mercoledì 6 novembre 2013

Il castello di giovedì 7 novembre




SUSEGANA (TV) – Castello di San Salvatore

La sua storia è indissolubilmente legata alla famiglia Collalto, di antichissima origine longobarda, che da Treviso si stabilì qui tra il XII e il XIII secolo fondando i castelli di Collalto e di San Salvatore. Nel 1245 la collina di San Salvatore fu ceduta dal comune di Treviso proprio ai conti Collalto, che già vantavano diritti feudali sulla limitrofa contea omonima. La costruzione del castello di San Salvatore iniziò nel 1323 ad opera di Rambaldo VIII di Collalto e finì con il suo successore Schenella V. In precedenza, nel 1312, i Collalto avevano ottenuto da Enrico VII la piena giurisdizione sulle contee di Collalto e San Salvatore. Fu l'inizio di un principato che, pur in seno al comune di Treviso prima e alla Serenissima poi, mantenne larghissima autonomia sino al 1797, con l'arrivo di Napoleone. In posizione dominante, il castello (con i suoi trentamila metri quadrati tra rocca e borgo che lo rendevano uno dei più estesi del nord Italia) poteva controllare gli abitati circostanti, le principali vie di comunicazione e i traffici sul Piave. Fu per questo coinvolto nelle lotte che nel tardo medioevo coinvolsero Treviso, Padova e Venezia ma rimase sempre inespugnato, anche durante i terribili assalti dell’invasione ungherese agli inizi del Quattrocento. Ancora nel 1546 il Malipensa lo annoverava tra le opere che contribuivano alla difesa della Marca. Tuttavia, dopo la guerra della Lega di Cambrai il castello aveva perso le sue funzioni militari, evolvendosi quindi in dimora signorile e centro di potere. A partire dal Cinquecento, iniziò finalmente un plurisecolare periodo di tranquillità. Durante la lunga pax veneziana il castello di San Salvatore conobbe un periodo di grandissimo splendore, in cui venne abbellito e decorato grazie alla presenza di numerosi artisti tra i quali il Pordenone, lo Schiavone, Cima da Conegliano. Il castello ingentilito attirò pittori, poeti, letterati, e musicisti che vi trovarono spunto per le loro opere. Ospite dei Collalto nell’Abbazia di Nervesa, Monsignor Giovanni della Casa compone il suo celebre “Galateo”. All’inizio del Seicento sorse la chiesa di Santa Croce, rivolta verso il borgo attraverso un loggiato dal sapore sansovinesco e nel secolo dei Lumi il conte Odoardo fece erigere un nuovo palazzo, che prese il suo nome. In vicinanza del fronte del Piave, durante la Grande Guerra il complesso subì pesanti sconvolgimenti. L’edificio fu oggetto di notevoli interventi, anche distruttivi, sino all'Ottocento. Tuttavia risulta difficile ricostruirne la cronologia dal momento che, durante la prima guerra mondiale, il prezioso archivio dei Collalto è andato perduto in un incendio. Si ritiene che i lavori più importanti siano stati effettuati nel Cinquecento, applicando al complesso il tipico aspetto dei palazzi urbani. Come testimonia la documentazione fotografica, prima delle devastazioni belliche San Salvatore mostrava su di sé diversi stili, specie a livello della cinta muraria interna, che tuttavia raggiungevano una notevole sintesi anche grazie alle facciate, omogeneamente affrescate. Una lettera del 1919 descrive la situazione post-bellica: il castello era quasi interamente crollato e particolarmente gravi erano i danni all'oratorio privato, in cui si trovavano affreschi di Tommaso da Modena e del Pordenone. Solo nel 1943 iniziarono dei radicali lavori di restauro e ricostruzione, conclusi nel 1950-1951. Il Conte Rambaldo di Collalto rinnovò in modo moderno e imprenditoriale l'attività agricolo-industriale della sua tenuta, ricostruendo le centinaia di case coloniche distrutte e iniziando l’opera di ricostruzione e restauro del Castello. Quest’opera venne poi ripresa con passione dal nipote, il Principe Manfredo di Collalto; che nel 2003 completò il restauro di Palazzo Odoardo, cuore del Castello San Salvatore, ritornato così all’antico splendore. Attualmente San Salvatore si articola nella cinta muraria merlata, nel blocco di palazzo Odoardo (oggi utilizzato come sede di importanti eventi culturali) e nella torre grande assieme alla chiesa di Santa Croce, elementi raccordati ai ruderi di altri edifici. Vi è un sito web dedicato al castello: http://www.castellosansalvatore.it
Fonti: http://www.comune.susegana.tv.it, http://it.wikipedia.org, http://www.icastelli.it,

