lunedì 13 maggio 2013

Il castello di lunedì 13 maggio






OLBIA (OT) – Castello di Pedres (pisano-aragonese)

Detto anche castello di Pedreso (si ipotizza che il nome del fortilizio sia derivato dalla presenza della vicina Villa Petresa, o Petrosa, piccolo nucleo demico medievale estintosi nel XIV-XV secolo), venne edificato su una ripida emergenza rocciosa alta 89 mt., dalla quale si sovrasta la parte meridionale della conca di Olbia, con scambio visivo con l’antica città e relativo porto. Si tratta di un forte, risalente al Medioevo, costruito in pietra fra il 1296 ed il 1388, dai Visconti, potente famiglia di Pisa che resse il Giudicato di Gallura fino al XIII secolo, e successivamente utilizzato dai Pisani per far fronte all'attacco da parte degli Aragonesi. Originariamente il castello era dotato di quattro torri e composto da due piazzali, uno superiore e uno inferiore, cintati da mura poligonali, raggiungibili attraverso scale costruite con grandi massi di granito. Gli interessanti ruderi comprendono una doppia recinzione: la prima, molto ampia di forma quadrilatera, ebbe la funzione di inglobare al suo interno un vasto ripiano del colle; la seconda, presenta una parte anteriore di circa 1000 mq. e una posteriore nella quale sorgono la torre e un edificio rettangolare adibito probabilmente ad abitazione. Sono ancora visibili, nel piazzale superiore, due stanze diroccate, di cui una con volta a crociera, una cisterna per la raccolta della acque piovane, ed il mastio, che in origine era suddiviso su quattro piani lignei, sostenuti da mensole granitiche e/o incassati direttamente negli alzati. Della torre, che in cima aveva un terrazzo pavimentato in cocciopesto, si conservano in alzato solo due lati, per un’altezza di oltre dieci metri. L'accesso al mastio era posto a circa 6 metri d'altezza e avveniva utilizzando scale di legno retrattili. Un edificio rettangolare si affianca al mastio ed anche questo presenta un’ampia cisterna sottopavimentale la cui volta è crollata. Un ulteriore vasto ambiente rettangolare si appoggia al lato meridionale della cortina, avendo potuto svolgere preferibilmente la funzione di alloggiamento per soldati di stanza e/o magazzino. Nel 1339 il castello venne affidato ai frati ospedalieri di San Giovanni di Gerusalemme. A partire dalla seconda metà del XIV secolo divenne di proprietà degli Aragonesi e quindi del Giudicato di Arborea. Con la pacificazione dell'isola il castello di Pedres perse di importanza ma, prima di venir abbandonato (all'inizio del XV secolo), alcuni rifacimenti specie alle finestre fanno pensare ad un suo utilizzo gentilizio. Molti dei danni sono riconducibili all'incuria e all'abbandono patito nei decenni più recenti, mentre altri sono attribuibili ai bombardamenti della II guerra mondiale. Negli anni dopo il conflitto è stato adibito anche a struttura funzionale alla gestione del vicino Aeroporto Vena Fiorita. L’accesso attuale al monumento è dal versante settentrionale, diversamente da quello originale, che si apre ancora ad occidente, verso la scomparsa Villa Petresa. La scalinata di restauro attualmente utilizzata ne ricalca una precedente, ricavata nel corso della seconda guerra mondiale, quando sulla cima del colle venne impiantata una postazione di contraerea. Il mastio è collocato all’estremità opposta dell’ingresso. Per molte sue caratteristiche il castello si avvicina ad altri esempi pisano-lucchesi del periodo, lasciando supporre progettisti e maestranze importate dalla Toscana durante il dominio della famiglia Visconti nel regno giudicale di Gallura.

