venerdì 3 marzo 2023

Il castello di venerdì 3 marzo



GRAVELLONA TOCE (VB) - Castello del Motto

La zona seguì nell'alto medioevo i movimenti storici legati alle guerre tra il Papato e l'Impero e alle lotte tra guelfi e ghibellini, contraddistinte da una lunga serie di episodi di distruzioni e saccheggi. Con la fine del Medioevo, la zona del novarese (1308) fu contesa tra i Visconti e Giovanni II Paleologo, marchese di Monferrato; il Marchese assoldò per riconquistare Novara (1358) la Compagnia Bianca, composta di soldati di ventura inglesi che per alcuni anni devastarono i borghi del novarese inclusa Gravellona Toce (1361). Solo nel 1395 il novarese fu concesso ufficialmente al ducato dei Visconti, ai quali poi succedettero gli Sforza (1450). Le guerre scoppiate in quel periodo in Italia, l'arrivo di spagnoli e francesi provocarono miserie nel novarese e a Gravellona: la pace di Cateau-Cambrésis segnò l'inizio del dominio spagnolo, conclusosi nel 1713 con la pace di Utrecht e Rastadt (guerra di successione spagnola) che sancì la cessione del milanese agli austriaci. Con la pace di Aquisgrana (1748 - guerra di successione austriaca) i Savoia, in cambio dell'aiuto dato a Maria Teresa d'Austria, ottennero l'annessione dell'alto novarese. Il Castello del Motto (Castrum Gravallonae) è un antico insediamento umano. Si trova su una collinetta (località Motto) alle pendici del Mottarone, ai suoi piedi è situato un antico agglomerato di abitazioni (località Baraggia) prevalentemente costruite in granito, bianco e rosa. Sul cocuzzolo del Motto (325 m s.l.m) troviamo un castelliere che è la struttura più antica di Gravellona: risale probabilmente al primo Medio Evo ma sembra sia stato edificato sopra una preesistente struttura. La parte superiore del colle costituisce una posizione di assoluto valore strategico; da qui è infatti possibile dominare con lo sguardo un territorio che, dalla valle dello Strona, giunge sino all'imbocco della Val d'Ossola e alla porzione occidentale del Verbano. Ecco perchè Il Motto era formato da parecchie torri che servivano da avvistamento e permettevano di comunicare in varie direzioni con segnali di fumo di giorno e con fuochi di notte per avvisare dell’arrivo di nemici. Le fonti scritte medievali che documentano l'esistenza del complesso sono, allo stato attuale della ricerca, piuttosto scarse e citano solo indirettamente l'esistenza di un castrum Gravallone. Il primo documento è una pergamena del marzo 1028, conservata nell'Archivio di San Vittore a Intra, in cui viene riportato che Riccardo, figlio del fu Riccardo, infra castro Gravallone libera la sua ancella Griberga. Un secondo documento del 1190 testimonia invece che la fortificazione di Gravellona è di proprietà dei figli di Manfredo De Castello, che stipulano un trattato d'alleanza con Vercelli specificando di essere impegnati con i Milanesi a non muovere guerra ai lombardi utilizzando questo edificio militare. Il primo studio specifico sulla fortificazione si deve allo storico locale Felice Pattaroni, che negli anni '50 teorizzò un'origine romana del sito, ponendolo in relazione con la necropoli di Pedemonte. La medesima ipotesi fu successivamente ripresa da Giovanni Donna D'Oldenico, al quale si deve una prima analisi delle strutture ancora visibili e conservate allo stato di rudere (3 edifici e alcune murature). Nel 1971, contestualmente allo scavo per la posa di un traliccio dell'alta tensione all'interno della torre posta in posizione più elevata (Edificio C), nel terreno di risulta furono rinvenuti frammenti ceramici di età protostorica e postmedievale-rinascimentale. Nel 2001, infine, il volume Il castrum Gravallone, un castello che scompare (E. Magistris, E.P. Ecclesia, A. Del Duca), ha ripercorso gli studi sul castello, analizzando i dati storici, archeologici e architettonici a disposizione. Nel corso del biennio 2014-2015, la Cattedra di Archeologia Cristiana e Medievale dell'Università degli Studi di Torino (Dipartimento di Studi Storici), in collaborazione con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, al fine di iniziare a ricostruire l'assetto topografico e cronologico del complesso fortificato, ha condotto due campagne di ripulitura delle strutture murarie ancora conservate. Tali operazioni, che hanno visto la partecipazione di studenti dell'Università di Torino, hanno consentito di realizzare una planimetria del sito, una documentazione fotografica terrestre e aerea degli elevati, nonché restituzioni grafiche tridimensionali. A queste, sono seguite due campagne di scavo archeologico in estensione (2016-17), condotte in regime di concessione ministeriale. Le indagini, realizzate nel pianoro orientale (occupato dai resti di un lungo edificio riportato in luce nel 2015), hanno interessato una superficie di 100 mq e hanno consentito di documentare la presenza di tre distinte fasi edilizie, databili tra XI e XIII secolo, nonché di fare luce sull'evoluzione della destinazione d'uso del fabbricato. Allo stato attuale della ricerca, alla fase più antica è attribuibile la costruzione di una cortina muraria esterna in ciottoli disposti a "spina di pesce" che va a cingere l'intera sommità del Motto (XI sec.); in questo periodo, l'area indagata è un cortile aperto caratterizzato dalla presenza di fosse e recinti. Successivamente (XII sec.), a ridosso della cinta muraria, viene costruito l'Edificio M (5,5x14,5 m, realizzato con blocchi di granito sbozzati e disposti in corsi regolari), interpretabile come magazzino per la sola presenza di grandi fosse al suo interno, dotato di un cortile esterno terrazzato. Verosimilmente nel XIII secolo, il fabbricato viene ristrutturato, dotato di nuovo ingresso più largo e di una copertura in coppi; la presenza di un focolare all'interno di una struttura in pietre e di alcune scorie, fa ipotizzare un cambio funzionale (attività artigianali?); anche il muro di terrazzamento del cortile viene rifatto. A un periodo di poco successivo è da attribuire il crollo della struttura, forse coevo alla distruzione dell'intera fortificazione, di cui oggi rimangono soltanto dei ruderi. Intorno a questo luogo esistono varie leggende. Vuolsi che in una delle varie caverne vicine si sia trovato un tesoro degli antichi Signori di Ceno; ma è verosimile che sia questo uno dei luoghi che nell'antichità servivano di propugnacolo ai barbari contro i dominatori. Secondo la tradizione i Conti di Ceno sarebbero stati gli edificatori di questo forte dove si sarebbero ritirati e avrebbero goduto dei loro beni. I molti cercatori di tesori hanno frugato in tutte le caverne di questo monte per trovare qualche ricchezza e da non pochi si crede essersi già scoperti vari tesori, altri invece restano ancora occulti. Altri link proposti: https://visitverbanocusioossola.com/il-castello-di-gravellona-toce-castrum-gravellone/, https://www.youtube.com/watch?v=gWNGjC5wj7E (video di vcoazzurra TV), https://www.youtube.com/watch?v=gomr_Gj45oA (video di m15alien), https://www.youtube.com/watch?v=uHt19Vx9sQY (video di Lago Maggiore Channel)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Gravellona_Toce, https://www.lagomaggioreguide.com/castello-del-motto-gravellona-toce/, testo del Prof. Paolo De Vingo, https://fondoambiente.it/luoghi/castello-del-motto?ldc su https://www.antiquariumgravellonatoce.it/it/luoghiartestoriacastellomotto

