanni di Cola di Monteleone, diretti a Spoleto per liberare i ghibellini chiusi nella rocca, depredarono Sant'Anatolia e paesi vicini. Al ritorno, sconfitti, completarono la devastazione (1390-91). Nel 1419 vi passò, andata e ritorno, la cavalleria di Fortebraccio, diretta a L'Aquila. Nel 1437 vi transitò un grosso esercito verso la Marca di Francesco Sforza; nel 1443 truppe napoletane di Alfonso d'Aragona. Nel 1506 altre discordie confinarie con Scheggino furono risolte in favore di questo castello dal rettore del ducato; similmente nel 1518. Nel 1511 passarono truppe napoletane inviate da Giulio II contro i francesi. All'inizio del 1522 la zona fu battuta dai banditi di Picozzo e Petrone. Nel 1527, circa 10.000 Lanzichenecchi e colonnesi, reduci dal sacco di Roma, guidati da Sciarra Colonna, passarono nella valle, devastando e portando la peste. Nel 1540 transitò per la valle l'esercito di Pierluigi Farnese, forte di 4.000 spagnoli, che vi sostarono a lungo prima di andare a Perugia per la guerra del sale; altre truppe francesi vi passarono nel 1557. Il 5/7/1551 Sant'Anatolia si dette gli Statuti comunali. Fino ad allora era stata una comunitas semi-indipendente, poi assorbita da Spoleto, come i vicini castelli di Caso e Gavelli. Fu legata a Spoleto da secolari vicende civili e religiose. Nel 1575 per una grave pestilenza in tutta la zona, Sant'Anatolia, come tutti i comuni della Val di Narco, restò sostanzialmente fedele a Spoleto e alla Chiesa fino al 1798. Con l'arrivo dei francesi, la Valnerina appartenne al secondo cantone spoletino. Ogni castello alzò l'albero della libertà. Tutta la montagna fu invasa dagli Insorgenti, cioè dai renitenti alla leva, cui si accodarono numerosi briganti, i quali devastarono la zona. Bernardo Latini di Castel San Felice fu capo degli Insorgenti e ci furono scaramucce con le truppe francesi. I primi castelli a sollevarsi furono Scheggino e Sant'Anatolia e vennero duramente repressi dalle truppe regolari. Con la Restaurazione, Sant'Anatolia restò comune appodiato a Spoleto con un sindaco proprio. Furono aperte delle vere strade nella Valnerina per Spoleto, Visso, Norcia; nel 1861 per Terni. Con l'avvento del Regno, si programmò di unire tutte le comunità della Valle in unico comune a Scheggino: nel 1875 fu Soppresso il comune di Ceselli e, nel 1895, quelli di Caso e Monte San Vito; Sant'Anatolia e Vallo restarono autonomi. Nel 1927 i tre comunelli della Valnerina furono soppressi e il territorio aggregato a quello di Spoleto: due anni dopo furono ripristinati. Lo stemma del comune più antico è la Santa Vergine. Quando il castello passò sotto Spoleto nel secolo XII, lo stemma fu completato nella parte superiore con una croce sul lato destro e San Ponziano a cavallo sul lato sinistro. Il sigillo della Pieve porta la Vergine tra due torri (secolo XIV). La pieve di Sant'Anatolia si estendeva allora anche sul castello di Scheggino, Vallo e San Felice: a Sant'Anatolia era la fonte battesimale. Dipendevano da questa pieve una ventina fra chiese e ospedali. Nel 1712, Sant'Anatolia faceva 260 abitanti. Entrando in paese, per la duplice porta, dominata dalla nicchia della Vergine titolare, si vede davanti la chiesa dedicata a Sant'Anatolia, dipinta nell'interno. La chiesa di Santa Maria delle Grazie (una volta Madonna della Neve), era una edicola campestre con affresco del secolo XV di scuola umbra con influsso senese: Madonna col Bambino ritto e benedicente, guardato amorosamente dalla madre; ai lati il Battista e Sant'Anatonio Abate. La cappella vi sorse nel 1575 e ha affreschi di Piermatteo Gigli, discepolo di Iacopo Siculo: nel duomo di Spoleto: in più i quattro Evancelisti e molti santi attorno al mistico Agnello, tra cui le Vergini Agata, Anatolia, Maddalena, Cristina, Lucia, Vittoria, Appollonia e Barbara. Al Comune di Sant'Anatolia appartengono le frazioni di Castel San Felice, Caso, Gavelli e Grotti, già tutte comunità indipendenti. Altri link suggeriti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-santanatolia-di-narco-pg/, http://www.bellaumbria.net/it/sant-anatolia-di-narco/, https://www.youtube.com/watch?v=W9TTnWeisU8 (video di La Valnerina ~ Umbria)