sabato 11 maggio 2013

Il castello di domenica 12 maggio






ONANO (VT) – Castello Monaldeschi

Fu fatto costruire intorno alla prima metà del Quattrocento dai Monaldeschi della Cervara. Sorse sullo stile dei palazzi comitali di allora, austero ed elegante, di forma quasi quadrata, a conci di schietto tufo ben levigati e connessi. Le sue mura, molto spesse alla base, in alto sono coronate tutt’intorno da una teoria di mensole ad archetto (beccatelli), che oltre a fungere da elemento decorativo servono a sostenere l’estremo parapetto dei merli rettangolari di tipo guelfo con i quali culminava l’intera fabbrica. Il palazzo nel suo disegno originale, privo di aggiunte, risultava sicuramente più snello e più elegante nelle sue linee. I Monaldeschi, a sigillo della loro opera, vollero subito farvi apporre lo stemma gentilizio in pietra nera. Nella prima metà del Cinquecento fu fatta costruire un’aggiunta sul lato occidentale del palazzo. In alto questo torrione terminava con un ampio terrazzo. Dallo stemma gentilizio sullo spigolo di questa costruzione, si desume che fu edificato da Luca III di Gentile della Cervara, e può quindi essere datato tra il 1524 e il 1561. Distrutto dall'incendio scatenato dai Lanzichenecchi nel 1527, fu poi ricostruito da Corrado della Cervara. Verso la fine del XVI secolo fu fatta una ulteriore aggiunta che si eleva a levante con lo spigolo a caratteristica lama da taglio. Questa costruzione a tricuspide fu fatta costruire dalla casa degli Sforza. In essa si trovano delle feritoie per bocche da fuoco e sappiamo che le prime armi da fuoco vennero usate nella seconda metà del Cinquecento. Questo stupendo baluardo ha l’ingresso principale nella piazza della Rocca. Probabilmente in questa piazza esisteva anticamente un fosso e un ponte levatoio come ultima difesa del castello stesso. Gli Sforza apportarono anche modifiche interne che consistevano più che altro nella personalizzazione di alcune stanze e appartamenti con maioliche e pitture parietali. Ritornato per breve tempo alla Repubblica di Orvieto venne definitivamente ceduto nel 1712 alla Camera Apostolica. Nel 1725, per ordine del Tesoriere Generale Vaticano, vennero eseguiti lavori di consolidamento e ristrutturazione del palazzo. Nella seconda metà del Settecento fu concesso all’armatore irlandese Giuseppe Denham e questi fece togliere dalle pareti interne le pregiate maioliche e gli stemmi araldici, per cui purtroppo di questi non v’è più alcuna traccia se non qualche frammento. Dopo essere stato della figlia di Denham, Carlotta Denham (detta Madame Carlotta dagli onanesi, motivo per cui da quel momento la costruzione prese anche il nome di Palazzo Madama), il castello andò per successione ai Bosquet (eredi del marito). Dal 1870 al 1908 la famiglia Pacelli acquistò parte del castello e qui Eugenio Pacelli, futuro Papa Pio XII, passò le estati della sua infanzia. Poi tornò ad essere per intero dei Bosquet. Attualmente il castello attraverso varie donazioni è di proprietà del Comune di Onano, nonché sede municipale. Le opere di consolidamento e di restauro hanno portato alla luce alcuni dipinti su muro di scuola francese fatti eseguire dalla famiglia Bosquet nell’Ottocento. All’interno di alcune sale del castello si conservano alcuni pavimenti in ceramica del Quattrocento oltre ad alcune altre decorazioni di diversi periodi, mentre nei pressi delle murature esterne si conserva un’edicola con un affresco del Pastura.

Il castello di sabato 11 maggio






PONZANO DI FERMO (FM) – Castello

Durante il dominio longobardo, il duca Faroaldo di Spoleto, donò questo territorio ai monaci dell'abbazia di Farfa, che vi costruirono la chiesa di S. Maria Mater Domini. Nel 1059 Ponzano compare per la prima volta sull´atto in cui è riportato che i monaci donarono a loro volta il territorio al Vescovo di Fermo Ulderico. Nel 1214 Ponzano esisteva già organizzato come castello di una certa importanza perché proprio in quell’anno il marchese Aldovrandino, figlio di Azzo d’Este, glielo confermò insieme ai castelli di S. Martino in Plumbarano, Longiano (nel territorio di Fermo al confine con quello di Ponzano), Montone, S. Cipriano. Tutti questi territori col passare degli anni furono annessi alla Città di Fermo, mentre il castello di Ponzano rimase sempre distinto, non tanto perché favorito da un impianto di miglior difesa naturale, quanto perché vivificato da una realtà che gli altri non avevano: la Pieve di S. Maria Mater Domini. Nella primavera del 1415, durante l´avanzata dei Malatesta nelle Marche, il castello di Ponzano si ribellò ai Fermani ed il 2 aprile venne occupato dai soldati (del Malatesta), mentre il castello di Torchiaro (ora frazione di Ponzano) fu saccheggiato e distrutto. Il 28 febbraio 1416 sei cittadini ponzanesi tentarono, senza riuscirvi, di riconsegnare il Castello ai Fermani. L´effettivo ritorno nella Giurisdizione dello Stato Fermano avvenne il 19 luglio 1416. Nel settembre 1443 fu di nuovo occupato, questa volta dalle milizie di Alessandro Sforza, mentre gli altri Castelli limitrofi (Torchiaro, Moregnano, Longiano, S.Maria Matris Domini) vennero incendiati e distrutti. Solo gli abitanti di Moregnano e Torchiaro ebbero il coraggio di ricostruire i propri castelli. Gli altri, o per mancato accordo o per difficoltà a crearsi un saldo apparato difensivo, preferirono chiedere asilo ai Castelli vicini: è quello che fecero gli abitanti di S.Maria Matris Domini i quali si rifugiano a Ponzano. La costruzione del torrione con la porta d’ingresso che oggi ammiriamo risale al al secolo XV, resa necessaria dopo le distruzioni ed i saccheggi del 1415 e del 1443. è la classica torre di vedetta e di difesa eretta sull’entrata principale del castello, con fornici a sesto acuto e con merli di parte ghibellina. Attraverso un basso loggiato si accede all’interno di quello che fu l’insediamento urbano dell’antico “castrum”. Nonostante le ristrutturazioni dei secoli successivi al XV, è ancora riconoscibile la struttura architettonica che doveva avere cinque secoli fa, con piccoli vicoli a destra ed a sinistra, la piazzetta e la via in ripida china che divideva in due l’agglomerato delle case. Grazie alle pressioni esercitate su Papa Pio V, il 5 aprile 1570, il castello di Ponzano e le terre confinanti (l'odierna frazione di Capparuccia) vennero separate dal comune di Fermo.  Da questo specifico episodio ha preso spunto la Rievocazione Storica "Da Castello a Comune Libero-1570" che viene svolta a Ponzano l´ultima domenica di luglio di ogni anno.

