martedì 14 marzo 2023

Il castello di martedì 14 marzo



MONTALCINO (SI) - Castello Romitorio

L'edificio sorge sulla sommità di una collina in bella posizione panoramica sulla Val d’Orcia e su Montalcino. Il Poderoso fortilizio, circondato su tre lati da lecci, è a pianta quadrata con quattro grosse torre angolari, edificato con pietrame grezzo e dotato di fasce marcapiano in cotto. Le fondazioni del Castello Romitorio risalgono probabilmente ad epoca romana, forse come prigione di soldati disertori di fede cristiana. Fu questo un periodo di grande sviluppo economico e di commercio, facilitati dalla posizione della Val d’Orcia, attraversata dai fiumi navigabili dell’Ombrone, dell’Arbia e dell’Orcia. Resti archeologici rivelano la presenza di coltivazioni agrarie, miele e vino, prodotti su cui si fondava l’economia della zona. Il Castello venne trasformato in monastero almeno fino al XII secolo, quando iniziarono le dispute tra Firenze e Siena. Fu allora fortificato per la sua posizione strategica, al centro delle vie di comunicazione tra la costa e il centro Italia e tra il nord e il sud della penisola. L’attuale edificio, imponente e solitario, affiancato da una piccola cappella, è di costruzione trecentesca. Montalcino e il complesso di fortificazioni di cui il Castello Romitorio faceva parte furono sempre fieri della propria libertà: nel 1559, quando si arresero ai Medici, rappresentavano l’ultimo Comune libero d’Italia. È a questo periodo a cui risalgono le prime testimonianze scritte del Brunello, con cui i difensori di Montalcino si «arrubinavano il volto». Recuperato come maniero e villa patrizia già nell’Ottocento, il Castello Romitorio fu abbandonato nel secondo dopoguerra, e rimase disabitato per lunghissimo tempo. Divenuto ospizio per pastori e armenti, negli anni ’70 divenne proprietà del Barone Giorgio Franchetti, luminare del collezionismo d’arte e del recupero di edifici storici. Non essendo mai riuscito a completare il suo piano di sviluppo e restauro, il Barone vendette il castello in stato di rudere all'artista Sandro Chia nel 1984, momento in cui è iniziata la seconda vita di Castello Romitorio. Quest'ultimo ne fece la sua residenza e il suo laboratorio artistico. Assieme al Castello, Chia rilevò vigneti, boschi di lecci e gerbidi. L’obiettivo fu subito chiaro: Romitorio poteva tornare a splendere solo se, al recupero del Castello, fosse stata ripristinata la sua antica vocazione alla viticoltura. La nuova cantina venne inaugurata nel 2005.

Fonti: https://www.castelloromitorio.com/origini.aspx, http://www.valdorciasenese.com/castello-romitorio-p-10_vis_9_474.html

Foto: la prima è presa da http://www.valdorciasenese.com/castello-romitorio-p-10_vis_9_474.html, la seconda è presa da https://www.consorziobrunellodimontalcino.it/news/?p=17616&lang=it

lunedì 13 marzo 2023

Il castello di lunedì 13 marzo


MONTEFERRANTE (CH) - Castello Di Sangro

Collocato su un colle roccioso alla destra del Sangro, il comune di Monteferrante nacque nel XV secolo come borgo fortificato. Arroccato attorno al castello medievale della famiglia D’Aragona, prese parte del nome da Ferrante I D’Aragona. Le prime notizie risalgono al XII secolo come proprietà di Robertus de Monteferrante, feudatario di Symon conte di Sangro. Nella Generalis Subventio degli angioini risalente al 1320 il valore del paese ammontava a 5 once e 4 tari. Nel XIV secolo viene menzionato per le decime dovute alle chiese: S. Johannis, s. Petri e S. Leucite in Monteferrante. Dal XV secolo fino all'eversione dei feudi fu feudo dei Caracciolo. Nella parte alta del paese si intravedono i pochi ruderi del piano dell’antico castello della famiglia dei Di Sangro. Le informazioni di questo castello restano quasi esclusivamente nella memoria popolare come luogo in cima al colle. Rimangono invece alcune tracce delle antiche mura, dove sono ancora visibili un breve tratto di fortificazione e una piccola porta d’accesso collegata alla chiesa di San Giovanni Battista. Trattasi, in dettaglio, di una piccola porta urbica con una fornice ad arco a tutto sesto e di un breve tratto della cinta muraria. Le mura sono realizzate in tecnica irregolare mediante pietre sbozzate. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=gTANT9Srtj8 (video di Luciano Giannobile), https://www.youtube.com/watch?v=kebJL64Ie8M e https://www.youtube.com/watch?v=9GqBov5OGSA (entrambi i video di Raffs Drone Lens), http://www.bassosangrotrigno.it/comuni/monteferrante/8100108396_a28e5393c3_z/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Monteferrante, http://www.comune.monteferrante.ch.it/territorio/, https://sangroaventinoturismo.it/monteferrante