Fonti: http://www.comunesantanatolia.it/Mediacenter/FE/CategoriaMedia.aspx?idc=264&explicit=SI

Foto: entrambe prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-santanatolia-di-narco-pg/

martedì 5 giugno 2018

Il castello di martedì 5 giugno



SINNAI (CA) – Torre di Capo Boi in frazione Solanas

Costruita sul promontorio omonimo a 119 m di altezza, la torre domina l'orizzonte dal litorale di Cagliari a quello di Villasimius. Fu edificata intorno al 1591 e fa parte di quel sistema torri costiere volute dagli aragonesi nel XVI sec, per proteggere la costa meridionale sarda dalle invasioni sarecene. Questo sistema difensivo era amministrato dalla Reale Amministrazione delle Torri, che ne gestiva le costruzioni, le manutenzioni e anche l'arruolamento delle guardie. Sono in tutto 8 le torri (questa è la terza che si incontra arrivando da Cagliari) e ciascuna è posta in una posizione tale da avere la visuale sia della torre precedente, che di quella successiva. In questa maniera potevano facilmente comunicare con segnali, l'arrivo di un pericolo. Come le altre non è altissima, meno di 10 m, ha una forma tronco conica ed è costruita in granito e malta. L'entrata è in alto, le guardie infatti accedevano con una scala, che una volta all'interno veniva ritirata. La torre di capo Boi è una Torresillas, nella classificazione delle torri questo tipo è la più piccola, serviva esclusivamente per gli avvistamenti e aveva due soldati di guardia poco armati(le altre torri sono le senzillas e le gagliarde, più grandi e armate in base alla posizione). Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=1gVLqYRXf48 (video di Daniele Melosu), http://www.liceoalberti.it/Torri/TorreCapoBoi.html

Fonti: http://www.conoscerelasardegna.it/torri-costiere/torri-costiere-sardegna-torre-di-capo-boi-solanas-villasimius-cagliari.html

Foto: la prima è presa da http://www.traccedisardegna.it/storia-e-cultura/torre-di-capo-boi, la seconda è di Pianti Sergio su http://www.italiainfoto.com/gallery/torri-di-avvistamento/p52571-torre-di-capo-boisinnai28ca-29.html