venerdì 10 maggio 2013

Il castello di venerdì 10 maggio





LIMATOLA (BN)  - Castello

Il Castello di Limatola è uno dei più interessanti esempi di architettura fortificata medievale, che nel 2020 raggiungerà la soglia dei 1000 anni di esistenza. E' situato nella parte alta del centro storico, su di una collina, in posizione strategica. Venne edificato dai Normanni sui resti di una torre longobarda. Le sue mura hanno custodito le vicende delle famiglie degli Angioini, Aragonesi, Sanseverino, sono state il palcoscenico dei fasti del ’700 e testimoni del soggiorno strategico di Garibaldi. Nei secoli vi hanno dimorato donne potenti come la Duchessa Margherita De Tucziaco, la leggiadra Contessa di Caserta Anna Gambacorta e la coltissima Contessa Aurelia D’Este. Un’attestazione documentaria del castello di Limatola è nella Bolla di Sennete (1113), arcivescovo di Capua, e riguarda la chiesa di San Nicola. Nel 1266, Carlo I d’Angiò, dopo la conquista del Regno di Napoli, donò Limatola a Tommaso Sanseverino ma nel 1269, sospettando che la famiglia Sanseverino lo tradisse a favore di Manfredi e Corradino, ne esiliò i membri e dopo pochi anni la concesse a Guglielmo Belmonte Grande Ammiraglio del Regno per 130 once. Il 27 settembre del 1277 per il cattivo stato del castello di Limatola, tenuto in custodia da Margherita de Tucziaco, venne ordinato al nobile Leonardo Cancelliere Achaye di adottare ogni provvedimento necessario in favore di Margherita e di reperire le maestranze più prestigiose in tutto il regno di Napoli e della Sicilia, affinché il castello riacquistasse il suo splendore. Intanto Margherita si spostò nel castello di Morrone. Con decreto del Re Carlo I d’Angiò, emanato a Melfi il 27 settembre del 1277, il castello ebbe il suo primo restauro al quale dovette presiedere l’architetto francese Pietro D’Angicourt, lo stesso che aveva diretto i lavori di ricostruzione del castello di Lucera in Puglia e che spesso viene appellato come Protomaestro. Dopo un anno la castellana Margherita potè tornare nel Castello di Limatola e Carlo I inviò presso la sua corte il nobile Americo de Sancto Claro, al quale fu donato il castello di Limatola, in cambio del castello di Sannicandro, ma con giuramento di fedeltà al sovrano. Nel 1316 il territorio di Limatola fu donato da Roberto d’Angiò a Guglielma Cantelmo, madre del suo figlio naturale Carlo d’Artus. In circostanze ancora poco chiare, ad opera della regina Giovanna I, nel 1345 i possedimenti precedentemente confiscati furono restituiti ai Sanseverino. Nel 1439, durante la guerra di successione al trono di Napoli, Limatola era difesa dal Caldora e fu presa da Alfonso d’Aragona. La famiglia della Ratta fu in possesso della contea di Limatola almeno fino all’occupazione del regno di Napoli ad opera di Luigi XII di Francia che usurpò molte terre. Nel 1457 il conte Giovanni morì ed il figlio Francesco ebbe confermati i possedimenti e i titoli paterni nel 1458. Nel 1460 durante la congiura dei baroni, il castello di Limatola fu conquistato da Ferrante d’Aragona che così potè controllare il tratto del fiume fino a Capua. I conti Cesare d’Aragona e Caterina della Ratta persero Limatola e le altre terre della Contea, ma, come eredi del conte Francesco di Limatola, insieme alla nipote Caterina Juniore, fecero valere presso Luigi XII il possesso dei loro beni ereditati jure successorio. Cesare d’Aragona affrontò prima le truppe di Carlo VIII e, successivamente, quelle di Luigi XII. Sconfitto dai francesi fu costretto all’esilio sino alla morte nel 1504. Nel 1509 Caterina Della Ratta si sposò di nuovo con Andrea Matteo Acquaviva , duca d’Atri e conte di Conversano, uno dei feudatari più ricchi del regno, col quale ebbe inizio la Signoria degli Acquaviva. Egli era un insigne umanista , uomo colto e raffinato, uomo d'armi e di lettere e seppe abilmente guadagnarsi la contea facendo sposare suo nipote, Giulio Antonio Acquaviva, con la pronipote della contessa di Caserta, Anna Gambacorta. Nel 1518 il castello e l’annessa chiesa di San Nicola intra castellum vennero restaurati, come ricordato in una lapide posta sopra