Foto: l'unica trovata è presa da http://www.bassosangrotrigno.it/comuni/monteferrante/8100108396_a28e5393c3_z/

venerdì 10 marzo 2023

Il castello di venerdì 10 marzo



PALERMO - Castello dell'Uscibene

Detto anche Palazzo Scibene o palazzo dello Scibene, è uno degli antichi Sollazzi Regi dei re normanni in Sicilia, situato nel quartiere Altarello di Baida. Un palazzo “reale” di cui non si hanno fonti storiche che consentano di datare con certezza la sua origine, ma che, insieme a quello di Maredolce, del Parco (oggi Altofonte), la Cuba Sottana, la Cuba Soprana, la Piccola Cuba e la Zisa, costituivano i sollazzi o “palazzi di piacere”, residenze reali destinate allo svago e al riposo specie nei periodi più caldi. Per questo erano costruiti nella Piana di Palermo, attorniati di giardini rigogliosi, e acque che rendevano più piacevole la residenza. Da un’analisi stilistica, si presume che l’edificio appartenga al regno di Ruggero II (XII sec.) dal momento che non vi è alcuna documentazione che testimoni che il palazzo esistesse già nel periodo islamico. La sua costruzione sarebbe databile secondo alcune interpretazioni tra il 1130 ed il 1154, ma è anche possibile che questa sia ritardabile di alcuni decenni nel periodo compreso tra il 1154 ed il 1189. Il monumento è il frutto di una storia stratificata di trasformazioni e di restauri che lo hanno interessato dall'Ottocento ad oggi. Nel livello inferiore della costruzione troviamo ancora oggi la presenza di un îwân a pianta quadrata con due ampie sale attigue simmetriche. La copertura con volta a crociera ha tre nicchie, una di fondo e due laterali, coperte da semicalotte, nella calotta di fondo in pietra e stucco restano alcune tracce di muqarnas con alveolature, mentre nelle due nicchie laterali, costituite da catini a ombrello rivestiti di stucco, ancora in parte riconoscibili muqarnas scanalati a sezione triangolare. A modello del sistema idrico della Zisa o del Castello della Favara o di Maredolce, dalla parete di fondo, in prossimità della muqarnas fuoriusciva un rivo d’acqua che attraversava l’ambiente e, oltrepassato il portale d’ingresso, andava ad alimentare la pescheria. Al livello superiore si accede da una scalinata ricavata nei vani all’îwân centrale, dove rimane solo la cappella con i muri perimetrali arricchiti da arcate cieche disposte secondo il consueto stile decorativo normanno. Nel 2018 un dibattito tra le istituzioni e la città, ha rimesso in primo piano l'esigenza di un progetto di restauro del monumento, che comprenda il restauro dell'intero complesso architettonico e la valorizzazione del paesaggio urbano e agricolo che lo contiene. Dibattito animato anche da contributi scientifici, sull'intero complesso architettonico, che restituiscono una ricca presenza di personaggi importanti per la storia del restauro siciliana, quali Francesco Saverio Cavallari, Francesco Valenti, Mario Guiotto e Giovan Battista Filippo Basile, uniti a osservazioni e rilievi dello stato attuale, studio ancor più significativo se inquadrato alla luce del rinnovato riconoscimento dei monumenti «arabo–normanni» di Palermo da parte dell’UNESCO. Si tratta in