martedì 5 novembre 2013

Il castello di mercoledì 6 novembre






MOTTA SAN GIOVANNI (RC) – Castello di Sant’Aniceto

Noto anche come castello di San Niceto, è una fortificazione bizantina costruita nella prima metà del XI secolo sulla cima di un'altura rocciosa a forma di tronco di cono, tra quelle che dominano la città di Reggio Calabria, nei pressi del centro abitato di Motta San Giovanni. Tale posizione strategica consentiva in epoca medievale il controllo delle saline e dell'ampio tratto di mare dello Stretto di Messina che si estende da Taormina a Capo d'Armi passando per Reggio Calabria. Rappresenta uno dei pochi esempi di architettura alto medievale calabrese, nonché una delle poche fortificazioni bizantine sottoposte a lavoro di restauro e recupero. Il castello fu costruito come luogo di avvistamento e di rifugio per la popolazione reggina, in seguito all’intensificarsi delle scorribande saracene lungo le coste calabresi e siciliane. Con il passaggio della Calabria sotto il dominio dei Normanni, che conquistarono la fortezza intorno all'anno 1050, tale struttura fu ristrutturata ed ampliata con l’aggiunta di alcune torri rettangolari. Da questo momento vennero scritti documenti che ne danno notizia. Nel corso del XIII secolo esso divenne il centro di comando del fiorente feudo di Sant’Aniceto che nel 1200 fu tormentato dalle guerre tra Angioini ed Aragonesi, che si avvicendavano sul territorio reggino e, come molte altre zone della Calabria, passò in diverse mani.Nel 1268, per la prima volta, viene citato con l'appellativo di "castrum" in un diploma angioino e nel 1321 fu consegnato proprio agli Angioini. Nel 1434 Santo Niceto diventa baronia e dominò sui territori di Motta San Giovanni e Montebello (un riferimento antecedente a Motta San Giovanni si trova in un documento del 1412). Con il passare del tempo Sant'Aniceto perse progressivamente potere entrando in conflitto con la città di Reggio e per tale motivo fu distrutto nel 1459 dal duca Alfonso di Calabria. Sant'Aniceto dunque cadde definitivamente per mano dei Reggini appoggiati dagli Aragonesi, definitivi vincitori della secolare lotta contro gli Angioini. In un documento del 1604 Santo Niceto è detto appartenere alla Baronia di Motta San Giovanni. Il castello presenta una pianta irregolare, che ricorda la forma di una nave con la prua rivolta alla montagna e la poppa al mare. Ai piedi della breve salita che la collega con la pianura sottostante vi è una chiesetta munita di una cupola affrescata con un dipinto del Cristo Pantocratore, soggetto tipico dell'arte bizantina. Le mura hanno un’altezza variabile da 3 a 3,5 metri, uno spessore di circa un metro e sono ancora in ottimo stato di conservazione. I materiali di costruzione utilizzati sono per lo più costituiti da pietra squadrata, laterizi e malta molto resistente. All’interno della cinta sono ancora visibili alcuni ruderi come quelli di un'imponente cisterna idrica per la raccolta dell'acqua piovana. Non c'è traccia di edilizia privata, probabilmente gli edifici che sorgevano dentro la cinta fortificata erano destinati alle attività dei funzionari e alle truppe stanziali e gli spazi ampi atti ad accogliere le popolazioni rurali in caso di attacchi esterni garantivano di resistere a lungo. Di rilevante importanza sono la cortina muraria con torrette di guardia poco sporgenti e la porta d'ingresso con arco a tutto sesto. Questa risulta incastonata tra due monumentali torri a base quadrata impiantate direttamente sulla roccia che costituisce il piano fondale delle strutture. Delle due torri, comunicanti attraverso il mesopirgo, quella destra presenta una porta che conduce allo spazio interno un tempo diviso in due piani da un solaio ligneo, oggi scomparso, di cui rimangono i fori nella muratura atti ad ospitare le travi. Alla torre di sinistra si accede con una scala in pietra che conduce direttamente al piano superiore. Entrambe le torri venivano illuminate da finestre arciere. Le mura sono interrotte all'altezza del mastio da un muro trasversale che divide l'area della fortificazione in due zone, creando una seconda linea di difesa. La tecnica costruttiva di questa parte è differente rispetto alla cinta muraria e ciò fa pensare ad una seconda fase di intervento. Da ciò si evincono le diverse stratificazioni che si sono sommate nel tempo ad opera di dominazioni diverse che hanno occupato la fortificazione. La cinta, di spessore murario costante, era sicuramente percorribile nella sua interezza mediante un camminamento ligneo continuo per tutto il perimetro con travi incassate nei fori tuttora visibili nella muratura. Gli sbalzi di quota erano probabilmente raccordati da scale in legno di cui non c'è più traccia. Rimangono invece resti ben chiari di due scale in pietra di cui una collocata presso l'ingresso principale ed una accanto al muro di sbarramento trasversale. Una terza scala in pietra costituiva l'accesso al primo piano del palazzo addossato alle mura. A livello formale non vi è quasi più traccia delle merlature. La dedica del castello a Sant’Aniceto tradisce l’origine siciliana di parte dei fondatori: in quegli anni infatti in Sicilia era particolarmente diffusa la devozione all’ammiraglio bizantino San Niceta, vissuto fra il VII e l'VIII secolo. Sbarcati in Calabria con il sostegno del governo bizantino, i profughi siciliani parteciparono con le popolazioni locali alla edificazione di un kastron, chiamandolo col nome del loro santo protettore. Il Castello di Sant'Aniceto, fino a qualche anno fa in completo stato di abbandono da parte degli organi competenti, è entrato a far parte di quei complessi architettonici che sono stati restaurati per consentire la loro conservazione futura e soprattutto il loro recupero storico e culturale. Alcuni spazi aperti ed il palazzo centrale ospitano oggi eventi artistici e culturali.
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://atlante.beniculturalicalabria.it, http://www.comunemottasg.it/index.php?option=com_content&view=article&id=58&Itemid=59, Scheda Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it
Ecco un video dedicato alla fortificazione: http://www.youtube.com/watch?v=T5QM6I5rWDQ