Foto: la prima è presa da https://www.lastampa.it/verbano-cusio-ossola/2014/09/08/news/gravellona-alla-riscoperta-dell-antico-castello-del-motto-1.35610994/, la seconda (presa su https://www.lagomaggioreguide.com/castello-del-motto-gravellona-toce/) è un prospetto di come doveva essere il castello in origine, prima del suo decadimento

giovedì 2 marzo 2023

Il castello di giovedì 2 marzo



MONTEFALCO (PG) - Castello di Fabbri

Il castello di Fabbri è stato innalzato intorno al XIV secolo come struttura di difesa del territorio dell'ex-Ducato di Spoleto, oramai gestito dal cardinale Albornoz. Alla fine del secolo passò sotto la giurisdizione dei Trinci di Foligno, chiamato Bastida Fabrorum. Alla fine della dinastia dei Trinci, con la morte di Corrado XV, passò sotto il dominio trevano. Picolpasso così descrive il castello: “Ha bonissime mura et alte, tutte nove: è posto nel piano e confina con Spoleti. Ripone di ogni sorte di frutti a bastanza. Gli abitatori son contadini. Fa fuochi 50 in circa con il contado. Dentro non vi sta che il guardiano. Ha questo luogo dintorno l’acqua nei suoi fossi“. Fabbri appartenne in seguito alla comunità appodiata di Cannaiola fino al 1817 quando passò definitivamente sotto Montefalco. Nel 1819 aveva 210 abitanti. Il castello ha forma di un rettangolo sghembo con alte mura merlate, bastioni quadrangolari, fossato e ponte levatoio. Il mastio, di forma quadrata con lato di 7 metri e alto 20 metri, si conserva perfettamente integro e ancor oggi si staglia maestoso sulla verde pianura sottostante; è opera di Gregorio da Cerreto nel 1395, lo stesso architetto della torre di Matigge (https://castelliere.blogspot.com/2011/06/il-castello-di-venerdi-3-giugno.html). La torre è in perfetto allineamento con quelle di Matigge, Montefalco e Morcicchia, la leggenda vuole che esse erano collegate attraverso un camminamento sotterraneo, in effetti sotto le fondamenta del mastio si trovano lunghi sotterranei. Nel 1932 la torre è stata trasformata in serbatoio d’acqua ad uso dei paesi limitrofi, nello stesso anno a fianco all’ingresso sono stati murati due stemmi, a sinistra un fascio, ora scalpellato, a destra l’aquila di Montefalco; sopra la porta c’è la scritta: "TENERAS SALICES CLITUMNUS EGO RELINQUO/FALISCIS SACER ANTIQUIS/AD SITIENTES UT VENIAM FASCIUM IMPERIUM". Di fronte si trova una Croce in ferro, inserita alla fine del XIX secolo su una grande lastra frammentaria di epoca romana.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Fabbri_(Montefalco), https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-fabbri-montefalco-pg/

Foto: la prima è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-fabbri-montefalco-pg/, la seconda è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/03_folignate-spoletino/00094/index.htm