origine di un piccolo padiglione privato della famiglia Scibene collegato con la sottostante azienda agricola (oggi vignicella dei gesuiti) (intervento di Francesco Lopiccolo al Convegno sullo Scibene del 2014 presso fac. ingegneria). La tenuta agricola passata alla nobiltà normanna fu donata agli arcivescovi di Palermo che provvidero alla realizzazione della cappella e del palazzo sopra il padiglione realizzando così un'ampia terrazza panoramica verso il mare. Successivamente gli arcivescovi abbandonarono il luogo per un altro spazio di villeggiatura (Baida) e la tenuta fu affittata decadendo progressivamente. Nel tempo (1568 circa) i gesuiti acquisirono la tenuta maggiore (Scibene inferiore) e provarono ad acquisire la tenuta superiore con il padiglione e il palazzo vescovile entrando in rotta di collisione con il principe di Villafranca che ne ottenne il possesso. Restaurò l'edificio e impiantò il giardino sia realizzando una camera dello scirocco nell'antico jiwan, sia ripristinando il laghetto e impiantando due monumentali fontane di "crocchiole" cioè conchiglie (ricerche di Angheli Zalapì). Il giardino era "aperto al pubblico" suscitando le ire dei gesuiti che alla fine riuscirono ad impadronirsene e il luogo fu abbandonato probabilmente come sede del "peccato". Al centro è presente una fontana simile a quella del castello della Zisa e si trova in una sala cruciforme, vi sono anche delle piccole volte di tipo orientale poste anche in altri edifici contemporanei. Ad una estremità dell'edificio c'è una piccola chiesa con volte a botte. In realtà il tetto era ligneo con maggiore altezza sul santuario (ril Cavallari , Goldsmidt ecc) a seguito di crolli e ristrutturazioni il tetto della navata è stato abbassato (esisteva ancora al tempo del Goldsch.) e dopo il crollo il soprintendente dell'epoca progettò un tetto "innovativo" sul santuario: volta a botte in c.a recentemente con un restauro "filologico" è stato definitivamente restaurato l'ingresso. L'edificio è in totale stato di abbandono, stritolato dalla vegetazione e dai detriti. Necessiterebbe di interventi di manutenzione e ripristino. Inoltre la cappella è stata posta sotto sequestro per mancata tutela nel 2014. Il monumento è stato riaperto in occasione dell'evento "Le vie dei tesori" tenutosi nel 2017, che ha riaperto per la prima volta il monumento al pubblico. L'edificio oggi (2022) è in fase di restauro sebbene non si sia tenuto conto dei rilievi di Cavallari, di Basile, di Goldschmidt. Altri link per approfondimento: https://www.italianostra.org/beni-culturali/palazzo-delluscibene-a-palermo-pa/, https://www.siciliaweekend.info/2021/03/08/castello-uscibene-palermo/, https://www.youtube.com/watch?v=JmDOcV-zHqM (video del C.R.I.C.D.), https://www.youtube.com/watch?v=x6Pjgt44oTA (video di Regione Siciliana), https://www.palermotoday.it/video/castello-uscibene-fruibile-vie-dei-tesori-.html (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dell%27Uscibene, testo di Maria Angela Pileri su https://www.palermoviva.it/palazzo-delluscibene/

Foto: entrambe prese da https://www.italianostra.org/beni-culturali/palazzo-delluscibene-a-palermo-pa/

