venerdì 7 giugno 2013

Il castello di venerdì 7 giugno






MORSASCO (AL) - Castello 

Le prime notizie certe di Morsasco risalgono al 1224 e precisamente alla donazione da parte dei Marchesi del Bosco, unitamente ad altri territori monferrini, alla Repubblica di Genova. Morsasco passò quindi dai Marchesi del Bosco ai Malaspina di Cremolino. Violante Malaspina, figlia ed erede dell'ultimo marchese nel 1530 portò in dote Morsasco al marito, il conte Gio. Batta Lodron, un colonnello dell'imperatore Carlo V di origine trentina. I conti di Lodrone tennero il feudo sino al 1599 quando, estintasi la linea maschile, lo stesso tornò alla Camera Ducale. Vincenzo I Gonzaga, Duca del Monferrato, vendette a Barnaba Centurione Scotto di Genova il feudo di Morsasco il 21 di luglio 1599 con il titolo Marchionale. Il paese seguì il destino del Monferrato sino all'avvento dei Savoia nel 1708, entrando a far parte del Regno di Sardegna prima, del Regno d'Italia poi, ed infine della Repubblica Italiana sino ai giorni nostri. Il castello, che si erge maestoso sulle case dell’antico ricetto, è posto in posizione dominante sulla valle della Bormida; dalla sua torre era possibile controllare la vastissima zona che va dalle colline di Acqui ad Ovest sin oltre Alessandria ad Est, e dal massiccio del Monte Rosa a Nord sino all'Appennino Ligure a Sud. La struttura originaria era di più modeste dimensioni, consistente in una cinta muraria dotata di torri quadrate, con il palazzo baronale al centro. Il castello fu ingrandito all'inizio del 1700 dai Principi Centurione. Nel corso dei secoli ha perso le caratteristiche militari e ha subito consistenti e radicali ristrutturazioni; oggi si presenta come una dimora signorile dai grandi saloni e dalle piacevoli sale. Sulla facciata principale sono visibili ancora tracce degli stemmi nobiliari delle famiglie che ebbero la signoria su Morsasco: Aleramo, Del Bosco, Malaspina, Lodrone, Guasco, Gonzaga, Centurione Scotto, Pallavicino, dipinti negli anni venti del secolo scorso. Vi si accede passando attraverso un'alta porta, ricavata alla base della torre campanaria che presenta ancora le tracce del ponte levatoio, sostituito nel 1740 da un ponte in pietra. All'interno del maniero si trovano gli appartamenti dei castellani, due bellissime sale affrescate ed ornate da antichi camini, infine orride prigioni ove si leggono ancora graffiti ed iscrizioni che vi lasciarono gli antichi e sfortunati prigionieri. Di grande bellezza sono, in particolare, il camino in pietra del Salone Nuovo, fatto realizzare dai Lodron a inizio del ‘500 e la galleria del gioco della Pallacorda (inizio ‘700). La cappella interna, costruita dove un tempo era il pozzo del cortile interno, è dei primi anni del ‘700 ed è dedicata a Santa Caterina da Siena, patrona dei Principi Centurione Scotto. Tra i visitatori illustri del castello si ricorda il passaggio di San Luigi Gonzaga. Dal parco si gode di una bella visione sulle colline del Monferrato. I Centurione, diventati Principi del Sacro Romano Impero nel 1654, ebbero il diritto di esercitare la giurisdizione criminale (anche capitale) sui loro sudditi di Morsasco; a testimonianza di ciò esiste ancora oggi una casa detta "del Boia" vicino alla "porta dell'orologio" prospiciente la piazza del paese. L'edificio conserva questo nome perché qui era posta la trave dove pendeva il "canapo" atto ad infliggere i "tratti di corda": il reo era spogliato ed era "tirato su" con i polsi legati ad una corda passante per una tagliola. Egli rimaneva appeso per qualche minuto, poi era lasciato cadere. Il cigolio della tagliola unito alle urla dell'incriminato, che dopo un qualche tempo si tramutavano in gemiti, offrivano alla scena una spettacolarità che doveva essere di deterrente al ripetersi di episodi delittuosi. Il castello di Morsasco è inserito nel circuito dei "Castelli aperti" del Basso Piemonte. Attualmente è di privati ed è location per eventi esclusivi. La visita, guidata dai proprietari, oltre a comprendere il piano nobile dell'edificio, riguarda i sotterranei e i granai dove è allestita una collezione di manodomestici del XIX-XX sec. e si conclude nella cantina con le grandi botti (400-300 brente).