mercoledì 1 marzo 2023

Il castello di mercoledì 1 marzo



PISA - Cittadella Nuova

La Cittadella Nuova, oggi chiamata Giardino di Scotto o più semplicemente Giardino Scotto, è un'antica fortezza di Pisa. Chiamata "nuova" per distinguerla dalla Cittadella più vecchia e rivolta al mare, essa si trova all'estremo opposto della cinta muraria pisana, in Lungarno Fibonacci, sulla riva meridionale del fiume Arno, tra il ponte della Vittoria e quello della Fortezza. Tra il 1440 e il 1470, durante la prima dominazione fiorentina, su progetto del Brunelleschi, fu edificata la fortezza nuova fiorentina nell'area fino ad allora occupata dalla parrocchia di Sant'Andrea in Chinzica. In questo panorama, sia il ponte della Spina (poi ponte della Fortezza) sia il ponte a Mare erano posti sotto diretto controllo militare. Per la realizzazione di questo ambizioso progetto furono rasi al suolo la chiesa di Sant'Andrea, con l'ospedale e il monastero annessi, e le abitazioni di circa 90 famiglie, nonché le attività produttive presenti nell'area. La fortezza, costruita quasi interamente con materiali di reimpiego, era costituita da due capisaldi, la rocca di San Marco (meridionale) con un ampio torrione quadrangolare, e un fortilizio chiuso da alte mura e sormontato da un torrione circolare (settentrionale); a separazione fra le due strutture era un vasto spazio fortificato che ospitava la nuova chiesa di Sant'Andrea e alcuni edifici di servizio. L'intera cittadella era circondata da un fossato, attraversabile tramite un ponte levatoio. Distrutta parzialmente dai pisani durante la rivolta cittadina nel 1495, nel 1509 (anno della riconquista fiorentina di Pisa) la struttura fortificata venne modificata ad opera di Giuliano da Sangallo e da Antonio da Sangallo il Vecchio (quest'ultimo si occupò anche della costruzione della Fortezza Vecchia di Livorno), e prese il nome di Cittadella Nuova. Comuni ad entrambi gli edifici (Fortezza Vecchia di Livorno e Cittadella di Pisa) erano alcuni accorgimenti architettonici particolari, come le cortine laterizie e le liste verticali di marmo. La nuova struttura prevedeva due distinte fortificazioni collegate fra loro da un unico bastione, andando così a costituire un ampio recinto fortificato. Il caposaldo meridionale era costituito da una struttura quadrangolare con tre puntoni angolari. Il baluardo settentrionale (detto anche “della cisterna”) si articolava attorno ad uno spazio aperto, la “piazza del corpo di guardia”, che ospitava, oltre appunto alla cisterna, i resti di un torrione circolare quattrocentesco ed un lungo edificio con funzioni residenziali (per il cantiniere, per l'oste e per qualche soldato), all'osteria e ad una casamatta con cannoniera. Giuliano progettò la Cittadella come un'isola artificiale, circondata dalle acque dell'Arno e da un fossato, con gli apparati difensivi tutti rivolti verso la città, a difesa di possibili sommosse da parte dei pisani. La costruzione si avvalse anche della consulenza di condottieri e consoli, nonchè di Machiavelli. Terminati i lavori nel 1512, l'anno dopo Giuliano si traferì a Roma per nuovi e prestigiosi incarichi. I sistemi difensivi "bastionati", nei decenni successivi si diffusero in tutta Europa. Durante la costruzione, Sangallo fu ripetutamente accusato di perdere tempo in dettagli e ornamenti piuttosto che concentrarsi sull'aspetto pratico. La fortezza del Sangallo fu ristrutturata nella parte a sud del bastione della cisterna verso la metà del XVI secolo per realizzare una nuova struttura muraria; nel corso del 1600 fu ricostruita la cortina muraria sul lato est, insieme con l'edificazione di uno stradello in laterizi all'interno del baluardo della cisterna. Le modalità costruttive dei cantieri del XVI e XVII erano molto diverse rispetto a quelle dei primi architetti: furono realizzate delle murature che non rispondevano ad un gusto estetico, ma solo ad esigenze statiche e funzionali. In questa nuova ristrutturazione si tenne conto, infatti, delle nuove armi utilizzanti la polvere da sparo. Si tratta di uno dei primi esempi in Italia. Nel 1781 la fortezza venne smilitarizzata e si iniziò a demolire il Baluardo; l'area venne messa in vendita e fu acquistata dalla famiglia Chiesa, che tra il 1785 e il 1787 fece edificare i primi due piani dell'edificio che divenne in seguito Palazzo Scotto. Per prima cosa si creò un vasto piano di cantiere che coprì tutto lo spazio interno al Baluardo: l'osteria venne rasa al suolo