giovedì 9 marzo 2023

Il castello di giovedì 9 marzo



DOMUS DE MARIA (SU) - Torre Aragonese di Chia

L'attuale paese ha avuto origine nel XVIII secolo grazie all'insediamento dei padri Scolopi e ad un gruppo di famiglie provenienti dai territori limitrofi che si stabilirono nella zona per sfuggire alle continue incursioni barbaresche. L'abitato che si sviluppò fu incorporato nella baronia di Pula, dipendente dal marchesato di Quirra, feudo prima dei Centelles e poi degli Osorio, ai quali fu riscattato nel 1839 con la soppressione del sistema feudale. La torre di Chia si erge su un promontorio che nell'antichità era l'acropoli di Bithia, città punico-fenicia del I millennio a.C. Si raggiunge a piedi attraverso un sentiero di circa 20 metri ed è la testimonianza di un passato più recente che risale al XVI secolo, quando la Sardegna divenne terra di conquista spagnola. La torre fu edificata nel 1578 per volontà del viceré spagnolo De Moncada, con l’obiettivo di difendere la foce del Rio di Chia, punto di approdo dei commerci e spesso nel mirino delle scorribande piratesche che in questa area del Mediterraneo durante i secoli del Rinascimento italiano erano molto numerose. Nel 1592 la torre era detta de "I Santi de Quaranta de Quia", forse per la presenza di una chiesa altomedioevale dedicata ai quaranta martiri di Sebaste. Prima della costruzione del baluardo (1572), l'area era detta anche "la guardia maestra". Già nel 1594 la torre era operativa. Quando venne costruita, la torre di Chia fu attrezzata come una "torre de armas", cioè "armata", perché munita di cannoni del calibro di 6 e 8 libbre sempre pronti a far fuoco e di feritoie di avvistamento dalle quali le guardie davano l'allarme. Ospitava una guarnigione di 5 persone, più altre due per ciascuna delle due "guardie morte" (cioè le postazioni di vedetta mobili, senza torre). La struttura non poteva contenere più di 5 uomini; infatti, gli uomini delle vedette di Las Cannas e di capo Spartivento, che di notte riparavano nella torre, erano costretti a dormire nel terrazzo sotto la mezzaluna (tettoia di canne e coppi sovrastante la terrazza all'aperto, così detta per la forma a semicerchio). È stata edificata in pietra calcarea, ha un'altezza di circa 13 m e un diametro di oltre 10 m. Ha una forma a tronco di cono ed è dotata di una scala interna che congiunge il piano rialzato con la sommità. Secondo uno schema collaudato e diffuso nell'intero settore S/O, presenta una zoccolatura di base molto pronunciata e all'interno del primo piano la volta è sostenuta da una massiccia colonna centrale. L'ingresso si apriva a circa 5 m dal suolo in direzione N. Lo spessore murario è di circa 2,5 m d'ampiezza, nel cui interno si sviluppa la scala di accesso al terrazzo, costruita in gradini di pietra e coperta in origine con tavole di ginepro. Le mura esterne sono caratterizzate, come le torri di San Macario e del Coltellazzo, da conci di arenaria calcarea ben squadrati, provenienti dall'antica città di Bithia, e da ciottoli arrotondati. Nel 1605 si ha notizia dei primi restauri. Nel 1614 la torre - essendo "alcaide", (comandante della torre) Leonardo Lucio Obino - aveva subito un incendio probabilmente ad opera dei barbareschi che ne assaltarono gli spalti. Nella piazza d'armi sono visibili le tracce di tre cannoniere e di due garitte lignee, che proteggevano i boccaporti e di cui si ha notizia dal 1767. In epoca sabauda la guarnigione scese a tre torrieri più l'artigliere e l'alcaide. Nel 1720 la fortezza era in buono stato. Durante questi anni la torre mantenne la sua importanza e la sua presenza favorì la nascita, nel XVIII secolo, dell'abitato di Domus de Maria. Nel settembre del 1769 l'ingegnere Perin e il misuratore Girolamo Massey preparano un intervento di restauro per le torri di Chia e del Coltellazzo, ma le stesse nel 1773 ebbero bisogno di altri lavori secondo la relazione del misuratore Viana. Un intervento fu realizzato nel 1784, ma già nel 1786 l'alcaide lamentava che la nuova santabarbara fosse già diroccata. Altri lavori furono effettuati con cadenza periodica dal 1806; successivamente nel 1818 dall'architetto Girolamo Melis e nel 1840 dal mastro Rafaele Fadda. Dopo la dismissione, conseguente alla fine dell'Amministrazione delle Torri, fino agli anni '50 del XX secolo, la Torre di Chia fu utilizzata dalla Guardia di Finanza, per contrastare il contrabbando. Nel 1988 e all'inizio degli anni '90 ha subito un pesantissimo restauro, grazie al quale la torre ancora oggi gode di un buono stato di conservazione. Dall'alto della sua maestosità si può contemplare un meraviglioso panorama che regala ai forestieri una visione d'insieme del paesaggio da togliere il fiato. Ecco alcuni video sulla torre: https://www.youtube.com/watch?v=d7m16vtVF6c (di Thesilentube83), https://www.meteoweb.eu/2017/04/sardegna-domus-de-maria-e-la-torre-di-chia-viste-dallalto-video/891478/, https://www.youtube.com/watch?v=wZheDK_CygE (di Destination Sardinia), https://www.youtube.com/watch?v=WYC2zeRnbwM (di AllWays Sardinia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Domus_de_Maria, https://www.chiasardegna.net/it/articles/52/la-torre-di-chia-tracce-di-un-passato-aragonese.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Chia, http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17857&v=2&c=2466&c1=2640&visb=&t=1