giovedì 6 giugno 2013

Il castello di giovedì 6 giugno





CASTELPETROSO (IS) – Castello longobardo

Il centro storico di Castelpetroso e' un chiaro esempio di borgo medioevale composto dal castello, dalla chiesa parrocchiale e dalle piazze che si snodano al suo interno. Dal castello partivano le mura di cinta che proteggevano l’intero paese al quale si poteva accedere da tre porte; a testimonianza di questo, nello stemma del comune sono rappresentate 3 torri a simboleggiare i tre accessi al paese: Porta del Parco, ancora esistente e Porta Pistillo e Porta Macchietelle andate distrutte con il sisma del 1805. Il castello veniva utilizzato come punto di osservazione militare dai Sanniti proprio per la sua posizione strategica; infatti si trova su una vera fortezza naturale. Di pianta quadrata, il maniero si direbbe di origine normanna anche se fu edificato dai longobardi tra la fine del X secolo e gli inizi dell'XI. Ciò è dimostrato da due documenti medievali. Nel primo, datato 9 maggio 64, vengono definiti i confini della contea di Isernia dai Principi longobardi Pandolfo e Landolfo. Nel secondo (1011) è attestata la donazione di due chiese, S. Cristoforo e del SS. Salvatore (di quest'ultima resta solo il nome della località in cui era ubicata, ancora nei pressi di Indiprete, lungo il tratturo Pescasseroli-Candela) da parte di Leone di Bojano al monastero di Montecassino. Nei due documenti Castelpetroso è riconoscibile prima nel Colle Petroso ai confini della contea di Isernia, nel secondo in Castrum Petrosum. Il castello fu quindi costruito tra il 964 ed il 1011. Tappa fondamentale nella storia del paese fu la dominazione degli Angioini a Napoli. Il Masciotta annota che il re Carlo I° d'Angiò diede in feudo Castelpetroso a Giovanni D'Angelo, Vice Giustiziere del regno. Successivamente Carlo II° d'Angiò lo assegnò al sommo giurista Andrea D'Isernia. Il maniero dovette assolvere nel corso dei secoli alla funzione di guardiano del territorio senza mai diventare teatro di particolari ed importanti eventi bellici se si esclude un episodio del 1459, quando insieme all'abitato fu occupato da Tommaso D'Alferio. Ferdinando I d'Aragona inviò sul posto per una repentina "liberazione", il barone di Muro, Enrichetto De Fusco. L'edificio ha conosciuto una lunga storia di vendite, cessioni, donazioni e reiterate riattazioni, succedutosi nel corso dei secoli ad opera dei molteplici proprietari. I suoi ultimi proprietari furono i marchesi De Rossi, famiglia già nota con il prenome di "Rubens" o "de Rubens" fin dal periodo longobardo. Nel 1805 il maniero subì gravi danni a causa di un devastante terremoto e venne per questo adibito dai proprietari a magazzino per poi essere acquistato agli inizi del XX secolo dal Comune di Castelpetroso. Oggi restano visibili su di un lato le mura a scarpa e ciò che rimane di quella che dovette essere una robusta torre quadrata; all'interno, al pian terreno, una pseudo corte e due stanzoni coperti con volta a botte ed a crociera. Questi locali non hanno subito alterazioni nel corso del tempo e oggi ospitano il Presepe Artistico Molisano e un piccolo museo della civiltà contadina.