Foto : di cirimbillo su http://it.wikipedia.org e di Alessandro Gandolfi su http://www.icastelli.it

Il castello di martedì 5 novembre 2013





SAN GIULIANO DI PUGLIA (CB) - Palazzo Marchesale

Situato ad un altezza di circa 452 m sul  livello del mare, San Giuliano di Puglia è un piccolo paese che si estende su di una superficie di 41,99 Kmq confina con Colletorto, Bonefro e Santa Croce di Magliano. Ha origini antiche, infatti la zona era gia abitata in epoca Romana, come testimoniano i resti di una villa romana, databile intorno al II secolo d.C. Il paese vero e proprio è di origine Medioevale, come risulta dalla memoria civile, storica ed eclesiastica della Diocesi di Larino (1744). Durante la dominazione longobarda, San Giuliano apparteneva al ducato di Benevento, infatti nel VIII secolo i principi longobardi di Benevento Landolfo e Pandolfo, fecero costruire una Badia dedicata a Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino, successivamente ceduta ai Monaci Benedettini. Nell’epoca della dominazione normanna, il paese assunse classiche sfumature feudali, cambiando di tanto intanto intestatario. Il primo di questi fu Trasmondo di Montaldo, probabilmente un cavaliere proveniente da Capua e feudatario del Conte di Loritello. Molto incerte sono le vicende che caratterizzano il paese nell’epoca sveva, non si hanno documenti o altre testimonianze che provino il casato allora vigente. Bisogna quindi passare al periodo angioino, per sapere che dopo la signoria dei Sanframondo, il feudo passò sotto gli Angioini ed in seguito ai De Capua, ai Sanseverino ed ai Monforte, i quali nel 1718 lo cedettero a Bartolomeo Rota, marchese di Collotorto, la cui famiglia ne fu proprietaria fino al termine definitivo dell’età feudale. Il vecchio centro abitato è raggruppato intorno al vecchio Palazzo Marchesale e alla Chiesa. Il Palazzo Marchesale è costituito da una serie di corpi di fabbrica intorno ad un cortile, aventi strutture portanti in muratura. Esso si sviluppa su più livelli: 2 fuori terra, altri interrati rispetto al piano del cortile. Nell’ambito del progetto di consolidamento statico e riqualificazione funzionale del Palazzo, l'ENEA ha effettuato delle indagini sulle strutture dell'edificio e, in particolare, prove di caratterizzazione dinamica, indispensabili per la successiva taratura del modello matematico messo a punto per le verifiche statiche e sismiche dell'intero complesso strutturale. Da circa un paio d'anni l'antico edificio, sottoposto a lavori di restauro, necessari in seguito al grave terremoto del 2002, è sede del municipio.  