Foto: la prima è di Rsroberto su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Domus_de_Maria_Torre_di_Chia_3.jpg, la seconda è presa da https://www.itbeach.it/torre-di-chia-acropoli-di-bithia-domus-de-maria/

mercoledì 8 marzo 2023

Il castello di mercoledì 8 marzo


CADEO (PC) - Castello di Zamberto in frazione Roveleto

Un tempo in queste terre “feracissime” di Saliceto e nelle sue fattorie e monasteri “incastellati” (fortificati) tra cui lo erano anche Selvareggia o Selvarezza, Tornora e Zamberto vivevano circa 1300 persone che si dedicavano all’agricoltura e all’allevamento mentre, nel resto del comune di Ca’ Deo gli abitanti residui ammontavano a 2000 circa nel 1890. Dunque, questo comunello, era veramente molto importante, in quanto si trovava in una zona importantissima di collegamento tra Piacenza e Cremona, tra le vie romee Emilia e Postumia, tra Piacenza, Cremona e Fidenza (Fiorenzuola al tempo era ancora un semplice ma importante “mansio”, una stazione di cambio dei cavalli di alto livello imperiale). Zamberto, di conseguenza, rappresentava un fortilizio “agrario” di notevole importanza per il ruolo di “fabbrica del cibo” che la sua fortunata posizione gli permetteva. Il palazzo fortificato di Zamberto è una magnifica villa incastellata, uno splendido gioiello barocco che prende il nome dalla famiglia Zamberti, che ne fu proprietaria a partire dal Cinquecento, Il conte Paolo Camillo degli Zamberti lasciò scritto che, in mancanza di discendenza maschile, la grande proprietà incastellata fosse ceduta, alla sua morte, ai nobili Nicelli o alla contessa Paola Nicellli sposata con il conte Ignazio Rocca, i quali si sarebbero dovuti impegnare a dare alla loro discendenza maschile il cognome Zamberti.; con l'estinzione della famiglia, avvenuta nel 1770 l'edificio passò al conte Giuseppe Rocca, erede del ramo della famiglia Nicelli, a sua volta estinto, che vantava il diritto di subentrare alla famiglia Zamberti. Così avvenne nel 1770 quando morto l’ultimo erede maschio del casato degli Zamberti, il canonico Giuseppe, la proprietà passo ai Rocca essendosi estinta nel frattempo anche la discendenza dei Nicelli. Il discendente diretto della contessa Rocca, nata Nicelli, conte Giuseppe Rocca ereditò tutto fino a quando nel 1831, Gian Antonio Rocca, cedette il complesso all'Opera Pia Alberoni. L'edificio si compone di un monoblocco con quattro torri circolari angolari, ciascuna di dimensioni diverse. All'interno sono presenti dei camini in arenaria decorati da motivi floreali. Il complesso include un oratorio di struttura poligonale che presenta sul portale di accesso uno stemma degli Zamberti rappresentante un pappagallo ed è sormontato da una snella lanterna. A differenza del resto del complesso, l'oratorio, in particolare l'interno decorato con stucchi, si trova in cattive condizioni di conservazione. Altri link per approfondimento: https://www.liberta.it/news/cronaca/2013/12/28/fantasmi-presenze-rilevate-nel-castello-di-saliceto-incontro-organizzato-da-spazio-tesla/, https://valdarda.wordpress.com/2012/05/10/cadeo-lo-zamberto-tra-un-maschio-erede-e-labbandono/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cadeo, https://new.turismopiacenza.it/itinerari/roveleto-di-cadeo/palazzi/palazzo-fortificato-di-zamberto/, https://www.altavaltrebbia.net/2020/11/14/palazzo-fortificato-di-zamberto/