mercoledì 5 giugno 2013

Il castello di mercoledì 5 giugno






ATELLA (PZ) – Torre Angioina

La cittadina attuale venne costruita agli inizi del XVI secolo per volontà di Roberto I d’Angiò, con il fine di contrastare lo spopolamento e l’abbandono di quella zona del Vulture dopo le molte guerre che, a partire dal 1268, sconvolsero il territorio. Venne dotata di possenti mura e di un castello con torri cilindriche; l’accesso era assicurato da due porte — delle quali è rimasta quella detta di San Michele —, sono rimasti anche tratti delle mura ed una torre cilindrica detta di S. Eligio. Città demaniale per lungo tempo ebbe un rapido sviluppo demografico per il continuo afflusso di abitanti dei centri vicini. Tra il XV e XVI secolo la città visse la fase di maggiore sviluppo; nei pressi di S. Maria di Vitalba è un convento di francescani che, nel XVI secolo, furono sostituiti dai Carmelitani; dal 1358 al 1652 vi fu presente una comunità di Clarisse; nel 1706 si insediò una seconda comunità francescana di Riformati nel convento di S. Maria degli Angeli; agli inizi del XV secolo si insediò nell’abitato una comunità Benedettina femminile nella chiesa di S. Benedetto. Nel 1496 la prosperosa cittadina venne assediata dai francesi di Carlo VIII, occupata e saccheggiata; quindi venne assediata anche dagli spagnoli di Re Ferrante d’Aragona. Nel 1423 la Regina Giovanna la diede come feudo a Giovanni Caracciolo; dopo il 1497 venne infeudata a Filiberto Chalon, principe d’Orange, con “l’intero stato di Melfi”; nel 1530, scomparso il principe, Atella e San Fele andarono ad Antonio di Leyva, poi ai De Capua, ai Gesualdo, ai Filomarino ed ai Caracciolo di Torella. La Torre Angioina è l'unico elemento rimanente del poderoso castello costruito dagli angioini, distrutto dal terremoto del 1694. Il fortilizio, che originariamente era caratterizzato da quattro torri laterali di guardia ed era circondato da un profondo fossato, fu oggetto di due lunghi e sanguinosi assedi, avvenuti nel 1361 e del 1496. Alla fine del 2011, dopo decenni di restauro, la Torre Angioina è stata riaperta e restituita alla comunità di Atella, dopo che ne era stata decisa la chiusura in seguito al terremoto dell’80. In occasione della sua riapertura al pubblico, voluta fortemente dall’Amministrazione comunale, al suo interno è stata allestita una mostra dell’artista Franco Zaccagnino. Per molti cittadini è stata l’occasione per esplorare quello che era diventato “un oggetto misterioso”.

Il castello di martedì 4 giugno







CITTA’ DELLA PIEVE (PG) – Rocca perugina

Fin dal 1188 Castel della Pieve fu sottoposta al dominio di Perugia, particolarmente interessata al controllo sui territori agricoli del “Chiugi” (tra il lago di Chiusi e il Trasimeno) e alla difesa dei propri confini con la nemica Repubblica di Siena. La rocca si trova al centro dell’abitato, anticamente in corrispondenza della cinta muraria dalla quale si dipartiva la via Pievaiola che collegava Castel della Pieve a Perugia. Fu costruita perché, in seguito alle ripetute ribellioni da parte della città stessa, costantemente ghibellina, Perugia decise, nel 1322, di edificare una rocca per controllare meglio l’intera città e per dare più sicurezza alla propria guarnigione. Fu progettata dei senesi Lorenzo ed Ambrogio Maitani e fu eretta in corrispondenza della cinta muraria, di fianco alla porta Perugina. A pianta quadrata, ha quattro pittoresche torri angolari, che permettevano di comunicare con Perugia tramite specchi e fuochi in caso di emergenza: la Torre del Castellano anticamente era dotata di un ponte levatoio che consentiva alle truppe di entrare nella città; la torre posta a controllo del Borgo Dentro; la Torre del Prato posta a controllo della Porta Perugina e della Torre Maestra; la Torre del Frontone originariamente dotata di un ponte levatoio che consentiva alle truppe di accedere liberamente all’interno della fortezza. Due di queste torri oggi sono troncate rispetto all'altezza originale. In origine la rocca era circondata da un profondo fossato e da uno steccato in legno. Nel cortile venne costruita un’ampia cisterna per consentire l’approvvigionamento di acqua durante l’assedio. Una simile struttura militare, costruita a prova di massima sicurezza, favorì successivamente l’insediamento di Capitani di Ventura quali Biordo Michelotti e Braccio Fortebraccio da Montone. Nel XV secolo la rocca subì numerosi interventi di restauro: nel 1471 sotto la direzione dell’architetto perugino Polidoro di Stefano, nel 1474 con l’architetto lombardo Gasparino di Antonio e nel 1490 altri lavori condotti da Fino d’Ugolino da Perugia. Al suo interno furono strangolati Paolo Orsini e il Duca di Gravina dopo la storica congiura ai danni del Valentino. A partire dal 1529 con il Cardinale Coppi detto il Tranese la rocca perse le sue funzioni difensive e divenne sede di Governatori Perpetui. In quell’occasione fu edificata in cortile una residenza per i nuovi magistrati, mentre le torri venivano adibite a carcere ed abitazione di guardie e soldati. Il nuovo edificio si affacciava anche all’esterno tramite una loggia, tuttora esistente. L’edificio subì gravi eventi bellici nei secoli successivi e tra 700' e 800' fu aggiunto sul fronte esterno un grande fabbricato, il palazzo Governativo. Con l’Unità d’Italia, infine, la rocca divenne carcere mandamentale. Nel 1914 e nel 1919 l’amministrazione della città decise lo smantellamento della porta Perugina, prima, e del fabbricato aggiunto, poi. Sulla facciata della Rocca è possibile bere dalla fontana comunale che riporta la celebre frase sibillina "Sic Vos, non Vobis". Per approfondire ecco quello che fa per voi…
http://www.aczivido.net/historia/umbria/bittarello.php