e il materiale edilizio di risulta, frammentato, servì da base per la pavimentazione della piazza; il bastione meridionale venne rasato, così come le strutture legate al pozzo e alla scalinata. Nel 1792, poco dopo il completamento del palazzo a due piani, Pietro Chiesa morì, costringendo la sua vedova a vendere il terreno con il recente edificio. L'acquirente, Domenico Scotto, di una ricca famiglia di mercanti, proseguì i lavori per realizzare il piano superiore e, all'inizio dell'Ottocento, fece eseguire degli affreschi dal pittore Luigi Ademollo, purtroppo andati perduti. Terminata la costruzione dell'edificio, si passò alla realizzazione del giardino al centro del quale sorse una grande aiuola rettangolare ad angoli smussati in laterizi. Ad occuparsene fu l'architetto Giovanni Caluri. La tradizione vuole che il gigantesco platano, che troneggia in mezzo al giardino, fosse stato piantato in occasione di uno spettacolo teatrale di Carlo Goldoni; in realtà quando il giardino è stato acquistato, il Goldoni era già morto. All'interno del palazzo al piano terra, si costruì un lavatoio. Agli inizi del XIX secolo venne eretto sul lato orientale del palazzo un edificio che scavalcava la via di accesso al giardino (via della Fortezza) e che è stato indagato solo in parte. In uno scarico di rifiuti relativo ad una fase di ristrutturazione sono stati rinvenuti vari reperti ceramici da tavola e da mensa che possono dare un'idea della vita quotidiana a metà Ottocento. Una presenza consistente di ceramiche di produzione inglese sembra testimoniare una larga diffusione di ceramiche la cui produzione iniziò proprio in Inghilterra attorno alla metà del Settecento e venne imitata solo successivamente in vari centri toscani. Un discreto numero di reperti è riferibile, invece, alle manifatture di Albisola, dove la produzione sembra iniziare poco prima della metà del Settecento ed è presente nei servizi da tavola almeno fino ai primi decenni dell'Ottocento. Anche in questo caso lo straordinario successo commerciale ha indotto a tentativi di imitazione nella stessa Toscana, spesso difficilmente riconoscibili se non per le caratteristiche dell'argilla. All'inizio degli anni ‘30 del XX secolo, durante la realizzazione di Lungarno Fibonacci, l'edificio che scavalcava l'accesso al giardino venne abbattuto e l'aiuola venne obliterata con uno scarico di macerie. Il palazzo perse la sua destinazione abitativa e divenne sede della Regia Questura, mentre nel 1934 la Cassa di Risparmio di Pisa, in occasione del suo centenario, acquistò il vasto giardino all'interno del recinto della fortezza e lo donò alla cittadinanza. Da quel momento si è iniziato ad usarlo per mostre, rappresentazioni teatrali, concerti e come cinema all'aperto durante il periodo estivo, ruolo che ha mantenuto fino ai giorni nostri. Il lavatoio ottocentesco fu interrato e al suo posto si impiantò una vasca in cemento destinata all'alloggio di una caldaia a gasolio. Nell'agosto 1943, in seguito al bombardamento alleato su Pisa, il palazzo venne parzialmente distrutto: la parte orientale dell'edificio, il muro perimetrale, le strutture murarie che gli si appoggiano e gli ambienti da esse delimitati furono obliterati dai crolli. Dopo la guerra l'area fu bonificata e la parte ancora in piedi del palazzo fu riadattata per l'impianto dello stabilimento farmaceutico Nuovi Laboratori Farma Biagini S.p.A. (dimesso definitivamente alla fine degli anni '80 del Novecento). Dopo la chiusura dell'azienda farmaceutica l'area venne abbandonata. Il sito divenne una discarica e progressivamente venne ricoperta dalla vegetazione spontanea. Nel 2008 a seguito di una situazione sempre più evidente di degrado, il Giardino Scotto è stato in gran parte ristrutturato con un rinnovamento del suo arredo. Altri link sugeriti: https://www.pisa360.eu/Galleria/bastione_sangallo.html, https://www.pisatoday.it/cronaca/video-bastione-san-gallo-pisa.html e https://www.pisatoday.it/video/storia-giardino-scotto-pisa.html (due video), https://www.terredipisa.it/attrazione/pisa-giardino-scotto/, https://www.turismo.pisa.it/cultura/dettaglio/Giardino-Scotto-00002, https://www.youtube.com/watch?v=A1BwBHTIvPE (video di Comune di Pisa), https://www.istitutocastelli-toscana.org/pisa/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cittadella_Nuova, https://www.comune.pisa.it/it/ufficio/giardino-scotto-fortezza-sangallo, https://www.pisatoday.it/cronaca/video-bastione-san-gallo-pisa.html