il portone d’ingresso della cinta muraria: “Questa fortezza di pace sarà fortificata, perché possa tenere lontano i nemici che combattono con i dardi: lontano da qui si commetta pure qualsiasi atto ostile. Francesco Gambacora e la moglie Caterina della Ratta insieme restaurarono questa fortezza, gravemente pericolante per i più importanti amici presenti e futuri. Anno del Signore 1518”. Nel 1570 Limatola fu comprata da Francesco Gargano per conto del principe di Conca Giulio Cesare di Capua, che, nel 1599, donò il feudo al figlio Matteo di Capua. Dopo la morte di Matteo (1607), il figlio Giulio Cesare junior di Capua ereditò le 40 terre dal padre, compresa Limatola. Nel 1610 passò a Diana Gambacorta, figlia di Carlo Marchese di Celenza, con suo marito Giovannantonio Gambacorta per 25000 ducati. Nel 1647 scoppiò la rivolta di Masaniello e l’eco arrivò anche a Limatola. L'allora duca Francesco III Gambacorta (figlio di Giovanni Andrea e di Diana Gambacorta ) aprì le porte del suo maniero  a numerosi rifugiati tra cui la famiglia Filangieri, il principe di Frasso, la famiglia Brancaccio. Nel castello c’era abbondanza di viveri e di acqua nonché un forte presidio. Nel paese, invece, aumentava il malcontento tra i contadini a causa delle continue imposte che erano costretti a pagare sia al duca che allo spietato fisco regio. Presto la popolazione giunse al colmo della disperazione, elesse un capo popolare e armata di tridenti e arnesi rudimentali attaccò il castello mettendo in fuga il presidio. Il duca, per aver salva la vita e quella dei suoi ospiti, scese a patti col capo popolare, ma invitato quest'ultimo a colloquio nel castello, a tradimento lo fece arrestare e poi, dopo un sommario processo, impiccare. Morto Francesco Gambacorta nel 1657, Giuseppe Maria Gambacorta, figlio di Francesco, assunse il titolo di terzo duca di Limatola . Ebbe come consorte Vincenza Gambacorta la quale, dopo la morte del Duca Giuseppe, avvenuta nel 1672, si risposò con il consigliere capo di rota Alvaro della Quadra dal quale non ebbe figli. Vincenza Gambacorta tra il 1694 e il 1696 fece restaurare ed affrescare le sale del piano nobile del castello di Limatola, che era rimasto seriamente danneggiato dal terribile terremoto del 1688, e morì il 10 Aprile del 1714. Il dominio dei Gambacorta durò fino al 1734 anno in cui, morto Francesco IV, marito di Aurelia d’Este, non essendoci eredi il feudo fu confiscato.  In un momento non ancora precisato il castello venne in possesso dei Carafa poiché esiste un atto del Giugno 1816 con il quale fu venduto dai fratelli Giuseppe, Maria e Luigi Carafa all’arciprete Don Francesco Canelli. Quest'ultimo lasciò in eredità il castello al nipote don Vincenzo, dottore in filologia e medicina. Il castello il 14 marzo 1944 fu requisito dalla V armata U.S.A. Il castello è circondato da una cinta muraria intervallata da torri circolari dotate di scarpata fino all'altezza del cornicione. La cappella palatina dedicata a san Nicola conserva un crocifisso d'epoca. Alcune sale sono decorate da affreschi prevalentemente del XVIII secolo. Dopo decenni di abbandono l'edificio è stato restaurato nel 2010 grazie alla Cosystem Srl della famiglia Sgueglia, che ne è proprietaria, ed oggi ospita un albergo ristorante. I lavori hanno avuto l’alta sorveglianza della soprintendenza Bappsae di Caserta e Benevento. In un’ ala del castello è stata allestita la Mostra “Il Castello di Limatola e la Battaglia del Volturno”. L’esposizione pittorica narra degli avvenimenti del 1° Ottobre 1860, tra i più significativi dell’epopea garibaldina. Elementi peculiari del maniero sono due torri semicilindriche addossate alle mura di cinta ad Ovest lungo la gradinata che conduce alla porta d’ingresso principale. Secondo alcuni storici, al posto della gradinata doveva esserci un ponte levatoio che però, invece di articolarsi intorno ad un asse parallelo al fronte di ingresso come di norma, era perpendicolare ad esso. Dalla porta si accede ad un androne coperto a volta, al di sopra del quale si sviluppa la foresteria. A sinistra della gradinata d’ingresso è posto il giardino ad