mercoledì 14 dicembre 2022

Il castello di mercoledì 14 dicembre

CANICATTI' (AG) - Castello Bonanno

Dopo la conquista della Sicilia da parte dei Normanni, il signore del luogo, probabilmente l'Emiro Melciabile Mulè, fu assediato e sconfitto dal barone Salvatore Palmeri (1087), che era al seguito del conte Ruggero e questi per ricompensa gli offrì la spada e il dominio del feudo. Sotto la signoria dei Palmeri, la fortezza araba venne ampliata e prese l'aspetto di un vero e proprio castello con una torre. Ai normanni successero i Francesi, cacciati poi dagli Aragonesi. Nel 1448 il feudo di Canicattì venne ceduto da Antonio Palmeri, che non aveva figli, al nipote Andrea De Crescenzio. Questi ottenne dal re Giovanni d'Aragona la "Licentia populandi", cioè la facoltà di ampliare i confini del feudo, di incrementare gli abitanti e di amministrare la giustizia. Sotto il De Crescenzio, Canicattì era una comunità rurale che contava da mille a millecinquecento abitanti, insediati nella parte alta della città. Ad Andrea succedette il figlio Giovanni, che non avendo figli maschi, lasciò la baronia al genero Francesco Calogero Bonanno, nel 1507. Con il casato Bonanno la città conobbe un considerevole incremento demografico; i feudatari, prima baroni, poi duchi e infine principi della Cattolica, fecero costruire splendidi edifici e fontane. La signoria dei Bonanno durò fino a tutto il Settecento, ma verso la fine del secolo iniziò il suo declino; la società feudale si avviava a scomparire. L'ultimo dei Bonanno, nel 1819, cedette la signoria di Canicattì al barone Gabriele Chiaramonte Bordonaro. Quel che resta dell'antico castello oggi, non ci consente di tentare nemmeno una ideale ricostruzione. Probabilmente l'edificio venne costruito nel 1089 da Ruggero il Normanno, è anche probabile che nel luogo dove Ruggero I costruì il castello, vi fosse prima un fortilizio arabo. E' noto che gli arabi, durante la loro dominazione eressero fortilizi a guardia delle valli e delle strade più importanti dell'isola. Ruggero I non avrebbe fatto altro, quindi, che restaurare l'abbandonato "ribat" arabo di Canicattì per assegnarlo ad uno dei suoi amministratori, ad una delle famiglie più fidate tra quelle che avevano proceduto con lui alla conquista dell'isola. L'ingresso (unico) al castello era costituito da un imponente portone centrale, che oltre una corte coperta, introduceva in un ampio cortile nel quale si aprivano i magazzini, le stalle, i fienili, gli alloggi degli armigeri, e una piccola cappella. Le celle carcerarie (introdotte in seguito alla concessione del diritto d'Imperio ai Bonanno) erano al pianterreno del castello, attorno a un vasto cortile, al centro del quale si ergeva una cisterna per la raccolta delle acque piovane. Nelle carceri passavano gli ultimi tre giorni di vita i condannati a morte assistiti dai confrati di M. SS. delle Grazie detti i Bianchi. Nel fortilizio alloggiavano - se forestieri - il Governatore Baronale e il Castellano. Infine vi si riunivano, prima della costruzione dell'antico «Archivio » (Municipio), la Corte Giurata e la Corte Capitaniale. Di fronte, in tre ampie sale, c'era esposta la famosa Armeria. Al piano superiore, a cui si accedeva da una larga e fastosa scala d'onore, c'erano gli appartamenti nobili del barone e della baronessa, con una grande camera d'angolo, strutturata come cappella per le cerimonie religiose. I due appartamenti erano riuniti da un salone centrale che corrispondeva sopra il portone ed era decorato con affreschi e ritratti di personaggi della Famiglia Bonanno. Altri appartamenti, meno importanti e non sufficientemente descritti, tra cui una camera detta «La Credenza» ed altre per l'Amministrazione, aprivano le finestre verso Nord, cioè verso la parte del castello più fredda e meno gradevole. Secondo la tradizione, fu il Conte Ruggero a rendere famoso in tutta la Sicilia il castello di Canicattì per avervi trasportato le armi sottratte agli Arabi nella battaglia di Monte Saraceno, per consacrarle all'Immacolata in segno di gratitudine per il miracolo concessogli ed esposte nel castello. L'Armeria del castello divenne ben presto famosa in tutta la Sicilia, per le armature militari di ogni sorta e dimensione, specie cavalleresche ma ancora di più per l'eccezionale spada e lo scudo del conte Ruggero. La raccolta venne dispersa nel 1827 quando il sindaco di Canicattì Leonardo Safonte La Lumia, per non pagare una piccola somma per la custodia dell'Armeria, regalò la collezione ai Borboni. Questi collocarono i reperti nel museo di Capodimonte, da dove, dopo la proclamazione del Regno d'Italia, furono trasferiti all'Armeria Reale di Torino. Chi cercasse oggi a Torino le famose armi del castello