lunedì 3 giugno 2013

Il castello di lunedì 3 giugno






ARCEVIA (AN) – Castello di Avacelli

Questo borgo fortificato è uno dei più importanti castelli arceviesi, posto ai confini del territorio comunale verso Serra S. Quirico. Il documento più antico che lo ricorda è del 1248 in occasione della sua sottomissione all’emergente comune di Rocca Contrada. È possibile che Avacelli sia stato edificato a seguito dell’abbandono del più antico insediamento di Castelvecchio, individuabile nell’omonimo toponimo a nord del castello. La fortificazione di Avacelli risale ai primi anni del 1400. La sua cinta muraria, completamente priva di scarpa, con la porta di accesso ad arco acuto e l’annessa torre semicircolare (o rivellino), pur avendo subito numerosi restauri, conservano ancora oggi la loro struttura originaria. Nel 1407 il castello venne preso dalle milizie di Lodovico Migliorati che assediavano Rocca Contrada. Il contingente arceviese comandato da Matteo di Giovanni Angelucci fu sopraffatto dagli assalitori guidati da Ciccolino da Perugia. Il castello fu liberato da Braccio da Montone dopo che, rotto l’assedio del Migliorati, fu proclamato signore di Rocca Contrada. In seguito alla morte di Braccio, avvenuta nel 1424, Rocca Contrada tornò sotto il dominio della Chiesa ed il governatore della Marca, Pietro Colonna, ne prese possesso il 13 ottobre dell’anno, dopo essere passato per Avacelli e Magnadorsa. Nel 1426 il castello di Avacelli fu concesso a Ludovico Colonna che lo tenne però solo qualche anno. Nel 1431 era infatti già tornato sotto Rocca Contrada che nominava un capitano per governarlo. Anche Avacelli come gli altri castelli arceviesi mantenne fino all’Unità d’Italia una certa autonomia amministrativa con proprie rendite ed entrate, un consiglio, un’abbondanza, un forno, un proprio capitano e successivamente un sindaco. Per approfondire, vi segnalo i due seguenti link: http://www.avacellando.it/la_storia.html ma anche http://www.avacelli.it/