Fonti: http://www.comune.sangiulianodipuglia.cb.it, http://turismo.provincia.campobasso.it, http://protprev.casaccia.enea.it

Foto: da www.mondimedievali.net

lunedì 4 novembre 2013

Il castello di lunedì 4 novembre







DALMINE (BG) - Torre Suardi

Nella descrizione dei confini comunali del 1392, il territorio di Dalmine, corrispondente all’attuale centro abitato e al suolo occupato dall’azienda, appariva come una grande proprietà di Giovanni di Baldino Suardi, il più importante dei capi della fazione ghibellina di Bergamo. Una testimonianza di questa presenza è rappresentata dalla torre di Dalmine (erroneamente chiamata dei Camozzi). Altre fortificazioni esistevano a Guzzanica e a Mariano già prima dell'anno Mille, mentre a Sforzatica, a Sabbio e a Dalmine sono databili al XIII secolo circa. Tra la fine del 1200 e l'inizio del 1400 gli scontri tra le fazioni ghibellina e guelfa per il dominio della città di Bergamo si trasferirono nel contado, interessando più volte Sforzatica, Dalmine e Mariano. Le proprietà dei Suardi nel 1440 furono loro tolte in quanto nemici di Venezia. I Canonici Lateranensi di S. Spirito il 19 ottobre 1498 acquistarono questi possedimenti dalla famiglia vicentina da Thiene. Alla fine del '700, le terre dei Canonici Lateranensi passarono in proprietà dei Conti Camozzi, di cui illustre fu Gabriele, grande patriota del Risorgimento italiano. Fu per interesse del Conte On.le Danieli, deputato al Regio Parlamento, sposato con la figlia di Gabriele Camozzi, che la tedesca Mannesman nel 1907 si insediò a Dalmine, acquistando dai Camozzi gran parte dei terreni. Il villaggio di Dalmine, fatto di una torre e di poche case coloniche, cominciò a cambiare volto. La Torre si innalza dal suolo per cinque piani e presenta una muratura in blocchi squadrati di arenaria, fino a circa un terzo della sua altezza, quindi i corsi di pietra si alternano a filari di ciottoli del Brembo disposti a spina di pesce, questi poi costituiscono il paramento murario della parte terminale, mentre i cantonali proseguono in pietra. Questa torre è l'unica testimonianza rimasta di un complesso fortificato a corte demolito nel 1908 per la costruzione degli stabilimenti industriali "Dalmine". Per chi volesse approfondire, consiglio una visita al seguente link: http://digilander.libero.it/torredalmine/torreDalmine/Benvenuto.html

Fonti: http://www.lombardiabeniculturali.it, http://digilander.libero.it/dalmenscuole/comune/storia_doc/storia.htm

Foto: da www.lombardiabeniculturali.it e una cartolina postale a colori.