Foto: la prima è presa da https://www.quinewspisa.it/pisa-oltre-un-milione-restaurare-bastione-sangallo.htm, la seconda è presa da https://www.istitutocastelli-toscana.org/pisa/

lunedì 27 febbraio 2023

Il castello di martedì 28 febbraio



MONALE (AT) - La Bastita

Le fonti tacciono sulla storia di Monale prima dell'Anno Mille. Qualche cenno alle sue origini longobarde, o forse franco-alamanne. Quel che sappiamo è che la sua narrazione si dipana all’ombra di due castelli: il primo, il più maestoso, costruito per orgoglio e difesa al culmine del Bricco di San Giovanni (già trattato dal blog, ecco il link: https://castelliere.blogspot.com/2014/10/il-castello-di-sabato-1-novembre.html); il secondo, la Bastita, edificato in fretta per mantenere il potere appena sovvertito. Siamo intorno al 1160, Monale era sotto la signoria di Oberto, figlio di Amadeo. Era il più piccolo dei feudi, talmente piccolo da valere una modestissima tassa fondiaria, ma di estremo interesse per la sua posizione strategica, da cui si poteva avere uno sguardo privilegiato sulle colline del basso Monferrato. Monale fu una terra contesa: qui si combatterono efferate battaglie, qui si consumarono spietate vendette. Sul più apprezzabile dei consortili dell’Astigiano, nel Basso Medioevo si fronteggiarono Guelfi e Ghibellini. I discendenti di Oberto si allearono con questi ultimi, resistendo fino al 1305, anno in cui Monale cedette sotto i colpi dei Guelfi. Per recare maggiore onta, gli invasori rasero al suolo il castello fino alle fondamenta, edificando la Bastita, un casamento in legno e fascine, per scongiurare ogni controffensiva. Ben presto nuovi sguardi si posarono sulla città. Entrò in scena Luchino, della ricca famiglia degli Scarampi, e poi i suoi discendenti a dividersi ghiotte fette di feudo. Furono proprio gli Scarampi a riedificare la prestigiosa roccaforte, che prese il nome della loro casata. Ora Monale aveva due castelli: quello propriamente detto, oggi noto come Castello Scarampi, e la Bastita, che nel frattempo era diventata un edificio in muratura. Ed i suoi feudatari si chiamarono signori di Monale e Bastita. Due fazioni chiamate a convivere in pace, a cui altri signori seguirono nel possesso del feudo, fino a quando il Risorgimento pose fine alle contese. La Bastita, come detto, fu costruita dai Guelfi a difesa del territorio, sotto al distrutto castello, in modo molto primitivo e rudimentale, con assi e fascine, anche per interrompere i contatti fra i Signori di Monale e i ghibellini Pulsavino, proprietari del castello di Castellero. La costruzione, il cui nome significa "Castello del basso sito", divenne proprietà dei Gardini, padroni anche del vecchio castello; nel 1378 ne entrarono in possesso gli Asinari; nel 1382 Luchino Scarampi, commerciante e banchiere astigiano, residente a Genova e prestadenaro del Re di Aragona e Catalogna, acquistò una parte del feudo di Monale e la Bastita stessa. Nel 1500 il feudo fu frazionato in ventesimi, dei quali gli Scarampi mantennero la quota maggiore. La Bastita, portata in dote da una Scarampi ai Conti Malabaila di Canale, venne venduta ai Galvagno, famiglia d'importanti giuristi e proprietari terrieri del luogo. La figlia di Filippo Galvagno sposò Desiderato Chiaves, autore drammatico e uomo politico, prima Deputato, poi Ministro dell'Interno e Senatore del Regno d'Italia; ancora oggi la Bastita, che ha l'aspetto di un edificio seicentesco sovrastante il paese, appartiene alla famiglia Chiaves. Altri link per approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=kp37CRiieN4 (video di Andalas), https://www.archiviocasalis.it/localized-install/biblio/asti/monale