un livello superiore. Il giardino circonda tutto il castello ed un tempo era verdeggiante di aranci, limoni e ulivi; ora vi sono numerosi ritrovamenti di frammenti ceramici di età basso medievale. Le due torri e la cinta muraria hanno merli piatti. In alcuni tratti le mura hanno il redondone ovvero un cordone sporgente che impediva la scalata agli assalitori. Quasi tutta la cinta muraria è difesa da saettiere le quali a sud si susseguono ogni quattro metri i forma arcuata: ciò permetteva ai difensori  il lancio di dardi, di olio bollente e piombo fuso. Di solito, l’ingresso era il luogo dove si esercitava la prima offesa dell’attaccante e infatti numerosi archetti pensili documentano il cammino di ronda che seguiva tutta la cinta muraria, dalla quale si operava la difesa. Il castello è a corte chiusa, con gli ambienti che si sviluppano su tre lati, quello ad ovest è cieco con un’apertura in alto e ciò attesterebbe l’ipotesi dell’esistenza di un antico mastio incorporato poi nel palazzo baronale. Il mastio è l’unico punto del castello dal quale si traguarda il castello di Morrone. L’accesso al palazzo baronale avviene mediante una scala scoperta che conduce all’ingresso caratterizzato da un arco a sesto ribassato in pietra, dal quale attraverso un androne coperto da una volta a botte, si passa alla corte approssimativamente rettangolare. L’androne è posto su uno dei lati lunghi, al di sotto di tre arcate pensili che sorreggono un ballatoio dal quale si accede ad alcuni ambienti del piano ammezzato. Sul lato opposto dell’ingresso, prende corpo un altro ballatoio di maggiori dimensioni su una serie di sei archi, su cui si aprono diversi ambienti; nel primo arco a destra, una porta immette in un ambiente articolato in tre spazi affiancati in lungo, coperti  ciascuno da una struttura a crociera archiacuta impostata su dei pilastri incassati nelle pareti murarie. Nel secondo arco a destra, una porta immette in un gruppo di locali adibiti in origine adibiti a cucine. Un complesso sistema di canali di raccolta collegati ad un serbatoio idrico permetteva di raccogliere le acque piovane convogliatevi dalla copertura della costruzione. L’acqua dopo essere stata filtrata e depurata da un sistema di filtri costituito da ammassi di sassolini distribuiti lngo la condotta muraria, giungeva in no dei piccoli pozzi distribuiti intorno la corte e nuovamente filtrata passava nella; cosi le riserve d’acqua erano tanto abbondanti da bastare per lunghi periodi d’assedio, come avvenne durante la Rivoluzione di Masaniello. Nell’ultimo degli archi che si succedono nella corte, di fronte all’ingresso si , si apre un ambiente sottoposto al piano di calpestio della corte e coperto, anche questo con volta a botte. Al piano terra lo stile gotico è presente soprattutto nell’ala nord est, costituita da una serie di ambienti con volte ogivali a crociera, o a costoloni, formate da mattoni messi in opera a spina di pesce e poggiati su pilastri rotondi incassati nelle pareti murarie. Questi ambienti furono in gran parte ristrutturati nel 1277 dalla castellana Margherita de Tucziaco. La stratificazione è presente anche nella zona della foresteria dove, ad esempio, nella stalla  è presente un portale ad arco a sesto acuto in tufo giallo, oggi completamente murato, ma che è sicuramente nell’antico sito, poi trasformato in bastione e quindi in stalla (con soprastante foresteria). Nelle forme richiama le opere della tarda età angioina. Contigui al mastio per ampliarlo sono stati accorpati ambienti voltati a crociere poggianti su pilastri. Anch’essi sono caratterizzati da paramenti esterni in conci di tufo squadrati, ma di diverse dimensioni rispetto a quelle del mastio; come differenti sono il tufo utilizzato e la dimensione dei fori dell’impalcato. Le maestranze angioine padroneggiarono a pieno le tecniche costruttive e ne è prova l’ideazione dell’ambiente posto tra i nuovi volumi e il mastio: esso risolve il problema statico di scarico delle volte gotiche senza caricare ulteriormente le preesistenti pareti normanne. Vi è un sito web dedicato al castello: www.castellodilimatola.net