di Canicattì resterebbe fortemente deluso. Nell’Armeria della città piemontese non se ne trova traccia alcuna. Che fine abbiano fatto nessuno finora è riuscito a saperlo. Secondo un inventario del 1784 (un altro del 1793, sostanzialmente identico, si trova presso la Comunale di Palermo), l'Armeria era formata da un numero impressionante di pezzi rari e curiosi, compresa la spada tarsiata in oro che era appartenuta - secondo la tradizione - al Conte Ruggero. Vi sì potevano ammirare circa 50 armature complete di Borgogna, uno scudo grande sbalzato con la storia degli Orazi e Curiazi, un altro tarsiato d'oro, l'armatura completa di un Duca di Savoia, numerose armi da torneo, elmi di diverse epoche, picche, alabarde, pugnali di Toledo, corazze e cosciali, due lanterne «alla turchesca», una spada detta «del Saraceno». Non mancavano numerosi finimenti per cavalcature, giacconi di pelle di daino, scudi di legno di fico e perfino una grande macchina da orologio. Le armi da fuoco, completate da numerose fiasche per polvere, erano rappresentate da un cannoncino di bronzo, da più di 200 archibugi, da un gran numero di pistole e carabine e da schioppi « alla calabrese ». Epoca di splendore fu per il castello di Canicattì la prima metà del Seicento, in cui barone della città era il duca Giacomo Bonanno Colonna. Un tempo completamente isolato essendo preesistente all'abitato attuale, oggi il castello risulta inglobato nel tessuto urbano del centro storico ma, malgrado la posizione preminente che esso occupa, risulta completamente estraneo al contesto. Il castello presentava pianta quasi rettangolare con il lato maggiore lungo circa 60 metri . Di fronte al prospetto principale, alla distanza di circa cento metri e in asse col portone, vi è la Torre dell'Orologio di origine antica ma incerta, rifatta nel 1933 più alta di qualche metro, dove sono state ricollocate le due campane del secolo XVII con iscrizioni in latino che già si trovavano in quella antica. Nel febbraio del 1837, approssimandosi il pericolo del colera, il Consiglio Civico decise di requisire alcuni ambienti del castello perché all'occorrenza, servissero da ospedale d'isolamento. Furono scelte alcune delle camere migliori, attrezzate alla meno peggio dopo acconci affrettati. Purtroppo, al principio dell'estate si sviluppò la tremenda epidemia e il Castello funzionò da Lazzaretto sino all'estinzione del colera, nell'ottobre del 1837. Nel 1857, alcuni ambienti del castello vennero destinati ad ospedale di isolamento. In seguito, anche le carceri, per ragioni di sicurezza, vi furono tolte nel 1866. Da quel momento si spense nel grande edificio l'ultimo soffio di vita, e si accelerò quel processo di rapida decadenza che fu il preludeio del disfacimento. Pur tuttavia, un dipinto su lastra di rame eseguito sul posto nel 1868 ci mostra il castello apparentemente intatto in quello che fu il suo ultimo aspetto quando, in seguito a rifacimenti antichi di cui s'è perduta notizia, non mostrava più la sua forma originaria di roccaforte medioevale. Venticinque anni dopo, nel 1893, il turista francese Castone Vuillier che visitò gran parte della Sicilia e pubblicò le memorie del suo viaggio, sostando per breve tempo alla stazione ferroviaria di Canicattì, osservava con senso di malinconia la desolazione del castello abbandonato e già in parte distrutto. Gli antichi magazzini baronali per la raccolta delle granaglie, dipendenze necessarie per un castello di tipo feudale e terriero, esistono tuttora e si aprono sulla Piazza Vespri (l'antico « Piano ») e, sebbene in cattive condizioni, oggi sono trasformati in deposito di legname. L'impianto visibile è limitato a resti di strutture verticali, realizzate con conci di pietra calcarea nel paramento murario della parete nord, dove è possibile leggere la presenza di aperture, e conci squadrati di calcarenite posti agli angoli. Il castello nel suo complesso oggi si presenta allo stato di rudere ed in totale abbandono. La proprietà è privata. Altri link suggeriti: http://www.solfano.it/canicatti/castellocanicatti.html, http://www.solfano.it/canicatti/castellolodato.html,

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Canicatt%C3%AC, http://www.comune.canicatti.ag.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/194, http://www.virtualsicily.it/Monumento-Castello%20Bonanno-Canicatti-AG-1615, http://www.lionscanicatticastelbonanno.it/?page_id=2370 (da visitare per approfondimento)

Foto: la prima è di Franco Di Caro su http://www.solfano.it/canicatti/Castello_Bonanno_ruderi.jpg, la seconda è presa da http://www.comune.canicatti.ag.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/194

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