Fonti: https://www.loquis.com/it/loquis/2618732/Monale+I+due+castelli, https://www.comune.monale.at.it/it/page/la-bastita, https://it.wikipedia.org/wiki/Monale

Foto: entrambe prese da https://www.comune.monale.at.it/it/point-of-interest/la-bastita

Il castello di lunedì 27 febbraio



CIPRESSA (IM) - Chiesa-fortezza di San Pietro in frazione Lingueglietta

Nel 1049 Anselmo Quaranta, capostipite della dinastia dei Lengueglia, riceve le terre in cui è compresa l’odierna Lingueglietta dai marchesi di Clavesana; la famiglia feudale dei Lengueglia attribuì il proprio nome al borgo, che le appartenne fino all’epoca napoleonica. Nel 1153 si hanno le prime notizie certe sull’antica Vinguilia: il borgo era già sede comitale e si sviluppò come comune rurale. Nel 1277 Cipressa venne dotata dei primi statuti comunali e fece parte del territorio sottomesso ai conti di Ventimiglia. Nel 1284 Lingueglietta partecipò alla battaglia della Meloria tra Genova e Pisa con 60 marinai e quattro nocchieri. Nel 1434 gli statuti comunali di Lingueglietta confermavano il progressivo sciogliersi dei legami feudali. Monumento simbolo del borgo di Lingueglietta, quello di San Pietro è un esempio, forse unico in Liguria, di edificio religioso (della metà del XIII secolo) trasformato in fortezza, per ragioni difensive, all'epoca delle scorrerie barbaresche che afflissero il ponente ligure all'incirca a metà del XVI secolo. In essa si fondono l'architettura religiosa tardo medievale con l'architettura militare del Cinquecento, in un insieme di suggestiva bellezza. Con le sue caditoie e le strette monofore che illuminano l’interno si fa fatica a credere che sia stata una chiesa. L'abside, in particolare, si è conservata intatta, testimonianza di un antico sforzo teso a rendere leggere imponenti muraglie in pietra. L'interno, ad unica navata, conserva l'originale pavimentazione a lastroni. L'edificio fu scelto perché molto adatto a questo nuovo ruolo: costruito all'ingresso del borgo abitato, in una zona ripida con una buona visibilità del mare, aveva muri solidi ed alti. I lavori di fortificazione portarono alla chiusura dell'ingresso laterale, la sostituzione del tetto originale (probabilmente a capanna, coperto da "ciappe", le lastre di ardesia tipiche di tanti tetti liguri) con una volta con soprastante terrazza di avvistamento circondata da alti muri con feritoie, alla costruzione di caditoie sia sopra il portale centrale che sul lato nord ed all'edificazione di due garitte. Particolarmente notevole, inoltre, il portale maggiore, che conserva ancora le assi di legno, i chiodi in ferro e il chiavistello cinquecenteschi. La chiesa-fortezza è stata recentemente oggetto di un pregevole restauro, nel periodo 2006-2010 con uno stanziamento di oltre 865 000 euro tra fondi pubblici e privati, che ha visto la riapertura dell'antico sito nell'agosto 2010. La riconversione ad auditorium da parte del Comune di Cipressa ha reso nuovamente fruibile questo monumento dell'architettura e della storia dopo un lungo periodo di decadenza e abbandono. Altri link proposti: https://www.youtube.com/watch?v=Mczx77aN_fU&t=4s (video di Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria), https://www.youtube.com/watch?v=4DBNzSjd7yI&t=39s (video di Pier Luigi Balestra), https://www.rivieratime.news/san-pietro-la-chiesa-fortezza-di-lingueglietta/ (video), https://engin-tec.com/case-study/restauro-della-chiesa-fortezza-di-san-pietro-nella-frazione-di-lingueglietta-nel-comune-di-cipressa-imperia/, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Liguria/imperia/lingueglietta.htm, https://www.youtube.com/watch?v=HXG80tuZL08 (video di Marco Gherardi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa-fortezza_di_San_Pietro, https://borghipiubelliditalia.it/borgo/lingueglietta/#1480496816106-48a7f6ef-54ab, https://lamialiguria.it/2022/11/16-torri-e-castelli-da-vedere-in-liguria/, https://fondoambiente.it/luoghi/lingueglietta-chiesa-fortezza-di-san-pietro, https://turismovallesanlorenzo.com/cipressa-lingueglietta/chiesa-fortezza-san-pietro/