Foto: è presa da https://new.turismopiacenza.it/itinerari/roveleto-di-cadeo/palazzi/palazzo-fortificato-di-zamberto/

martedì 7 marzo 2023

Il castello di martedì 7 marzo



SACILE (PN) - Castello

Si ipotizza che Sacile sia stata fondata nell'VIII secolo come avamposto militare collocato presso un'isola artificiale (un "sacco", da cui il toponimo) ottenuta grazie all'escavo di una diversione del Livenza. Mantenne a lungo una condizione di centro di confine, stretto tra le giurisdizioni del castello di Cavolano, a sud, e del castello di Caneva, a nord e, dal punto di vista ecclesiastico, tra le diocesi di Ceneda e di Concordia. Il fortilizio doveva essere ancora in piena attività nel X secolo, quando avrebbe sostenuto l'invasione degli Ungari, tuttavia con il tempo cominciò ad affiancare alle funzioni militari quelle di centro industriale e commerciale. Grazie alla presenza del Livenza che forniva l'energia meccanica necessaria, il borgo poté arricchirsi di impianti per la lavorazione dei metalli e la molitura. Lo stesso fiume, grazie ad alcune opere idrauliche, venne reso navigabile fino al mare, aprendolo ai traffici. Discorso diverso per i mercati i quali, per questioni soprattutto igieniche, non potevano tenersi all'interno della città. La zona extramuraria, come si è visto, ricadeva però sotto altre giurisdizioni e i Sacilesi dovettero quindi faticare non poco per ottenere concessioni dai vicini, che talvolta si risolvevano in violenti liti. A partire dall'XI secolo la città poté godere di ulteriori vantaggi in concomitanza con la formazione dello Stato patriarcale. I principi-vescovi, infatti, scelsero Sacile per trascorrervi lunghi soggiorni durante i quali emetteva sentenze, incontrava ambasciatori, organizzava feste. Nel 1190 l'abitato ottenne le libertà comunali, ovvero la concessione dell'autonomia amministrativa mediante la stesura di propri statuti. In età medievale, dunque, Sacile rappresentava un centro aperto e dinamico, decisamente opposto alle ristrette realtà dei feudi confinanti. Nel 1366, precisamente l'8 novembre, a Sacile furono promulgate le Constitutiones Patriae Foriiulii (Costituzioni della Patria del Friuli) una delle più antiche costituzioni scritte della storia. Nel 1420 Sacile, come il resto del Friuli, venne annessa alla Repubblica di Venezia; durante il periodo veneziano ci fu un grande sviluppo grazie ai commerci, soprattutto fluviali e molte famiglie nobili eressero i loro palazzi lungo il fiume e i suoi canali. Nel 1797, alla caduta della Serenissima, Sacile perse il potere sui territori dei paesi vicini ed entrò in una crisi economica. La nascita del piccolo castello sull'isola del Livenza va ascritta alla fine del secolo X. Sappiamo che nel 1207 il patriarca Volfero convocava la Curia vassallorum nel castello di Sacile. In quel tempo il complesso era costituito dal Castelvecchio e dal Castello di corte, cinti da mura e da fosse con due porte d'accesso, una verso il Friuli, denominata Borgo Ricco, l'altra diretta nel Trevigiano, chiamata Inferiore o di San Gregorio. Il patriarca Gregorio a metà del 1200 spese ingenti somme per fortificare i castelli friulani, tra questi anche quello di Sacile, spesso danneggiati a seguito degli assalti di Ezzelino da Romano. Per le minacce derivanti dai Caminesi e dagli Scaligeri, dopo un periodo di abbandono, i fortilizî furono potenziati nelle difese nel 1274 e nel 1325 per volere rispettivamente dei patriarchi Raimondo e Pagano della Torre; ulteriori migliorie si ebbero nel 1347, allorché il patriarca Bertrando di Saint Geniès fece costruire le mura di cinta che dal castello arrivavano fino al porto (ovvero l’altra isola sulla quale approdavano le barche mercantili), e nel 1409 ad opera del patriarca Antonio Panciera. Nel 1422 il Castel Vecchio venne rinnovato. Nella seconda metà del 1400 vennero costruite due ali di muro per unire Castelvecchio alla terra, una si estendeva verso Borgo Ricco e l’altra verso quello di S. Gregorio. La più completa descrizione delle fortificazioni di Sacile si deve a G. Marchesini: illustrando il sito (1957) scrive che "le rovine dell'antichissimo castello ancor vedonsi intorno al tempio maggiore della città". Del vecchio castello oggi restano solo pochi ruderi, ovvero il torrione mozzato e resti delle mura di cinta. Degli originari cinque torrioni, oggi ne sono rimasti tre, quello più antico di Castelvecchio, il torrione di S. Rocco e quello del Foro Boario. In particolare sull’imponente torrione di S. Rocco è presente il Leone alato di San Marco, segno della presenza a Sacile della Serenissima Repubblica di Venezia. Altri link suggeriti: https://www.visitsacile.it/arte-storia-fede/architetture/mura-e-torrioni/, https://condottieridiventura.it/morando-di-porcia/ (foto)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Sacile, https://consorziocastelli.it/icastelli/pordenone/sacile, https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/sacile-pn-castello/