lunedì 4 giugno 2018

Il castello di lunedì 4 giugno



FURCI (CH) - Torrione

Dall'Antinori apprendiamo che nel 1145 la città era feudo di Odorisio, figlio di Berardo, di origine franca, probabilmente un discendente dell'antica schiatta dei Conti di Valva. Alla stessa data, quando paga le tasse di un soldato a cavallo, pare che Furci fosse popolata da ventiquattro famiglie, appollaiate intorno al castello del Signore. E' a questo periodo che si vuol far risalire l'urbanizzazione della collina e la costruzione delle prime opere di fortificazione: di certo la città si munisce di mura e innalza il Torrione, tutt'oggi esistente, con funzioni difensive della città e della contea. La tradizione vuole che il nome di Furci discenda, per successive trasformazioni, da "Fortezza"; vocabolo a sua volta legato alla presenza del Torrione che, secondo la stessa tradizione, faceva parte di una strategia difensiva messa in atto da tre fratelli: uno residente a Monteodorisio, uno a Palmoli, l'altro a Furci, i quali per difendersi dalle scorrerie dei barbari, avevano costruito delle torri dalle quali si inviavano dei segnali di fuoco non appena li avvistavano sul loro territorio. Per tutto il XII secolo Furci rimase pertinenza della contea di Loreto: questa, nel 1164 era stata concessa dal re normanno Guglielmo I, detto il Malo, a Iozzellino, suo familiare, che lo tenne fino al 1197, quando gli succedette suo figlio Berardo I. Scarsissime sono le notizie relative ai secoli successivi. Nel 1316, riferisce ancora l'Antinori, "possessore del Castello di Furci" era Pietro di Grandinato, appartenente a quella potente famiglia Baronate, probabilmente di origine longobarda che signoreggiò in Abruzzo per oltre tre secoli, fino alla sua estinzione avvenuta verso la metà del 1300. Legato alla storia di Furci è anche quel Gentile Grandinaoe che nel 1279, nella rassegna dei feudatari ordinata da Carlo I D'Angiò, risultò Signore di un vasto territorio, comprendente oltre a Furci, Pollutri, S. Anzuino, Acquaviva, Salavento, Castelletto; centri che furono valutati, tutti quanti, un milite. Negli anni 1324-1325 la chiesa di "Furchis", insieme a molte altre della diocesi di Chieti, risulta ufficialmente dipendente dall'Abbazia di San Angelo in Cornacela che ne pagava le decime. Sorto in pressimità del tratturo Centurelle-Montesecco, forse sui resti di un antico tempio pagano, questo Convento è stato uno dei poli dell'attività monastica benedettina, con un feudo vastissimo, comprendente S. Nicola di Canale e Ilice (Pollutri), Furci e Moro, S. Maria del Monte (Castiglione), Roccaspinalveti, Fraine e Tufillo. Fra i tanti centri cui sono legati il nome e le vicende dell'Abbazia, Furci ha una rilevanza particolare per essere il luogo natio del Beato Angelo, illustre figura di teologo della seconda metà del 1200 che proprio nel Convento di S. Angelo in Cornacela ricevette la sua prima formazione, sotto la guida dei maestri benedettini. Nella prima metà del 1400 la contea di Monteodorisio, cui Furci apparteneva, insieme agli attuali comuni di Gissi, Casalanguida, Casalbordino, Lentella, Cupello, Liscia, Colledimezzo, Guilmi , Pollutri, Scerni e Villalfonsina, è infeudata a Perdicasso Barrile, noto per la sua avversione a Giacomo Caldora, Signore di Vasto. Alla fine del XV sec. la contea passa ai D'Avalos, marchesi di Vasto, ponendo le condizioni per l'organizzazione di un ampio stato feudale, destinato a lunga vita, che si va ad aggiungere all'altrettanto vasto Principato di San Buono, sorto nella parte occidentale e montana del vastese, già nel primo ventennio del 400, con il matrimonio di Marino Caracciolo e Maria di Sangro. Il primo impianto risale al XV secolo. Del borgo si può ammirare il torrione medievale cilindrico che si trova presso l'ingresso del centro storico. Il torrione è costituito da pietre di forma irregolare e conserva ancora sezioni di inserti lignei, probabilmente passanti, che facevano parte della struttura dei solai intermedi. E’ dotato di una merlata cilindrica sempre in pietra. La base troncoconica, realizzata in blocchi di pietra, parrebbe risalire tra il XIII e il XIV secolo, mentre il resto della torre al XV secolo. Ciò lascia intuire che la torre possa aver subito dei rifacimenti in più fasi costruttive. Il torrione è collegato ad un palazzetto nobiliare ( completamente restaurato) e fiancheggia la porta di accesso al nucleo antico. Altri link suggeriti: scheda di Sergio Ialacci su https://www.mondimedievali.net/castelli/Abruzzo/chieti/furci.htm, https://www.youtube.com/watch?v=57CcbUK7XXk (video di TrignoSinelloTurismo), http://immobiliarecaserio.com/it/Casa_con_torretta_a_poco_prezzo_in_vendita_a_Furci_Abruzzo_1680.html

Fonti: http://www.comunedifurci.com/cennistorici/index.html, http://www.comunedifurci.com/puntidiinteresse/index.html, http://www2.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=torrech&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr3788&tom=788