giovedì 9 maggio 2013

Il castello di giovedì 9 maggio






SUBBIANO (AR) – Castello Della Fioraia in frazione Castelnuovo

Allo sbocco dell'Arno, nella pianura che si allarga verso Arezzo, sorge in bella posizione panoramica Castelnuovo di Subbiano, con la massiccia mole del castello dominato dall'alta torre a controllo strategico della vallata. Il castello, posto sopra una rupe, si vede da lontano incorniciato dai cipressi e per arrivarci occorre lasciare la strada statale 71 umbro-casentinese. Il parco ai piedi dell’edificio è ricco di piante ed essenze del luogo alle quali si mischiano grandi palme che conferiscono all'insieme un aspetto tipico dei primi decenni del novecento. E’ un castello un po' anomalo rispetto agli altri esempi nel Casentino, molto romantico nell'aspetto esteriore, con forme chiaramente del XV secolo, epoca in cui fu ricostruito. Le sue prime notizie risalgono al 1022 quando era conosciuto come Vico di Sesto, nome di origine romana forse indicante il sesto miglio di distanza da Arezzo. Con Caliano, Bibbiano, Subbiano, La Nussa e Montegiovi faceva parte del sistema difensivo longobardo. Il castello ebbe vicende storiche tormentate che culminarono nel 1130 con la sua distruzione ad opera del governo dei consoli aretini in guerra contro il potere vescovile e l'abate di Santa Fiora. Furono i monaci benedettini, aiutati dai canonici e dai nobili di Petrognano, a ricostruirlo e gli diedero il nome di Castelnuovo, ma nel 1170 fu distrutto di nuovo e poi ricostruito, finchè nel 1400 ceduto dalla Signoria di Firenze a Simone Della Fioraia ambasciatore di Firenze come ricompensa per le sue imprese diplomatiche. I nobili Della Fioraia ne mantennero la proprietà fino alla fine del Settecento ed apportarono numerose modifiche e migliorie al corpo originario per adattarlo all'esigenza di farne la sede dei loro interessi familiari. La fortificazione è caratterizzata da un'alta e massiccia torre quadrata merlata, con coronamento aggettante a beccatelli e con le caditoie sotto le arcatelle che sorreggono lo sporto, circondata da un ampio recinto fortificato rettangolare, del quale la parte occidentale conserva ancora tracce della forma primitiva medievale. Tutto l'impianto originario è stato oggetto di numerose trasformazioni nel corso degli anni, la più pesante delle quali avvenne nel settecento, quando il maniero fu praticamente trasformato in residenza signorile. Oltre alla torre, anch'essa rimaneggiata, la corte interna è l'elemento che più mantiene inalterato il carattere medievale, seppure parzialmente rinnovato in caratteri neogotici, da notare come la scala del cortile interno riprende le forme di quella del cortile del Castello di Poppi. Anche la porta, detta 'Porta Vecchia', è ben conservata e ai suoi lati sono murati gli stemmi di nobili famiglie della zona. La cappella del castello è stata stata affrescata nei primi anni del ‘500 da un allievo di don Agnolo di Lorentino, le cui opere sono molto comuni nelle chiese del contado aretino. All’interno del corpo quadrangolare posto di fianco alla torre vi è un atrio ristrutturato in stile neogotico e in cui si trovano alcuni frammenti di sculture in arenaria risalenti ad epoca medioevale. Attualmente solo il parco e la resede esterna al castello sono accessibili.

Il castello di mercoledì 8 maggio






PIEDILUCO (TR) - Rocca Albornoz

In un documento del 1028 si citano il Castello de Luco (sulla sommità del monte della Rocca, dal latino lucus, bosco sacro) e la curtem de Postro (in riva al lago), come un possedimento di tale Bernardo D'Arrone, feudatario del luogo, che lo concesse ai monaci dell'Abbazia di Farfa. La Rocca era caratterizzata da un mastio con torre quadrangolare, di cui ora rimangono solo i resti. In basso sorgeva un piccolo villaggio, nella zona chiamata il Colle. Nel 1244 Federico II passò questi luoghi ai Brancaleoni, che fortificarono il castello. Nel 1330, Rieti e Spoleto si allearono per distruggere la rocca (una roccaforte ghibellina), ma furono fermati in questo intento da papa Benedetto XII. Nel 1333 fu occupata dalle truppe papali di Roberto D'Angiò. Nel 1364, Blasco Fernando di Belviso, rettore del ducato di Spoleto e cugino del Cardinale Albornoz,  acquistò dai Brancaleoni la Rocca e la ingrandì, nell'ambito del rafforzamento del potere papale che l'Albornoz portò avanti in tutta l'Umbria. È inevitabile, quindi, mettere la rocca in relazione con quelle di Assisi, Narni, Orvieto e Spoleto, anche se la planimetria si presenta profonda mente diversa. Infatti mentre gli altri edifici presentano un impianto quadrangolare, con al centro una piazza d’armi, ai lati un fabbricato residenziale, agli angoli un mastio e torri minori, tutte a pianta quadrata, nella rocca di Piediluco, il mastio, il cortile e il palazzo residenziale si succedono linearmente. Nel 1368 Blasco e il figlio Garcia vennero uccisi dagli abitanti di Piediluco. Tremenda la reazione di Spoleto e della Chiesa, che misero a ferro e fuoco la rocca e il paese, impiccando tutti i responsabili. Piediluco tentò ripetutamente di sottrarsi al potere papale, favorendo le mire espansionistiche di Terni e di Spoleto. Dal 1393 al 1439 fu dominio dei Trinci di Foligno, che lo dotarono di un nuovo statuto (Statuta Castri Pedisluci). Successivamente, Papa Eugenio IV lo sottomise alla potestà pontificia ed in seguito, nel 1453, Papa Nicola V lo rese signoria del capitano di ventura reatino Matteo Poiani. Nel 1578 il feudo fu diviso tra i Poiani e i Farrattini-Poiani di Amelia. In seguito tutti i beni feudali passarono ai conti Pianciani, che li cedettero ai baroni Franchetti alla fine del XIX sec. La rocca, che è allo stato di rudere dal XVIII secolo, presenta due parti distinte. Nella zona sud-est si trova il palazzo fatto costruire nel corso del XIII secolo da Oddone e Matteo Brancaleoni, ristrutturato poi da Blasco. Ancora oggi è possibile individuarne la sala di rappresentanza con il portale di accesso, le stanze residenziali e i vani accessori. Con la chiesa di San Francesco esso costituisce un esempio di prim’ordine della stagione del gotico a Piediluco. L’emergenza più significativa è rappresentata dal mastio, a pianta pentagonale, che si articola su cinque livelli, collegati da una scala ottagonale sostenuta da archi rampanti. Il livello inferiore veniva utilizzato come serbatoio d’acqua. La forma pentagonale, determinata da uno sperone, serviva, con buona probabilità, ad amplificare l’effetto di imponenza del mastio, diminuendo il rischio di assalti esterni. Il cortile d’armi presentava al centro una cisterna dove venivano raccolte, depurate, le acque piovane poi riutilizzate all’interno del complesso. La residenza del castellano era articolata su tre livelli. All’interno delle sue murature, in pietra calcarea, sono individuabili i resti del castello di Luco, tra cui la vecchia torre. La porta d’ingresso alla rocca si apriva sul lato nord-est ed era difesa da una torretta i cui resti sono ancora visibili. L’esistenza di due parti separate, corrispondenti a due distinte funzioni, militare e residenziale, rendevano questo complesso non pienamente omologabile ad altri dello stesso tipo. Ad ogni modo l’intera struttura era tenuta insieme e protetta da un sistema di fortificazioni che si prolungava sino al borgo sottostante, chiudendolo ad est e a nord. Oggi quel poco che rimane di queste mura è coperto da una fitta pineta impiantata alla fine degli anni trenta del XX secolo. Al tempo di Blasco, invece, lo spazio, per ragioni di difesa, era stato liberato da ogni vegetazione.