Foto: la prima (torrione di Prà Castelvecchio) è presa da https://www.asasacile.it/archivio/2015/, la seconda (torrione del Duomo) è presa da https://souvenirdiviaggio.it/sacile-cosa-vedere-in-un-giorno-poche-ore/

lunedì 6 marzo 2023

Il castello di lunedì 6 marzo



MERANO (BZ) - Castel Trauttmansdorff

La storia di Castel Trauttmansdorff risale attorno al 1300, quando nel luogo dove ora sorge il castello ne fu edificato un altro, chiamato Neuberg, che ebbe fra i proprietari gli Angerheim e i Suppan. La famiglia Trauttmansdorff lo acquistò nel 1543 mentre si trasferiva dalla Stiria nel Tirolo meridionale, oltre a due castelli nei pressi di Trento. Franz, il figlio dell'acquirente, lo fece ampliare. Due generazioni più tardi questo ramo della famiglia Trauttmansdorff si estinse, segnando il tramonto di un'epoca: la nobiltà perse interesse per i castelli di sua proprietà e si ritirò nelle residenze urbane. La conseguenza fu il decadimento del castello Neuberg nell'anno 1777. Tra il 1777 e il 1778 crollarono la torre e la cappella. Il maniero rimase in rovina, fino a quando nel 1846 il Conte della Stiria, Joseph von Trauttmansdorff, un parente della famiglia, si trasferì a Merano, neonata "città di cura", e ricomprò l'edificio 150 anni dopo che i suoi parenti l'avevano abbandonato. Ridotto a rovine, lo ampliò fino alle dimensioni che lo caratterizzano al giorno d'oggi, integrandolo con elementi neogotici. Il castello fu rinominato Trauttmansdorff e fu il primo esempio di castello neogotico nel Tirolo. Nel 1867 Joseph morì ed il suo corpo venne deposto nella cripta, situata attualmente sotto la cappella del castello. Morto scapolo, il suo ingente patrimonio passò in eredità al cavalier Moritz von Leon, molto probabilmente figlio illegittimo del conte. Nel 1870 ospitò Elisabetta di Baviera, la principessa d'Austria Sissi, durante le sue cure a Merano. Con le figlie Gisella e Maria Valeria, rispettivamente di 14 anni la prima e di 2 anni la seconda, l'imperatrice occupò l'ultimo piano dell'edificio. Questa visita rese la cittadina sudtirolese estremamente famosa come luogo termale. Vissero nelle stanze del secondo piano dell'edificio. Il seguito dell'Imperatrice era invece composto da 102 persone e fu sistemato in alcune residenze nei dintorni della struttura. Fu grazie all'Imperatrice Elisabetta che Merano divenne una nota "città di cura". A pochi mesi dal suo arrivo a Merano, infatti, i giornali viennesi annunciarono i progressi fatti dall'Imperatrice, che non godeva di ottima salute, beneficiando del clima mite presente nella città dove si stanziò per sette mesi. Nel settembre 1889 Elisabetta tornò per la seconda volta a castel Trauttmansdorff, otto mesi dopo che suo figlio Rodolfo d'Asburgo-Lorena, nonché principe ereditario, si era suicidato a Mayerling. L'ospite dell'imperatrice fu Moritz von Leon, che però fu costretto a rivendere tutti i suoi beni, compreso il castello e le residenze di Pienzenau e Fragsburg, con le relative