Foto: la prima è presa da http://www.iltrigno.net/focus/storia/4920/il-borgo-doppio-di-furci, la seconda è presa da http://www.borghiandsagre.it/furci_chieti/furci_4152.html

domenica 3 giugno 2018

Il castello di domenica 3 giugno



ALCAMO (TP) – Castello dei Ventimiglia

Detto anche castello di Bonifato, è un antico castello a quattro torri fatto edificare alla fine del XIV secolo dalla famiglia dei Ventimiglia sulla cima del Monte Bonifato (all'interno della Riserva naturale Bosco di Alcamo), presso la città di Alcamo. Enrico Ventimiglia, figlio di Guarnieri Ventimiglia al quale succedette, dichiarò di avere fatto erigere il castello sul monte Bonifato come protezione da eventuali attacchi. Secondo diverse interpretazioni, il castello risalirebbe invece ad un'epoca anteriore. La costruzione fu distrutta nel 1243 per ordine di Federico II di Svevia, per essere riedificata prima del 1391 a proprie spese dalla famiglia Ventimiglia. È documentato però che nel 1340 il castello di Bonifato fu assegnato da Federico III di Sicilia al conte di Caltabellotta Raimondo Peralta. Nel 1779 le rovine del castello vennero inserite nel Plano di conservazione dei Beni Culturali della Sicilia da Gabriele Lancillotto Castello, principe di Torremuzza. In epoca moderna, le rovine del castello sono state ulteriormente deturpate dall'installazione di un'antenna radiotelevisiva, che è stata posizionata al centro delle mura castellane, modificando profondamente l'aspetto della zona. Il castello in origine presentava quattro torri ed una pianta a forma di trapezio rettangolo, dove tre lati collegati ad angolo retto si univano al quarto molto inclinato. L'unica torre rimasta è il mastio oTorre maestram (chiamata impropriamente "torre saracena"), che in origine era alta tre piani e vi si accedeva tramite una scala mobile in legno al primo piano. Tale torre è posizionata a nord-ovest e presentava pianta rettangolare e mura spesse 2,2 m. Si sviluppa fuori dalla cinta muraria, secondo la consuetudine di costruzione orientale, e poggia direttamente sulla roccia, innalzandosi per tre elevazioni fuori terra con leggere rastremazioni e riseghe. La struttura muraria consiste di piccoli conci in pietrame non squadrato, esito dello sfaldamento della roccia, legato da una malta locale detta "torba". Dalla torre si sviluppavano i due lati perpendicolari che si affacciavano sul fronte Nord ed Ovest, dove una leggera pendenza accoglieva l'abitato medievale, ancora visibile con rilevanti cumuli di pietra. Il lato Sud, quello più inaccessibile per via di uno strapiombo roccioso, era collegato al muro inclinato ad Est. La torre superstite era la più importante del castello, in quanto grazie alla sua imponenza e posizione svolgeva la funzione di punto di avvistamento strategico, in modo da controllare la strada che conduce al castello, fino alla porta di ingresso, che era collocata sul lato a sud-ovest. Al suo interno, la torre maestra comprendeva quattro piani:
· al piano terra si trovava la cisterna per la raccolta delle acque piovane e le prigioni;
· al primo piano si trovano due stanze con soffitto a volta, di cui una dotata di camino;
· al secondo piano si trovavano altre due stanze con soffitto in legno;
· al terzo piano si trovava una stanza in cui venivano accesi fuochi per le segnalazioni; il soffitto era probabilmente in pietra.
Si racconta che anticamente il castello dei Ventimiglia aveva anche un tunnel sotterraneo che conduceva fino a quello di Calatubo. Del castello, se si esclude la torre, oggi rimangono solamente dei ruderi. Solamente un innesto murario ancora visibile, sul lato Nord-Est della torre, indica l'andamento settentrionale della cortina muraria difensiva del fortilizio. Il castello, se paragonato ad altri dello stesso periodo, era stato costruito con dimensioni abbastanza ridotte, probabilmente fu pensato per resistere a brevi assedi militari o per segnalare rapidamente, con segnali di fumo, possibili incursioni nemiche provenienti dal mare. Altri link suggeriti: https://www.vivasicilia.com/itinerari-viaggi-vacanze-sicilia/castelli-in-sicilia/castello-dei-ventimiglia-alcamo.html, https://www.youtube.com/watch?v=y7_QpEx7py4 (video di AndryMilano), http://www.castelli-sicilia.com/links.asp?CatId=99, http://www.bta.it/txt/a0/03/bta00303.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Ventimiglia_(Alcamo), http://www.comune.alcamo.tp.it/in-citta/chiese/238-castello-dei-ventimiglia.html, http://www.turismo.trapani.it/it/4546/castello-dei-ventimiglia.html