Foto: la prima è presa da https://turismovallesanlorenzo.com/cipressa-lingueglietta/chiesa-fortezza-san-pietro/, la seconda è di Jk4u59 su https://it.wikipedia.org/wiki/File:S.Pietro-Lengueglietta.jpg

venerdì 24 febbraio 2023

Il castello di venerdì 24 febbraio


VERZINO (KR) - Palazzo Ducale

Parlando della storia di Verzino, “Come Casale di Cariati ne seguì le vicende feudali, passando dai Sangiorgio (1291), ai Ruffo (1417), a Gerolimo, Visconte da Cariati (1479), agli Spinelli che nel 1668 lo alienarono ai Cortese. Il terremoto del 1638 segnò il declino dell’antico abitato di Verzino che non si risollevò più dalla distruzione subita; allora di Verzino rimanevano “le rovine miserabili”, con 40 case cascate e 52 inabitabili, mentre la sua popolazione, tassata nel 1595 per 284 fuochi, era scesa ai 265 del 1648, per poi dimezzarsi a 114 nel 1669. In relazione agli ingenti danni subiti, la chiesa matrice, scossa e diruta dal terremoto, fu abbattuta e ricostruita dal vescovo Geronimo Barzellino (1664-1688) in un altro luogo più sicuro. In questo periodo, anche il nuovo feudatario Leonardo Cortese che, nel 1668, aveva comprato Verzino con il suo casale di Savelli da Carlo Filippo Antonio Spinelli Savelli, costruì un nuovo palazzo nel borgo fuori le mura dove, nel 1684, gli fu concesso di erigere un oratorio privato. Adiacente a piazza Campo si erge il maestoso Palazzo Ducale, che fu cuore pulsante della storia di Verzino per molti secoli. La costruzione risale al XVII secolo, durante la dominazione feudale della Dinastia Cortese. Si ritiene sia stato realizzato dal Duca Nicolò Cortese nella seconda metà del 1600 e successivamente abitato da diverse famiglie: Cortese, Barberio -Toscano, per ultimo dagli Anania e da questi poi venduto al Comune. Un tempo fu presidiato da armigeri che si esercitavano nella vicina piazza Campo, allora detta "Campo di Marte". ” Dopo la confisca operata dai Borboni ai danni del Duca Nicola Cortese macchiatosi di fellonia, il feudo di Verzino passò a far parte dei beni della Regia Corona (1746). L’immobile si estende su una superficie di 1.089 mq a pianta quasi quadrata, attualmente composto da tre piani fuori terra. Oggi tale palazzo ospita il Comune, la Biblioteca e la maggior parte delle associazioni stanziate sul territorio.

Fonti: https://www.ilbenetornacomune.it/beni-candidati/palazzo-ducale-verzino/, https://amoreerabbia.it/portal/il-comune-di-verzino/, https://www.comune.verzino.kr.it/index.php?action=index&p=10215, https://it.wikipedia.org/wiki/Verzino, http://www.archiviostoricocrotone.it/verzino/il-lento-declino-dellantico-abitato-di-verzino-sec-xvi-xviii/

Foto: la prima è presa da http://www.archiviostoricocrotone.it/verzino/il-lento-declino-dellantico-abitato-di-verzino-sec-xvi-xviii/, la seconda è presa da https://wesud.it/a-verzino-kr-va-in-scena-la-storia-e-regala-emozioni-uniche/