martedì 7 maggio 2013

Il castello di martedì 7 maggio




CUSAGO (MI) – Castello Visconti

Era una residenza di caccia dei duchi di Milano situata nel comune di Cusago, alle porte della capitale lombarda. Il castello fu costruito su volere di Bernabò Visconti tra gli 1360 e il 1369, sui resti di una preesistente fortificazione longobarda. La struttura venne eretta per fungere da residenza di caccia (a cervi, daini, cinghiali e uccelli di varie specie) durante le battute nella riserva viscontea che si estendeva nella campagna a sud di Milano fra la città e Vigevano. Fu in tempi successivi Filippo Maria Visconti ad ingentilire l'iniziale fortilizio medievale con la costruzione delle sale di rappresentanza interne e l'escavazione del Naviglietto, una diramazione del Naviglio Grande fatta scavare partendo da Gaggiano per raggiungere più agevolmente la struttura. Egli inoltre fece realizzare la famosa "steccata" ovvero una prima recinzione in loco dell'area di caccia ducale ed a costruire la "strada particolare del principe", un tratto viario utilizzabile come via veloce esclusivamente dal duca e dalla sua corte per giungere al castello. Nel corso della peste del 1398 il castello divenne un rifugio dal morbo e trasformato per l'emergenza in lazzaretto (poi trasferito alla vicina cascina Palazzetta). La sua funzione di villa di campagna signorile, per caccia, feste e luogo d'incontro con amanti venne ripristinata da Ludovico il Moro e dalla moglie Beatrice d'Este, e fu proprio sotto il suo regno che il poeta di corte Gian Alberto Bossi ne cantò le bellezze nel poemetto L'ameno bosco di Cusago, villa eretta da Ludovico il Moro. Tra il 1485 e il 1490 il palazzo venne ricostruito e ampliato fino ad assumere la forma attuale e diede ospitalità ad ambasciatori e ospiti illustri. La proprietà poi passò a Lucia Marliani, un'amante del nipote defunto di Ludovico, Galeazzo Maria Sforza, ed alla morte di costei il castello tornò a i duchi di Milano che però se ne disinteressarono, complici le complicate vicende storiche che travagliarono il ducato in quegli anni, compresa la rovinosa dominazione francese. Nel 1525, per saldare i propri debiti e recuperare del denaro, il duca Francesco II Sforza decise di vendere il castello di Cusago al conte Massimiliano Stampa (creato poi anche marchese di Soncino), il quale nel 1535 colse l'occasione delle nozze ducali per ospitare nella propria residenza di Cusago la principessa Cristina di Danimarca, giunta viaggiando dalla terra nativa, verso il ducato di Milano per maritarsi col duca Francesco II. La famiglia Stampa non apportò sostanziali modifiche alla struttura del castello (se si esclude il rialzamento della torre d'ingresso con l'ingentilimento del campanile attualmente visibile), ma anzi esso rimase perlopiù residenza di campagna sino alla morte di Anna Moroni, moglie di Massimiliano, per poi acquisire sempre più la qualifica di palazzo di controllo delle proprietà di famiglia in loco. Con la bachicoltura, nel Settecento, parte delle sale inferiori del castello venne riservata a questa attività e come centro di raccolta per i beni derivati dall'agricoltura e dalla lavorazione dei terreni circostanti. Nel 1973, il castello, ormai da tempo in decadenza e trasformato in una grande cascina agricola abitata da circa trenta famiglie, assieme ai terreni circostanti venne acquistato attraverso la marchesa Anna Maria Casati Stampa di Soncino da Silvio Berlusconi che, tramite Edilnord, costruì su alcuni appezzamenti il quartiere "Milano Visconti". Il castello, ormai malridotto, fu quindi venduto ad una società formata da un gruppo di imprenditori "Il Castello di Cusago s.r.l" nel 2003 con l'ipotesi di farne una scuola floro vivaistica legata al Parco agricolo Sud Milano, progetto sfumato per le difficoltà e il castello venne ceduto nel 2008 all'immobiliare "Kreiamo s.r.l". Il maniero ha il portone d'ingresso volto ad est, un tempo arricchito da bassorilievi, poi asportati da Massimiliano Stampa per il suo palazzo di Milano. In corrispondenza