Foto: la prima è presa da http://www.turismo.trapani.it/it/4546/castello-dei-ventimiglia.html, la seconda è di Giuseppe Calandrino su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Ventimiglia_(Alcamo)#/media/File:Torre_saracena_sul_Monte_Bonifato,_Alcamo.jpg

venerdì 1 giugno 2018

Il castello di sabato 2 giugno



ALCAMO (TP) – Castello dei Conti di Modica

Il castello sorse in pieno feudalesimo, quando i baroni erano in lotta tra di loro per la carenza del potere regio e non solo. Le potenti famiglie siciliane, infatti, si contendevano anche il controllo del frumento e delle grandi vie del trasporto granario, essendo sempre stata la Sicilia, per sua vocazione, una grande "azienda" agricola specializzata nella granocoltura. Alcamo, per la sua privilegiata posizione geografica, veniva ad essere lo scalo marittimo naturale per tutto il commercio di quel grano che si produceva alle spalle della terra alcamese e così, in epoca normanna, entrò a far parte di un grande feudo del quale sono investite le famiglie dei Peralta, dei Chiaramonte, dei Ventimiglia e dei Cabrera, conti di Modica. Da qui l'esigenza di costruire un castello, che insieme al Castello di Salemi e a quello di Calatafimi, costituì un triangolo fortificato contro le invasioni provenienti da Mazara e dirette verso Palermo. La necessità di costruire un castello prima non era stata avvertita, essendo Alcamo un semplice “casale", cosi come era stata definita almeno fino al 1317. Il "casale" di Alcamo allora sorgeva nel borgo di S. Vito. Dovettero passare decenni prima che l'abitato potesse allargarsi anche per il ritorno degli alcamesi dal Bonifato, luogo dove Alcamo sorse come casale arabo. Una volta che gli abitanti formavano un nucleo consistente e dal momento che strategicamente la terra di Alcamo si prestava per la difesa, i Chiaramonte, potenti feudatari, sentirono il bisogno di crearsi il castello come fortezza-difesa, oltre che come lussuosa dimora. Per questo i castelli, pur variando nella forma esterna, avevano sempre un denominatore comune: apparire minacciosi, inaccessibili, ostili, ma all'interno rimanere un luogo di tranquillità e di sicurezza. Nel 1340 re Pietro II aveva concesso a Raimondo Peralta terram Alcami et prefatum castrum Bonifati, senza alcuna menzione del castello; esso, infatti, si trova citato per la prima volta in un diploma del 1391. In questo documento re Martino I confermava ad Enrico Ventimiglia, la concessione fatta a suo padre, Guarnerio, da parte del re Federico III de la terra e lu Castellu di Alcamu. La costruzione del castello fu così iniziata dalla famiglia Peralta intorno al 1340 da Raimondo Peralta conte di Caltabellotta, e fu terminata nel 1350, sotto i feudatari Enrico e Federico Chiaramonte; esso venne utilizzato come dimora e struttura difensiva fino al XVI secolo. Nel 1400 erano addetti alla custodia del Castello, oltre al Castellano, dodici onorati compagni, impegnati con giuramento. Il Castello era allora di tale capacità che, rifornito di munizioni e di viveri, poteva sostenere per un mese e mezzo ben trenta compagnie di soldati. Inizialmente gli alcamesi videro nel Castello chiaramontano il baluardo della loro difesa e il simbolo di accresciuto prestigio, ma ben presto si accorsero che esso rappresentava anche il simbolo della loro perduta libertà. Per questo nel tempo, il Castello fu spesso assalito anche dagli stessi alcamesi per protestare contro gli esosi signori (per es. nel 1392, capeggiati dall'arciprete Pietro De Laudes, gli alcamesi insorsero contro Enrico Ventimiglia e nel 1402 contro Donna Violante De Prades, signora di Alcamo). Nel 1392 re Martino e la sua consorte furono ospiti del castello dopo la sconfitta dei Chiaramonte. Durante il suo ritorno dalla vittoria a Tunisi, il 1º settembre 1535, in una delle torri del castello soggiornò per tre giorni l'imperatore Carlo V, assieme alla sua corte e l'infanta Eleonora d'Aragona. La visita di Carlo V fu evento storico per la città di Alcamo, che allora contava circa 8.000 abitanti. L'imperatore entrò in Alcamo il 1 settembre 1535 e si fermò 2 giorni presso il Castello dei Conti di Modica. Carlo V definì Alcamo "città opulenta e gioconda". Erano allora signori di Alcamo Don Luigi I Enriquez de Aragona e Donna Anna Il Caprera Moncada (sotto questi conti, Alcamo quasi non sentì il peso dei feudatari, essendo essi molto pii e generosissimi). Il loro ritratto rimane in un dipinto esistente nella Chiesa di S. Maria di Gesù dei Frati Minori. Il ritratto, attribuito al palermitano Pietro Ruzzolone, mostra seduta in trono la Vergine col Bambino tra i due fondatori di ordini Religiosi, S. Francesco