domenica 2 giugno 2013

Il castello di domenica 2 giugno






BAROLO (CN) – Castello della Volta

La meravigliosa posizione di questo maniero non è purtroppo pari al suo attuale stato di conservazione, alquanto decadente. Visibile dal paese, è raggiungibile percorrendo la strada che da Barolo porta verso La Morra. Fu costruito nel secolo XII da Manfredo di Saluzzo, discendente da Bonifacio del Vasto. Prima che Alba se ne impadronisse appartenne per qualche tempo alla famiglia De Braida. Il castello finì successivamente a far parte del feudo di Barolo e, in un successivo passaggio, nelle mani della famiglia Falletti, ai quali restò fino al secolo XV quando, per una specie di annessione, entrò a far parte dello stato del Monferrato, che lo ebbe fino al trattato di Cherasco del 1631. In quell'anno insieme ad Alba e ad altre terre fu assegnato al Duca Vittorio Amedeo I di Savoia. Molto probabilmente in questa citazione si confondono proprietà terriere o immobiliari con giurisdizione politica. Nella realtà dei fatti il castello rimase di proprietà dei Marchesi Falletti fino al 1864, anno in cui morì in odore di santità (poi beatificata) la Marchesa Giulia Falletti Colbert de Maulévrier, vedova dell'ultimo rampollo dei Falletti di Barolo, il Marchese Carlo Tancredi  (Ciambellano di Corte, Conte dell'Impero, Membro della Reale Accademia delle Scienze di Torino, Consigliere di Stato, Sindaco nel 1825 e 1829). Gli splendidi arazzi, le ricche suppellettili ed i quadri di valore del castello Della Volta furono a suo tempo trasferiti nel Palazzo Barolo in via delle Orfane a Torino. Il castello, come diversi altri nella zona, ha la peculiarità della torre interna a giro. Varrebbe la pena di studiare, in una pubblicazione monografica, la ragione di questa tipologia, certamente felice dal punto di vista architettonico ma strana, anche se non del tutto inconsueta, dal punto di vista difensivo. E' evidente nell'edificio l'impronta lasciata dalle varie vicissitudini storiche e costruttive. La caratteristica generale è però tre-quattrocentesca, goticheggiante, così come goticheggianti sono alcuni dei finestroni superstiti - e tra i più belli - della costruzione, alla quale poco hanno aggiunto le epoche successive, per lo meno dal punto di vista costruttivo. Quella del castello è stata una storia complicata, sempre al centro di possibili cessioni e tentativi di demolizioni, nonché teatro di avvenimenti leggendari. Il crollo della volta del salone centrale avvenuto all’inizio del XIV (da qui il nome Della Volta, anche se secondo altre fonti deriverebbe dall’omonima famiglia che ne risultava proprietaria nel 1200) fu interpretato dalla fantasia popolare in chiave religiosa: gli uomini e le donne della corte del signore del castello, in abiti discinti e in preda ad un’orgia collettiva, furono seppelliti dal crollo del soffitto voluto dal diavolo per impadronirsi delle loro anime. Pare che ancora oggi si odano sotto le vecchie mura gemiti e grida, mentre strane fiammelle corrono per le sale deserte. Molto più prosaicamente, l'edificio subì il suo danno o per qualche difetto di costruzione della struttura, o per eccessivo sovraccarico sulla struttura stessa. L'ultima impennata della sua storia fu a cavallo del 1800, quando venne dapprima ripristinato a residenza signorile e poi eletto dall'ultima marchesa Falletti come luogo ideale per trascorrere ore tranquille in compagnia di Silvio Pellico, godendo sia dell'ombra dei folti ippocastani oggi non più presenti che dei panorami circostanti. Terminata la dinastia dei Falletti il castello entrò in una fase di declino che è durata fino ai giorni nostri, subendo nel 1944 ulteriori danni a causa di alcune cannonate da parte dei tedeschi. Il suo attuale aspetto decadente, tuttavia, rende molto credibili le diverse leggende che lo circondano. E' attualmente di proprietà di un'azienda vinicola di Barolo. Alla fine del 2011 sono stati eseguiti dei lavori della parte di tetto crollata alcuni mesi prima e di consolidamento della struttura. Vi è l’obiettivo di recuperare la torre per renderla accessibile al pubblico (ripristinando la scala esterna) e di effettuare graduali interventi di restauro che permettano al maniero di riprendere vita. L’interno del castello della Volta è diviso in numerosi saloni, alcuni dei quali con affreschi in buono stato di conservazione nonostante i decenni di abbandono. In una sala al primo piano c’è anche una sorta di rudimentale bagno e numerosi locali sono dotati di caminetti. Al pianterreno, zona che probabilmente ospitava gli alloggiamenti delle guardie, sono ancora visibili i resti delle cucine e c’è una cappella, che però non è accessibile. Suggestivo è l’ampio salone seminterrato, con feritoie sulla vallata verso Alba e un locale senza finestre, che forse un tempo era adibito a prigione. Il fabbricato esterno al castello è invece l’antica ghiacciaia.