domenica 3 novembre 2013

Il castello di domenica 3 novembre







PAGAZZANO (BG) - Castello Visconti

Sorge all'esterno del paese, lungo la strada per Treviglio. L’attuale struttura risale all’inizio del XIV secolo, quando venne edificata in luogo di una precedente costruzione difensiva che avrebbe dovuto sorgere nei pressi della chiesa dedicata ai santi Nazario e Celso. Era infatti consuetudine che le fortificazioni altomedievali della pianura bergamasca venissero costruite a fianco di edifici sacri, allora al centro della vita popolare. La prima costruzione fu eretta nel VI secolo al tempo delle invasioni dei Longobardi. E' certa l'esistenza di una roccaforte nel IX secolo, impegnata nella resistenza all'assalto dei Franchi. Pagazzano compare la prima volta in un documento del 9 di giugno 1186: si tratta di un diploma dell'Imperatore Federico I detto il Barbarossa: con questo documento l'Imperatore concedeva alcuni territori lungo il fiume Adda, del Cremonese e della Bassa bergamasca al comune della città di Milano sua alleata. Come gran parte dei castelli di quel periodo, venne abbandonato e riposizionato poco distante tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo nella prima area edificabile libera ai margini del centro abitato. La necessità di un castello difensivo era dovuta alla forte instabilità politica nell’età medievale del borgo di Pagazzano e di tutta la pianura centrale bergamasca: dapprima assegnato ai conti di Bergamo nell’XI secolo, passò a Milano dopo la pace di Costanza, unitamente agli altri castelli della Gera d’Adda. Il dominio nella città milanese venne esercitato prima dai Torriani e, dopo numerose lotte, dai Visconti. Furono proprio questi ultimi ad edificare il nuovo castello durante la reggenza di Giovanni, alla morte del quale (1354) subentrò Bernabò. A quel periodo risale una lapide che, posta all’interno del maniero, ricorda un ricevimento (forse il primo nella nuova struttura) in onore di Filippo Borromeo avvenuto nell’anno 1355. Bernabò Visconti proprio dal castello di Pagazzano, diresse la strage dei guelfi nel bergamasco. La tradizione vuole inoltre che nelle stanze dell’edificio dimorò per qualche tempo il poeta Francesco Petrarca. Il primo soggiorno del poeta risale all'autunno del 1357, un anno dopo il secondo, del settembre del 1358. Una terza visita al castello visconteo avvenne nell'ottobre del 1359. Il quarto soggiorno dovrebbe essere avvenuto nell'ottobre del 1367. Si tramanda che proprio per questo motivo, quando dopo la metà del 1300, Bernabò Visconti, per sedare ed evitare tentativi di rivolta, aveva deciso la distruzione della maggior parte dei castelli della zona, il Castello di Pagazzano venne tolto dalla lista nera perché aveva ospitato il grande poeta. Si dice anche che i Visconti avessero collegato il maniero a quello di Brignano tramite un passaggio segreto sotterraneo. Nel corso del XV secolo Gian Galeazzo Visconti diede il castello prima a Bertolino Zamboni di Cremona, poi alla famiglia Suardi. Il successivo insediamento di Filippo Maria Visconti portò nuovamente il castello alla famiglia cremonese degli Zamboni, che ne mantennero il possesso fino al 1428, anno in cui i territori vennero acquisiti dalla Repubblica di Venezia. Cominciò un periodo di fortissima instabilità, con la zona contesa da Milano e Venezia: in quegli anni il maniero, che fu teatro di numerose battaglie, venne affidato prima a Sagramoro, appartenente al ramo di Brignano dei Visconti, e poi a Francesco de’Isacchi di Treviglio. Nel 1447, con l’instaurazione a Milano della Repubblica Ambrosiana, la Gera d’Adda passò nuovamente alla Serenissima, ed il castello di Pagazzano venne nuovamente assegnato al ramo brignanese dei Visconti. Questa famiglia mantenne il controllo dell’edificio anche quando, con la costruzione del fosso bergamasco e la definitiva stabilizzazione dei confini, Pagazzano ritornò sotto l’influenza di Milano. La stabilità, sancita da un atto notarile che, datato 1465, confermava il pieno possesso dello stabile a Sagramoro II Visconti, portò il castello ad una serie di interventi di ammodernamento: venne ampliato sia il fossato che il perimetro di cinta, la cui parte esterna venne rivestita in laterizio, a cui furono aggiunte quattro torri agli angoli. Nel 1551 il castello di Pagazzano passò a Galeazzo Visconti, arciprete del paese, il quale attuò una serie di modifiche