d'Assisi e S. Benedetto da Norcia; in ginocchio dal lato di S. Francesco vi é il conte Luigi con alcuni/cavalieri in un lussuoso mantello rosso; dall'altro lato si trova Anna Caprera con un gruppo di nobildonne, anch'ella inginocchiata a mani giunte in principesca veste di colore verde. Nel periodo tra il 1410 e il 1812 il castello fu proprietà dei Cabrera, Conti di Modica, da cui prese il nome. Nel 1534 il maniero subì l'attacco del pirata islamico Barbarossa. Tra il 1583 e il 1589 fu oggetto di tre restauri. Nel 1802 morì, senza lasciare eredi, Maria Teresa de Sylva, ultima contessa di Modica, e Alcamo passò sotto la sovranità dei Borboni. Nel 1816, il Castello, per debiti privati, fu venduto all'incanto e passò agli Stuart. A partire dal 1828, in seguito ad una sentenza del Tribunale di Trapani, il Comune di Alcamo prese possesso del castello e negli anni seguenti fu nuovamente oggetto di restauro (1870) e utilizzato come sede degli uffici comunali, prigione (fino al 1968) e stalla. Nel 1870 il castello fu trasformato in carcere. Tali trasformazioni, assieme alla mancanza di opere manutentive, contribuirono a degradare lo stato di conservazione dell’edificio, che venne messo in luce da un rilievo svolto nel 1979. Si resero necessari dunque ulteriori restauri (avvenuti tra il 2000 e il 2010), in seguito ai quali il castello è stato utilizzato per ospitare il Museo Etnografico, l'Enoteca Storica Regionale, il Museo del Vino e delle Tradizioni, un'esposizione permanente dei pupi siciliani, e una mostra dedicata alle opere scultoree di Nicola Rubino. Inoltre in un salone al primo piano vengono celebrati i matrimoni civili. A seguito della comparsa di alcune crepe nella struttura, il castello venne chiuso prima dal 2011 al 2013 e poi fino a dicembre 2015, quando venne riaperto al pubblico, sebbene alcune parti siano rimaste non agibili per motivi di sicurezza. La pianta della costruzione è romboidale, con al centro un cortile di forma pressoché rettangolare. La struttura è formata principalmente da conci in pietra tagliati in maniera grossolana, a parte in corrispondenza degli spigoli delle torri e delle aperture, dove sono state utilizzate delle pietre perfettamente squadrate e ammorsate tra loro. In corrispondenza dei vertici si ergono quattro torri merlate (due a pianta quadrata e due a pianta circolare), ciascuna delle quali aveva delle funzioni specifiche; in particolare:
· nella torre quadrata più alta (detta per tale motivo "torre Maestra"), collocata a sud-est, venivano torturati i prigionieri;
· la torre quadrata più bassa, collocata a nord-ovest, era riservata alle sentinelle;
· la torre circolare collocata a nord-est era utilizzata per ospitare gli ospiti di riguardo.
La torre circolare a sud-ovest reca uno stemma forse appartenuto a Federico Il o ai Peralta. Sui lati del castello si aprono inoltre finestre bifore e trifore di derivazione gotico-catalana. Il prospetto Nord fu ingentilito da due finestre ad arco acuto con rosone sormontate da un grande arco ogivale. Nel prospetto principale fu aperta una finestra bifora con colonnina marmorea bianca. La facciata Ovest risulta essere inglobata in corpi edilizi residenziali. Il pavimento è in pietra, in graniglia di marmo e in battuto di cemento. I locali del piano terra comprendevano una cappella, le stanze del cappellano e dei servi e una cella di isolamento, mentre al primo piano si trovavano un salone per ricevimenti con annessa anticamera, lo studio del conte, le camere da letto con relativo corridoio e un'altra cella di isolamento. In passato era cinto da mura che avevano lo scopo di ostacolare l'assedio del castello da parte di macchine da guerra. Originariamente era dotato di tre porte, disposte sui lati sud, ovest e nord. Ciascuna porta si apriva su una piazza:
· la piazza a sud era utilizzata come capitaneria delle milizie urbane a piedi e a cavallo;
· la piazza a ovest era chiamata "cittadella";
· la terza piazza era invece situata a nord.
Secondo un'ipotesi ancora da confermare, sotto il castello inoltre si troverebbero delle fosse carcerarie utilizzate tra la fine del XIV secolo e il XVIII secolo per la reclusione dei re. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=vf3ffG_nDMk (video di AlcaMondoBlog), https://www.youtube.com/watch?v=XmiYmP8Lxxo (video di Arturo Amore), https://www.youtube.com/watch?v=4FfVqotb5S0 (video di Immagina WebTv), scheda di Vita Russo su http://www.mondimedievali.net/castelli/Sicilia/trapani/alcamo.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_conti_di_Modica_(Alcamo), https://www.icastelli.it/it/sicilia/trapani/alcamo/castello-di-alcamo