dell'ingresso vi è una torre merlata, sopra cui vi è una torricella, sempre dell'epoca di Massimiliano. Il fronte misura 62 metri (contro i 96 dei fianchi) e si sviluppa su due piani come tutto il resto della costruzione; è aperto da finestre a sesto acuto al superiore e da altre ad arco ribassato all'inferiore, distribuite asimmetricamente. A meridione ed a settentrione le finestre sono sette per lato, ma nel secondo sono più strette fra loro, in modo da riservare un terzo del fianco al loggiato; molte di queste finestre sono murate o parzialmente chiuse per ricavarne altre di minori dimensioni, ma sono perlopiù integre. La costruzione, già di per sé priva di fossato e altre strutture difensive (anche la torre sembra piuttosto un elemento di decoro o un motivo di maggior prestigio), è ancora più assimilabile ad una villa campagnola per la presenza di una graziosa loggia, smurata nell'Ottocento e poi di nuovo murata: essa si apre sull'estremità destra del fronte principale e svolta sul lato settentrionale, per complessivi tredici intercolumni, segnati da esili colonne anellate a metà, dai capitelli ornati di scudetti sui quattro lati, ma con le insegne ducali solo sulle facce esterne. Le finestre di questo loggiato, ricavato dall'angolo più in ombra per ripararsi dalla calura estiva, non sono oggi più visibili, ma erano originariamente decorate con motivi floreali, alternati ai graffiti romboidali delle pareti; sotto il loggiato la decorazione continuava con una grande fascia a vivaci colori, con listelli bianchi e neri e archetti allungati ascrivibile per realizzazione al periodo del Moro. Anche l'interno è ormai disadorno: i lati frontali del cortile misurano 38/40 metri, mentre gli altri due lati 53 metri; il lato est, corrispondente all'ingresso, è porticato, largo oltre 5 metri con otto campate, di cui la quinta corrispondente al portone. I capitelli sono a fronte equina e furono privati delle insegne araldiche; sono superstiti invece gli eleganti capitelli pensili, da cui partono le volte, con medaglioni raffiguranti alcuni imperatori romani. Le finestre che danno sul cortile sono uguali per forma e dimensione a quelle esterne, tutte con tracce della tipica colorazione bicromatica (rosso e bianco). Ogni lato ne ha un numero diverso, che è crescente in senso orario: sul lato sud cinque, ad ovest sei, a nord sette ed otto a est. Tutte le fronti verso il cortile sono ricoperte quasi integralmente dalla decorazione a graffito romboidale, superstite anche su vaste superfici delle fronti esterne. Nessuna traccia, allo stato attuale, dell'oratorio ubicato al piano superiore della costruzione, mentre l'oratorio di Sant'Antonio, ubicato presso la chiesa parrocchiale, fu abbattuto nel '700. Sono diffuse delle voci sull'esistenza, nel castello, dell'ingresso ad un antico tunnel sotterraneo. Il tunnel collegherebbe l'edificio (in direzione Milano) alla chiesa di Santa Maria Rossa, da qui proseguirebbe verso Baggio e quindi Milano (si conoscevano alcuni ingressi presenti a Baggio) e dall'altro, in direzione Pavia, intersecherebbe un'altra rete di tunnel che corre fino alla Certosa di Pavia, quindi con una lunghezza di parecchi chilometri. Si ritiene che la fitta rete sotterranea sia molto estesa e che la via maestra correrebbe parallelamente al naviglio Pavese. Un ingresso del tunnel, murato intorno alla metà degli anni 60, si trova proprio sotto al Castello (sul lato destro guardando frontalmente l'edificio). Il tunnel, avrebbe una larghezza di circa 4/5 metri, un'altezza intorno ai 2.5 metri e risulterebbe costruito con una volta a mattoni. Una struttura tale da consentire il passaggio delle carrozze a cavallo, quindi con una probabile funzione di via di fuga dei signori di Milano. L'Istituto Nazionale dei Castelli ha inserito nelle sue tradizionali visite guidate ai castelli nel mese di settembre il castello di Cusago, che ha meritato anche il 23° posto nella classifica indetta dal FAI su “I luoghi del cuore”, dove hanno trovato posto i monumenti italiani più amati.