che lo avvicinarono ad una dimora signorile, edificato il Palazzetto, una dimora signorile suddivisa in grandi ambienti decorati in tempi successivi. Inoltre nel lato sud vennero distrutte le due torri e tutta la merlatura, mentre il lato nord (quello rivolto verso il confine con la Repubblica di Venezia) venne lasciato integro nelle sue funzioni difensive. Nel 1657 morì senza eredi l’ultimo dei discendenti del ramo brignanese dei Visconti, dopodiché il castello passò alla famiglia milanese dei Bigli. Questi compirono ulteriori opere di rimodernamento, tra cui la costruzione di un loggiato e di una scalinata a ventaglio, nonché numerose decorazioni. Nel 1828 la marchesa Fulvia Bigli lasciò il castello in eredità al marchese Paolo Crivelli, appartenente al casato del marito, la cui famiglia utilizzò la struttura come azienda agricola, mantenendone la proprietà fino al 1968. Da allora vi subentrarono altri proprietari fino a quando, nel 1999, il castello venne acquistato dal comune di Pagazzano. L’edificio è gestito oggi dal Gruppo della Civiltà Contadina di Pagazzano, un'associazione di volontari nata il 22/12/2005 composta da 12 volontari e, dall'aprile del 2007, dopo aver frequentato un apposito corso per diventare "Guide del castello", da 16 ragazzi. Il Gruppo ha come finalità la valorizzazione del maniero attraverso l'organizzazione di eventi culturali e manifestazioni varie. Il castello presenta una pianta a sezione quadrata circondata da un fossato difensivo ancora oggi adacquato e largo circa 12 metri, unico esempio in tutta la bergamasca. Il livello dell'acqua è regolato da una chiusa, posta nell' angolo sud- ovest, che permette di bloccare o di aprire l'ingresso della roggia Brembilla che alimenta il fossato. La cinta muraria, realizzata in cotto e perfettamente conservata, presenta una cortina esterna in laterizio e due torri (delle quattro originali), agli angoli del lato rivolto a nord, che possiedono arciere e fori circolari per le armi di allora, quali bombardelle e colubrine. Svetta inoltre il mastio che, dotato di beccatelli lunghi e stretti e di saracinesca ed argano, è posto a protezione dell’ingresso, a cui si accedeva tramite un ponte levatoio principale ed uno pedonale. Lungo il lato nord, lo spazio vuoto tra i merli è stato riempito con mattoni, verso l'interno è stato costruito un secondo muro parallelo a quello di cinta e nello spazio così ottenuto, completato dal tetto, sono stati ricavati numerosi locali, oggi destinati a deposito. Lungo le mura sorge la torre di vedetta da cui suonava la campana, perchè la gente si rifuggiasse all'interno delle mura in caso di pericolo. La parte più antica comprende i grandi stanzoni e i sotterranei, risalenti forse all'XI. In base alle sue caratteristiche, il castello potrebbe essere opera dell’architetto Gadio che ha realizzato il maniero di Milano, di Soncino e Pandino. Si crede che nel mastio si trovi un passaggio che portava ad un luogo di grande segretezza che fungeva da carcere. Il ponte levatoio di circa 4 metri è ancora oggi in funzione, manovrato per mezzo di catene in ferro fissate all'estremità di due massicci bolzoni; una volta calato sulla fossa si appoggia su un raccordo in muratura che si inoltra nel fossato per circa 8 metri. Superato il ponte levatoio e varcato l'arco a tutto sesto con saracinesca, si entra nell'androne del corpo di guardia nel quale si apre, alla sinistra di chi entra, una stretta porticina ad arco, protetta da una robusta inferriata comunicante con il torrione centrale. Superato, infine, un terzo arco ci si trova nel cortile del castello diviso in due parti da un muro interno che si estende da sud a nord. Se l’esterno ha conservato la fisionomia di costruzione difensiva, l’interno ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli, trasformandosi prima in dimora signorile poi in villa padronale. Al riguardo si possono trovare affreschi cinquecenteschi che affiorano sotto riquadrature settecentesche, nonché le numerose aggiunte, tra cui il loggiato e la scalinata. Degna di nota è la prestigiosa «Sala del Torchio», dove si può ammirare uno dei torchi settecenteschi per l'uva più grandi di tutta la Lombardia. Vi è un sito ufficiale dedicato a questo grandioso castello: http://www.castellodipagazzano.it/, mentre è possibile vedere un video su di esso al seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=zzO4F88zpwM