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di giusi sottile su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/149903/view

Il castello di venerdì 1 giugno



CIS (TN) - Castello in frazione Mostizzolo

Alla confluenza del torrente Pescara verso il Noce, all’imbocco della SS. N°42 del Tonale e Mendola, dal ponte a lato del ristorante, merita una rapida visione lo sperone di rocce che sporge dall’appendice sud della piana del Mezzalone vicino; infatti fino al 1989, si nascondevano le tracce delle fondamenta del Castello di Mostizzolo. Il terreno venuto in proprietà del comune di Cis nel 1788, per alcuni secoli destinato a bosco, recentemente fu dato in concessione come cava di materiali inerti. Durante la pulitura dalla vegetazione, si misero videro lunghi muri ed una base di torre quadrata di origine romana, le cui dimensioni sono di m.8 x 8 circa, ora essa è stata messa in luce completamente, mentre le fondazioni del rimanente e le tracce dell’edificio medioevale sono state distrutte dal livellamento dell’intera collina. Parte dei materiali lapidei sono incorporati nell’edificio affiancato, costruito su un muro originariamente di cinta del castello. La quota del castello è ora ridotta a m. 594 s.l.m., la storia dell’edificio risale al IV sec. d.C.; nato come torre di avvistamento romana e poi a guardia della discesa stradale della valle di Sole, nell’Alto Medio Evo. Poche informazioni riguardanti il castello sono giunte fino a noi: fu costruito molto probabilmente dai signori di Livo nel XIII secolo in una posizione strategica per il controllo dei commerci tra Val di Non e Val di Sole. Le notizie citano il castello di Mostizzolo nel 1261, quando l’edificio di servizio alla torre viene ampliato e fortificato, intendendo la “casa murata” come castello; il permesso fu dato a Peramusio di Buoninsegna dei signori di Livo, dal vescovo principe di Trento Egnone di Appiano, famiglia giurisdizionale nella zona di Livo. Tra il 1424 ed il 1444 il castello fu investito ai nobili Staigkin (Stanchina), mentre nel 1447 causa alcune dispute feudali viene investita la famiglia Thun che ne rimase proprietaria fino alla cessione alla comunità di Cis. Come detto, del maniero oggi rimane solo la base del mastio su un piccolo rilievo artificiale, ottenuto dallo sbancamento della collina sulla quale sorgeva per allargare il cortile di un'abitazione privata. Per questo motivo non è liberamente accessibile al pubblico.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Mostizzolo, https://www.mondimedievali.net/castelli/Trentino/trento/provincia000.htm#mostiz

Foto: è presa da https://www.mondimedievali.net/castelli/Trentino/trento/cis01.jpg