sabato 1 giugno 2013

Il castello di sabato 1 giugno





ARI (CH) – Castello

L'abitato si è sviluppato attorno a questo antico edificio che, dopo il XVI secolo, fu trasformato in dimora residenziale con parti riferibili ad epoca barocca. La torre che è posta accanto al portone d'accesso al cortile è stata costruita nel 1700, in seguito fu innalzata e dotata di merlatura, a testimonianza del carattere di residenza nobiliare piuttosto che difensiva della struttura, forse costruita su di un preesistente castello, i cui resti sono in parte inglobati nel blocco centrale, all’interno del cortile. Questo infatti, nel piano seminterrato, è costituito da un sistema di volte a crociera, testimonianza di un'epoca costruttiva tardo medievale. A partire dal XVI secolo vi si avvicendarono varie famiglie tra cui i De Vega, i De Palma, i Carafa, che ampliando il primitivo nucleo, diedero origine a quel processo di aggregazione di corpi che contribuì alla formazione dell’attuale complesso architettonico. Dal 1577 vi risiedettero i Ramignani, camerlenghi di Chieti, che usarono questo palazzo come residenza estiva data la bellezza del paesaggio circostante su cui essa si affaccia, e la salubrità del clima. Nella seconda metà del 500 vi furono intraprese delle modifiche strutturali dandogli un'impronta rinascimentale. Nel '700 ormai il palazzo si era esteso fino a toccare la preesistente chiesa madre di San Salvatore, tanto che la Baronessa, in qualità di proprietaria del palazzo, fece aprire una “finestra-tribuna” nel muro comune tra le due costruzioni, per seguire le funzioni religiose direttamente dalle stanze della sua abitazione. Alla fine del ‘700 la nobile famiglia Nolli, di origini napoletane, entrò in possesso di parte del palazzo. Anche i Nolli, residenti a Roma, utilizzarono il “palazzo-castello” come residenza estiva, trasformando i loro soggiorni in eventi particolarmente importanti per la storia di Ari. Infatti, nel primo ventennio del '900, il barone Mario Nolli, la sua nobile consorte, la baronessa Francie Picton Walow, e l’amico D’Alessandro, trasformarono il paese in un piccolo cenacolo letterario capace di attrarre non solo artisti inglesi, ma personalità di spicco della letteratura e dell’arte italiana. Tra questi, oltre vari pittori inglesi ed olandesi, che amavano riprodurre su tela i pittoreschi paesaggi a cui il castello faceva da sfondo, spiccano i nomi di D'Annunzio e Pirandello. Quest'ultimo, probabilmente ospite nel palazzo, in una sua novella citò sia il paese, sia la cosiddetta "pensione inglese" descrivendola romanticamente come "…un castello in cima al colle". Attualmente il “castello” si articola in tre corpi di fabbrica, architettonicamente connessi tra loro ma formalmente diversi, sia nelle altezze che nel disegno delle aperture. Il fronte sul giardino privato è scandito da una sequenza di finestre settecentesche le cui cornici, all’ultimo piano, riquadrano aperture a mezzanino. Il prospetto verso la valle, presenta un ritmo meno regolare delle finestre che denuncia una maggiore sovrapposizione di epoche costruttive. È infatti ancora possibile leggere nella muratura, la presenza di aperture ad arco poi murate, di tracce della copertura del “trappeto” (frantoio) che un tempo si addossava all’edificio, di tracce delle finestre ovali di mezzanino e i resti di una mensola lapidea scolpita. Il palazzo, adibito oggi prevalentemente a funzione abitativa, in passato ha accolto anche varie attività economiche; oltre alla pensione inglese, infatti, da una minuziosa descrizione di metà ‘800 sappiamo che qui era collocata anche una “caldara” per la macerazione del mosto, numerose cantine, ed un frantoio. Un’altra foto in cui si vede l’edificio è al seguente link: http://www.viaggioinabruzzo.it/ch/images/Ari/Ari_photogallery/slides/01-PA032383%2B.html
Altre notizie del castello le trovate qui: http://turismo.egov.regione.abruzzo.it/web/guest/scopriabruzzo/arteestoria/castellitorri/chieti/castellonollicorponord;jsessionid=xD3tduN1wv3-suxSY8w2HA**?p_p_id=DLpresentation&p_p_lifecycle=0&p_p_state=maximized&p_p_mode=view&p_p_col_id=column-5&p_p_col_count=1&_DLpresentation_struts_action=%2Fext%2FDLpresentation%2Fview&_DLpresentation_redirect=%2Fweb%2Fguest%2Fscopriabruzzo%2Farteestoria%2Fcastellitorri%2Fchieti%2Fcastellonollicorponord&_DLpresentation_lang=it_IT&idBene=123456789/4195