Foto: da http://www.ecodibergamo.it e di mavi80 su http://rete.comuni-italiani.it

sabato 2 novembre 2013

Il castello di sabato 2 novembre






PASSIRANO MARMORITO (BS) – Castello

Verso la fine del primo millennio, attorno al ‘900, dalle Alpi scendevano ancora nella Pianura Padana eserciti nomadi che seminavano il terrore tra le popolazioni. Nella zona dell’attuale Passirano spadroneggiavano gli Ungari e la loro presenza fece si che in queste terre si costruissero una serie di castelli collegati tra loro in grado di riparare abitanti e ospitare le armate per approntare le azioni belliche di difesa. Le cronache citano spesso il castello di Monterotondo, ma sempre attorno al 1000 viene datata la costruzione di altri due castelli nel comune, uno a Passirano Mattina ( di cui rimangono solo parte delle mura limitrofe in via Vittorio Veneto) e uno a Passirano Sera, ancora intatto e maestoso considerato il meglio conservato di tutta la Lombardia. Tale datazione viene contestata da alcuni che portano la costruzione a 3 o 4 secoli più tardi, dopo la costituzione del Libero Comune. Nel 1300-1400 infatti numerosi comuni si munirono di una rocca-rifugio. Quello di Passirano, più che un castello vero e proprio era infatti una rocca non abitata, di pianta rettangolare ed aveva la funzione di luogo protetto in cui ritirarsi quando scorrerie o scontri armati rendevano pericolosa la vita degli indifesi cittadini. Proprio per questa funzione di ricovero temporaneo e non di dimora gentilizia fortificata, il castello non andò distrutto; fu completamente ristrutturato nel tempo per adattarlo a nuove e più pacifiche esigenze abitative. Tutta la costruzione, realizzata in pietra di Sàrnico a blocchi irregolari, era circondata da un fossato d’acqua che isolava completamente le mura dal territorio circostante, e che ora è completamente coperto, ad esclusione del lato meridionale dove si trovava il ponte levatoio. Il castello è armato da due torri d’angolo a pianta semicircolare e a Nord-Ovest rimane solo una parte della torre detta "della Specola" che nel ‘700 ospitava appunto un osservatorio astronomico. Lungo il muro orientale si stacca una torre più alta delle mura, edificata anch’essa nel ‘700. La merlatura delle mura è ghibellina, a coda di rondine e fu aggiunta tra il ‘600 e il ‘700 assieme al grande portale da cui attualmente si accede al castello. L’interno, dove spicca un ampio cortile, è spoglio e contiene alcune stanze più antiche sul lato Nord-Ovest e altre con funzione di scuderie e deposito aggiunte a fine ‘700 come supporto alla adiacente villa Fassati. Il maniero, che era di proprietà comunale passò alla famiglia dei Conti Fenaroli nel 1722, da questi nel 1880 ai Marchesi Fassati di Balzola, un’antica famiglia piemontese trasferitasi in Franciacorta nel 1859. Attualmente è proprietà privata e all’interno ospita un’azienda agricola produttrice dei vini tipici della Franciacorta. E’ possibile comunque visitarne agevolmente gli esterni con una breve passeggiata a piedi.  