giovedì 23 febbraio 2023

Il castello di giovedì 23 febbraio



ARCE (FR) - Torre di Campolato

Detta anche rocca di Campolato, o, localmente, torre di Sant'Eleuterio, "torre del Pedaggio" e "torre saracena", è un'antica fortificazione di Arce, posta sul confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, nelle vicinanze di un antico guado sul fiume Liri, in località Sant'Eleuterio o Campostefano, anticamente Campolato, Campo Lauterio o Lauterium. Anticamente nella campagna circostante esisteva un vicus romano o forse un pagus denominato Laterium, citato anche da Cicerone perché qui erano delle proprietà del fratello Quinto. La costruzione è in buono stato di conservazione, oggetto di un recente restauro, ma non più abitabile. Si tratta di una torre e di un edificio, entrambi a pianta quadrata, costruiti dai re di Napoli in età angioina. La località oltre ad essere un presidio militare a controllo di un ponte e fungeva anche da dogana mercantile fra le Due Sicilie e lo Stato Pontificio. La prima testimonianza storica che attesta l'esistenza di una torre è abbastanza recente, risale al 30 aprile 1431, menzionata come “turris Campilati” in una bolla di papa Eugenio IV rivolta all'abate di Montecassino perché costui fosse clemente nei confronti di alcuni ribelli del Lazio meridionale che avevano occupato il presidio militare di Campolato. Nel 1441 e nel 1453 vi soggiornò Alfonso il Magnanimo che nel 1449 la affidò a Carafello Carafa insieme ad altri passi di Terra di Lavoro. Nel ‘500 il recinto fortificato fu adibito a osteria con la costruzione di una parete interna e la creazione di un piano sopraelevato. La Nota, et lista di tutte l’entrate del ducato di Sora e Arce, risalente alla prima metà del XVI secolo, riferisce che il “Passo et Hosteria de Campolato” erano proprietà del principe di Urbino. Successivamente il ducato fu acquistato da Giacomo Boncompagni che nel 1584 diede in affitto il “l’hosteria et passo della Torre di Campolato”. Il ponte fu fatto demolire dal principe Gregorio Boncompagni Ludovisi, per attenersi ad una disposizione fissata dalla Regia Corte di Napoli nel 1690. Con ogni probabilità l’osteria smise di funzionare a seguito della distruzione del ponte. Alta circa 19 metri, la torre è articolata su cinque livelli alcuni dei quali coperti da volta a crociera e comunicanti per mezzo di botole. La superficie muraria esterna presenta una cortina dalla lavorazione accurata in cui sono impiegati blocchetti calcarei ben squadrati disposti a filaretto che evidenziano la finalità anche simbolica e rappresentativa della struttura. Tale connotazione è resa esplicita dalla presenza sul lato est di tre scudi di tipo gotico disposti in verticale e inquadrati da una cornice. Lo stemma superiore è l’emblema della casa d’Angiò (Angiò antico o di Napoli): la partizione sinistra è seminata di gigli con lambello a cinque pendenti, mentre la destra reca la croce di Gerusalemme. La presenza dello stemma degli Angiò di Napoli consente datare la costruzione della torre tra il XIII secolo e il 1381. Lo stemma centrale, costituito da uno scudo pieno a cinque fiamme serpeggianti, trova analogie con una delle varianti dell’insegna dei Bentivoglio. La sommità della torre doveva presentare un coronamento di merli o una struttura lignea aggettante e poggiante sui mensoloni ancora visibili tra cui si aprivano le caditoie per la difesa piombante; nella base rocciosa posta in basso è presente una grotta a cui si accede dalla sponda del fiume. Il recinto a pianta quadrangolare che circonda la torre ha mura dello spessore di circa 1 metro ed è realizzato con bozze calcaree irregolari. Un tempo era dotato, nella parte superiore, di un filare a triplice mensola aggettante e caditoie per la difesa piombante e un camminamento di ronda interno. La porta di accesso, difesa lateralmente da due arciere cruciformi, presenta elementi riconducibili a un sistema di chiusura a ponte levatoio: l’incavo di alloggio della porta e le mensole interne ove ruotava l’argano di sollevamento. Le operazioni doganali erano molto semplici: dopo aver pagato una tassa, tanto all’entrata, tanto all’uscita dal Regno, i viaggiatori ricevevano una bolletta che dovevano restituire agli ultimi custodi dei passi; era dato loro anche un lasciapassare in cui era indicato il numero delle persone, degli animali, la quantità di moneta o di merce che portavano con sé, la meta e lo scopo del viaggio. In genere questi passi appartenevano a privati o feudatari oppure era di proprietà del fisco. Altri link suggeriti: https://www.laciociaria.it/comuni/arce_torre_del_pedaggio.htm, https://www.youtube.com/watch?v=Daz_Pfw03ns (video di Duepassinelmistero), https://www.youtube.com/watch?v=gOUa79AMgdo e https://www.youtube.com/watch?v=KCCiXSog7vc&t=3s (entrambi i video di Daniele Cataldi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Campolato, https://www.prolocoarce.it/visitarce/torre-di-s-eleuterio/

Foto: la prima è presa da http://www.ilpuntosulmistero.it/8012-2/, la seconda è di Harlock81 su https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Campolato#/media/File:Arce_(IT)_-_Torre_di_sant'Eleuterio_-_2022_-_sud_(2).jpg