tenute a Friedrich von Deuster di Kitzingen, proveniente da Kitzingen, non distante da Würzburg. Deuster partecipò attivamente alla vita della città di cura in pieno sviluppo. Diventò membro della direzione corse dell'ippodromo, acquistò Fragsburg, fece allestire frutteti e giardini tutto attorno al castello e rialzò l'ala orientale con una sala in stile neorococò. Questi portò il castello a nuovo splendore, che terminò con l'inizio della prima guerra mondiale. In seguito alla prima guerra mondiale e l'annessione del Tirolo meridionale al Regno d'Italia nel 1919/20, Friedrich von Deuster fu espropriato dei suoi beni, come molti cittadini germanici in Italia, sotto il Fascismo, e divenne sede dell'Opera Nazionale Combattenti e fu italianizzato in Castel di Nova (dal nome del torrente che scorre poco distante). Nel periodo caratterizzato dal fascismo gli arredi del castello furono quasi completamente perduti e l'edificio diventò cadente. L'ONC tentò di trovare un acquirente per la proprietà del castello, senza però riuscirci. Nel corso dell'occupazione tedesca della provincia dopo l'armistizio dell'8 settembre fu usato dalla Wehrmacht. Nel 1977 l'Associazione Nazionale Combattenti fu sciolta e la proprietà passò all'amministrazione provinciale. Nel 2003, all'interno delle antiche mura é stato inaugurato il primo museo dell'arco alpino dedicato esclusivamente alla storia del turismo, il Touriseum. Attorno al castello sono stati inaugurati nel 1994 i bellissimi Giardini Botanici di Trauttmansdorff, i quali occupano una superficie di ben 12 ettari e ospitano più di 80 esemplari di paesaggi naturalistici di tutto il mondo. Dai giardini ombrosi costituiti da alberi del nord e del sud America, grosse felci e "fossili viventi" del Mediterraneo, coloratissimi e profumati giardini, frutti e vigneti, fino ad esemplari artistici di giardini europei storici – tra cui anche un labirinto reale. Tutto ciò ha trovato qui a Merano il suo habitat naturale. Anche innumerevoli vigneti e frutti autoctoni hanno trovato il loro rifugio, ma anche il vigneto più grande e più vecchio al mondo (https://www.trauttmansdorff.it/it/i-giardini-di-castel-trauttmansdorff.html e un loro video di Renzo Manganotti: https://www.youtube.com/watch?v=AMdY7JR5Nmw). Altri link suggeriti: https://www.lorenzotaccioli.it/castel-trauttmansdorff-e-giardini-botanici-guida-completa/, https://www.suedtirolerland.it/it/video/i-giardini-di-castel-trauttmansdorff/ (video)

Fonti: https://www.suedtirolerland.it/it/cultura-e-territorio/castelli/castel-trauttmansdorff/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Trauttmansdorff, https://www.altoadige-tirolo.com/castell-trauttmansdorff-merano/

Foto: la prima è di Llorenzi su https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Trauttmansdorff#/media/File:Trauttmansdorff_Castle_panorama.jpg, la seconda è presa da https://www.meranerland.org/it/cultura-e-territorio/merano-citta-di-cura/i-giardini-di-castel-trauttmansdorff/