Foto: di Sergio Gottoli e di roxami su http://rete.comuni-italiani.it

venerdì 1 novembre 2013

Il castello di venerdì 1 novembre






MERCATO SAN SEVERINO (SA) – Castello Sanseverino

Mercato S. Severino, comune della provincia di Salerno, è di origini antichissime. Il toponimo Rota, primo dei tre che indicarono il territorio nel corso dei secoli (Rota, San Severino o Sanseverino, Mercato), intorno all'VIII secolo, indica sia una città, costruita nei pressi dell'attuale frazione Curteri, sia il Gastaldato, divisione amministrativa del principato di Salerno, in età longobarda. Fu abitato dai Romani e successivamente da Bizantini e Longobardi. Questi ultimi distrussero il complesso urbano-rurale di Rota allorchè gli abitanti del luogo osarono tagliare la strada alle truppe di Arechi, dirette verso Salerno. La sua notorietà aumentò con l'avvento dei Normanni, e precisamente con Troisio, che diede vita alla nobile e potente famiglia dei Sanseverino. Siamo nella seconda metà del secolo XI. Intanto ai piedi della collina, nei pressi della distrutta Rota, si andò affermando un nuovo sito - poco più di un villaggio - che, per la sua attività prevalente nel settore degli scambi commerciali, fu nominato Mercato. Della storia medievale del luogo si conservano oggi i ruderi della prima dimora dei Sanseverino: il castello. Esso costituisce uno dei più notevoli esempi di architettura militare dell' Italia meridionale (è il secondo per estensione in quest' ambito geografico) essendo composto da un primo nucleo di fondazione longobarda, un secondo normanno ed un terzo svevo-angioino-aragonese. L'interesse storico ambientale è reso evidente dalle rovine superstiti dei suoi ambienti e delle sue tre cinte fortificate. Le strutture murarie del castello, in parte in buone condizioni, configurano attualmente tutta l'estensione originaria che raggiunge circa i 350 x 450 metri. Il maniero fu, come detto, la dimora della più importante famiglia del Regno, i Sanseverino, dopo gli Aragona. Fu abbandonato a causa della partecipazione dell'ultimo Sanseverino alla congiura dei Baroni contro Ferrante. Recenti scavi condotti dal Centro per Archeologia medievale dell'Università degli Studi di Salerno hanno rivelato una stratigrafia complessa che ha messo in luce resti di officine metallurgiche, sistemi per l'uso di macchine da difesa, come catapulte e mangani, e materiali d'uso quotidiano, come ceramiche, monete, ecc., che potrebbero essere ben utilizzati sia per la creazione di un museo che di laboratori per la ricerca scientifica. La Piazza d'Armi fa parte del nucleo più antico del castello. Situata a ridosso del mastio quadrato, era probabilmente adibita a manifestazioni militari. Seguendo il perimetro interno delle mura risultano ben evidenti le piccole torrette per l'installazione delle macchine da guerra e i camminamenti di ronda, che conservano ancora i merli originali collocabili tra l'XI e il XII sec. Poco distante dalla Piazza d'Armi si incrocia, sul lato sinistro, il portico di accesso alla cisterna. Il portico, perfetto per la sua volta a botte, è situato alle spalle del palazzo, che da questo luogo veniva esemplarmente difeso attraverso quattro aperture di aereazione e illuminazione. La cisterna, ad intonaco sovrapposto, è lunga otto metri, essa porta lungo il perimetro una mensoletta alta un quarto di parete. Dal suo fondo, ancora oggi, è possibile attingere per dissetarsi della buona acqua piovana. Addossato alla cisterna si situa il palazzo, sede residenziale del signore. L’edificio presenta dimensioni molto vaste e non si esclude che possa essere stato occupato dal capostipite Troisio, che qui si stabilì fino al 1064 con la sede militare. La parte esterna del palazzo conserva tre tipi costruttivi: il primo è un camminamento di ronda, merlato, molto basso, quasi a livello del fossato; il secondo, un muro con merli; il terzo è una sopraelevazione, databile probabilmente al 1358 quando sul castello fu fondata la prima sede del convento di S. Antonio. I merli sono quadrati, di quelli chiamati impropriamente guelfi. E guelfi furono i Sanseverino poichè fin dal XII secolo parteggiarono quasi sempre per il papato. Accanto al palazzo i Sanseverino eressero una chiesa un tempo ricca di affreschi. La forma gotica è evidente ed è certa la sua esistenza a metà Duecento, poichè sappiamo che in essa S. Tommaso, recatosi a trovare la sorella Teodora (sposata Sanseverino), ebbe l'ultima visione prima della morte che lo colse sulla strada per la Francia, dove si stava recando in qualità di ambasciatore del papa. Sottostante la chiesa è situata una cripta. In essa è probabile che vennero sepolti tutti i Sanseverino presenti nel castello fino al 1358, anno in cui Tommaso III, uno dei maggiori rappresentanti della famiglia, fece costruire il convento di S. Francesco a Mercato, ai piedi della collina. Verso la valle di Curteri, là dove sarebbe stato più facile risalire verso il castello, furono realizzate nel XII sec. due torri merlate congiunte fra loro dal muro di cinta. Le mura sono ancora intatte ed è evidente la loro antichità come è dimostrato dalla fattura elementare quadrata, con poche saettiere e feritoie e con i merli dei camminamenti di ronda. Nel 1466, in esecuzione della volontà testamentaria del padre, Giovanni Sanseverino, venne fondato da Roberto Sanseverino I, principe di Salerno, il convento domenicano di San Domenico (oggi Palazzo di Città), con annessa chiesa di San Giovanni in Palco, sorta su una preesistente del 1412. Con la fine della famiglia Sanseverino, nel 1556 lo Stato di Sanseverino fu donato a don Ferrante Gonzaga. Nel 1583 fu venduto ai Carafa, duchi di Nocera. Nel 1596 ai Caracciolo, principi di Avellino, prima come contea, poi come marchesato, fino all'abolizione del feudalesimo. Recenti scavi condotti dal Centro per Archeologia medievale dell'Università degli Studi di Salerno hanno rivelato una stratigrafia complessa che ha messo in luce resti di officine metallurgiche, sistemi per l'uso di macchine da difesa, come catapulte e mangani, e materiali d'uso quotidiano, come ceramiche, monete, ecc., che potrebbero essere ben utilizzati sia per la creazione di un museo che di laboratori per la ricerca scientifica.
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